mercoledì 8 aprile 2015

Pizzi d'Autore: intervista con Simona Lo Iacono


La nostra Mavie oggi ci porta nel mondo di Simona Lo Iacono, magistrato siracusano e scrittrice di grande talento, che ha pubblicato racconti e romanzi e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine e da non molto è conduttrice per l’emittente Zeronove del programma Buk. Fa parte dell’EUGIUS, l’associazione europea del “giudici-scrittori” e della SIDL Società Italiana di Diritto e Letteratura. Sul blog letterario “Letteratitudine” di Massimo Maugeri, cura la rubrica "letteratura è diritto, letteratura è vita che coniuga norma e parola, letteratura e diritto.
Ha pubblicato il racconto I semi delle fave con cui ha vinto il primo premio edito dal convegno “Scrivere Donna 2006”. Il suo primo romanzo Tu non dici parole (Perrone 2008) ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti: il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa. Nel 2010 ha pubblicato il racconto lungo La coda di pesce che inseguiva l'amore, scritto a quattro mani con Massimo Maugeri (Sampognaro & Pupi, 2010 -Premio "Più a Sud di Tunisi"). Nel 2011 ha pubblicato il romanzo Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea (ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande). Nel 2012 ha pubblicato il racconto storico Il cancello. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà (con cui ha vinto il Premio Martoglio).



Immergiamoci adesso nel dialogo tra Mavie e Simona:

Cara Simona, un curriculum di tutto rispetto, ricco di premi. Voglio cominciare proprio dai tuoi premi, alcuni dei quali davvero molto prestigiosi, ad esempio il Vittorini opera prima al tuo primo romanzo appunto:  Tu non dici parole. Come li hai vissuti questi premi? Posto che sicuramente fanno piacere a tutti, hanno dato un particolare impulso alla tua scrittura? Ti hanno incoraggiato in qualche modo?
Grazie davvero, carissima Mavie, per le tue domande e per l'interesse nei miei riguardi. Ho sempre vissuto i premi come doni, inaspettati e confortanti, che in qualche modo mi accarezzano, mi danno coraggio. Ma un coraggio tutto interiore, nel senso che il premio mi aiuta a denudarmi nella scrittura, a negare infingimenti, maschere, inganni. Ad essere, in qualche modo, ciò che mi piacerebbe diventare, un essere pienamente morale.
Il tuo lavoro di magistrato è molto impegnativo, eppure sei riuscita a fare in modo che invece di ostacolare il tuo lato letterario, abbia costituito un valore aggiunto. Mi riferisco alla rubrica che curi sul blog Letteratitudine, ma mi riferisco anche al fatto che nei tuoi romanzi il processo è comunque il protagonista indiscusso della narrazione. Vuoi raccontarci tu stessa in che modo questo elemento, il processo, abita i tuoi tre romanzi?
Il processo è un'interessante spunto di riflessione letteraria. Se ci pensiamo bene, infatti, è come un grandioso scenario in cui campeggiano, si incontrano e si scontrano tanti elementi: il bene e il male, la verità e la menzogna, la paura e la colpa, la volontà e la negligenza. In seno a un processo, poi, non c'è solo l'elemento del giudizio ma quello dell'auto analisi (pensiamo a una confessione giudiziale), quello della memoria (la testimonianza) e quello dell'equilibrio tra diverse voci (pensiamo al principio del contraddittorio che deve garantire che accusa e difesa siano poste allo stesso livello). Ecco. Il processo si presta a interpretare la realtà, a cercarla, ad affondare in essa con dolore e con umiltà. Per questo motivo diventa materia narrativa, perchè si offre come una sorta di lente di ingrandimento, come un necessario strumento di analisi. Con una differenza, però, rispetto al processo reale. Che lo scrittore è libero dalla ristrettezza del campo probatorio, e vive un meraviglioso stato: quello della libertà.  



Parliamo della tua ultima opera Effatà, ambientato nella Siracusa degli anni 50, periodo non troppo distante in termini cronologici, se ci voltiamo indietro possiamo ancora toccarlo, ma certamente molto lontano come tipo di vita, un salto temporale molto più ampio di quanto i pochi decenni trascorsi farebbero supporre. Inoltre le vicende siracusane, la piccola storia, si intrecciano in qualche modo con la grande storia, e in particolare con una delle pagine più drammatiche scritte dall’umanità nel secolo scorso: il processo di Norimberga. È stata lunga e difficile la documentazione storica? Cosa potresti consigliare a qualcuno dei nostri lettori che volesse cimentarsi nella scrittura di un romanzo storico?
Raccogliere il materiale storico può richiedere tempo. Però non è mai difficile, è appassionante. E' come inseguire un mistero, dipanarne le ragioni intime, entrare nel tempo senza che ciò ti sia imposto da letture astratte (i libri di storia), ma vedendolo con i tuoi occhi, riassorbendolo come un tempo tuo, anche se già trascorso. Credo quindi che scrivere un romanzo storico sia sempre, e prima di tutto, una esigenza dell'anima, e che l'unico consiglio da seguire sia questo: ascoltare i propri interrogativi, cercare di fare della storia non un mostro da subire (il "grande scandalo" di cui parlava meravigliosamente Elsa Morante), ma uno spunto di riflessione, che possa in qualche modo indurci a cambiare, a essere critici e pensanti, a non imbavagliarci mai in visioni statiche. La storia può insegnarci molto sul nostro presente e sul nostro futuro. 
Nel tuo bellissimo romanzo uno dei protagonisti è un bambino, e di bambini si parla anche nella particolare sezione del processo di Norimberga che tu prendi in esame. Quanto ha influito in questa tua scelta l’essere madre di un ragazzino che,  presumibilmente, quando hai scritto questo romanzo aveva più o meno l’età del protagonista? Hai pensato a tuo figlio nel tratteggiare il rapporto del tuo protagonista con la madre?
Mio figlio è stato la prima ragione per cui ho scritto "Effatà". E mi ha ispirato tanto, perchè da lui ho appreso una cosa che avevo dimenticato, e cioè "lo sguardo" di un essere completamente innocente su una realtà colpevole. Dilatando poi questa esperienza "materna", ho abbracciato nel libro ogni bambino, compreso quello irrisolto o mai veramente consolato  che abita dentro di noi.
E a proposito di figli. Sappiamo che i nostri figli possono essere i nostri fan più sfegatati così come i più severi critici, o entrambe le cose. O ancora possono essere indifferenti o falsamente indifferenti rispetto al lavoro o alle passioni della propria madre. Che ci puoi dire in proposito? Come si vive in famiglia la tua passione letteraria e il tuo impegnativo lavoro?
Più che altro io vengo "sopportata"! Nel senso che la mia famiglia si è semplicemente rassegnata a:
1) vedermi sommersa da montagne di fascicoli (di giorno), 
2) vedermi sommersa da pile di libri (la notte),
3) vedermi correre trafelata a scuola di mio figlio, alla posta, in banca, al supermercato...
Piovono consigli da tutte le parti sulla mia iper attività. Quasi tutti mi pronosticano malattie incurabili da stress, ma la verità è che sanno benissimo che non potrei mai fare a meno nè della dimensione lavorativa nè di quella letteraria, e che entrambe concorrono a fare di me una mamma (imperfetta, ma appassionata).
Chi scrive non smette mai: i tuoi programmi per il futuro in questo senso? 
Scrivo sempre. Tutti i giorni. E se non scrivo, penso di scrivere, raccolgo mentalmente appunti, annoto nel cuore e nello spirito eventi, parole, suggestioni. Ho completato da poco un romanzo che spero possa vedere presto la luce, anche se per il momento sono molto impegnata in ufficio (sto presiedendo una sezione civile come facente funzioni) e quindi ho rimandato la pubblicazione al prossimo anno. 
E infine la nostra domanda di rito. Se tu dovessi consigliare un libro a un nostro lettore che potrà leggerne soltanto uno nella sua vita, quale gli indicheresti?
È difficilissimo! Se escludiamo il Vangelo, unico testo davvero necessario, mi sentirei di consigliare un libro di Romain Gary, La vita davanti a sé, tradotto in Italia da Neri Pozza, struggente storia di Momo, ragazzino arabo che vive a Parigi, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, madame Rosa. Un attuale e sconcertante esempio di connubio e convivenza tra diverse razze e religioni, reso possibile da un solo ingrediente: la pietà umana. 

domenica 29 marzo 2015

Da Genova alla Costa Azzurra

Viaggiare è un'ottima occasione per imparare e più volte in questo blog ho cercato di dimostrarlo. Il viaggio di istruzione, a maggior ragione, lo è. L'anno scorso con i ragazzi delle terze della scuola di cui sono dirigente siamo andati a Barcellona, ma anche da insegnante mi piaceva accompagnare i ragazzi in gita (nel 2009 a Napoli, per esempio, o nel 2012 in Toscana). Quest'anno la nostra meta è stata doppia: la Liguria e la Costa Azzurra.

Il primo impatto è stato quello con l'Acquario di Genova:


Non so come la pensate su zoo e acquari, ma a me dopo la prima beatitudine nel guardare gli animali e nell'osservarli, viene un po' di magone. Ma proseguiamo.

A Monaco-Montecarlo abbiamo toccato con mano il lusso:


Ma abbiamo anche visitato una chicca, che vi consiglio assolutamente, il Giardino giapponese, vi ritroverete come in un'oasi di pace in mezzo ai palazzi:


Alla visita del Principato abbiamo dedicato la seconda giornata. Il terzo giorno, invece, ci siamo spostati a Nizza per poi visitare a Eze la fabbrica della Fragonard, celebre casa francese di profumieri. Di Nizza, che avevo già visto, vi lascio i colori del mercato di Cours Saleya:


L'ultimo giorno abbiamo avuto la piacevole sorpresa di scoprire la parte antica di Sanremo, il quartiere della Pigna: 


Spero di avervi fatto venire il desiderio di un viaggio in queste zone!

mercoledì 11 marzo 2015

Pizzi d'Autore: intervista con Luigi La Rosa


Eccoci al secondo appuntamento con la nostra nuova rubrica. Lascio subito la parola alla sua curatrice, Mavie che per noi oggi intervista Luigi La Rosa:

Ciao Luigi, per il momento tralascio il tuo curriculum e inizio dalla fine, non in senso di tappa finale di un percorso che anzi è appena all’inizio, ma come ultima cosa in ordine di tempo.
Hai recentemente pubblicato il tuo primo romanzo: Solo a Parigi e non altrove (Ed. Ad Est dell’Equatore).
In realtà definirlo romanzo è riduttivo, nel senso che al suo interno troviamo molto di più, infatti tra le sue pagine albergano le vite e gli amori di artisti che sono in qualche modo legati a Parigi.
E così, la vicenda del protagonista, il romanzo quindi, si incastona superbamente all’interno dei percorsi emotivi, degli itinerari sentimentali dei grandi personaggi che hanno fatto di Parigi la loro dimora permanente o temporanea.
Un sottile equilibrio dunque tra saggio e romanzo.

Sei d’accordo con questa mia lettura? E perché Parigi? Sarebbe stato possibile ambientare la vicenda in un’altra città?

Chiaramente ogni città esercita un fascino particolare e soggettivo su ciascuno scrittore. Le città belle sono tante e diversissime tra di esse, per cui ciascuno potrebbe amarne una differente, tuttavia la complessità, l’innesto, la prodigiosa ricchezza storica, monumentale e artistica assimilata da Parigi nel corso della sua incredibile memoria costituisce, credo, un caso piuttosto unico che raro. Nessuna capitale ha messo insieme, negli stessi anni e attraverso i secoli, tante esperienze, tante vicende espressive, tante storie collettive. E gli scrittori, si sa, sono sempre a caccia di queste ultime. Pertanto credo di poter affermare senza margine d’errore che il caso di Parigi sia alquanto unico.

Il tuo amore per Parigi è cosa conclamata, e guarda caso la scintilla dell’innamoramento è scoccata durante una tua prima visita alla città, occorsa non troppi anni fa.

È dunque la tua personale storia d’amore con Parigi che racconti?

Esattamente. Molti critici hanno definito questo libro un “atto d’amore”, una grande “storia d’amore”, un libro “sentimentale”, un romanzo “del cuore”. Tutte definizioni che trovo giuste, perché l’amore, l’amore-passione, trova all’interno delle pagine uno spazio notevole. E’ amore quello per la città, ma è amore anche quello per l’arte espressa in tutte le sue forme (dalla poesia alla musica, dalla narrativa alla pittura, alla canzone, alla fotografia). E’ amore quello che il protagonista vede finire nei confronti di Arturo, suo compagno storico. Amore quello che sente rinascere per il giovane Bruno incontrato in metropolitana. Amori che dialogano, che consuonano, che cercano una qualche intima corrispondenza. Amori che rendono necessaria e sublime l’esistenza.

A proposito di percorsi, la tua è una vita da nomade. Ti dividi tra Parigi, Roma, la Sicilia e la Puglia. Ciò è necessario perché in molti di questi luoghi tieni dei corsi di scrittura creativa.
È però solo questo che ti porta a non avere fissa dimora? O non è forse il contrario, cioè che è proprio la necessità di non stare fermo, la tua inquietudine interiore, che ti ha portato a scegliere questo tipo di lavoro “itinerante”?
Ti piacerebbe fermarti? Ti fermerai? E cosa potrebbe fermarti? Un amore, forse?

Il nomadismo è una condizione collegata alla mia profonda inquietudine interiore ed esistenziale. Non riesco a restare in un luogo più di pochi giorni senza sentirmi inevitabilmente catturato e in trappola. Vivo di perenni asfissie emotive, di nuovi bisogni di fuga, di azzeramenti psichici. Invidio profondamente chi ha la possibilità di relazionarsi più stabilmente ai luoghi, chi ha la fortuna di saper nidificare, mettere radici. Certamente, prima o poi dovrò fermarmi pure io. Forse per amore. Forse solo per stanchezza. O forse ancora, più semplicemente, morirò viaggiando: chi può dirlo?

Il classico uccellino spione mi ha detto che in passato hai rifiutato un posto in banca, che hai alle spalle studi tecnici, anche se poi all’università hai scelto una facoltà umanistica, che hai studiato pianoforte.
C’è qualcosa nella tua vita che, a posteriori, hai vissuto come occasione mancata?

Forse un po’ la musica. Ho interrotto gli studi di pianoforte e composizione al quinto anno, e devo riconoscere che ogni volta che ascolto un pezzo classico qualcosa di assai simile alla nostalgia torna a impossessarsi brutalmente di me. Mi sarebbe piaciuto saper suonare Chopin, Liszt, Beethoven e Brahms. Mi sarebbe piaciuto dare continuità alla disciplina che lo studio della musica impone. Ma a un certo punto ho tradito il suono dello strumento con il suono delle parole – quest’ultimo lo sentivo mio, più consono alla mia natura. In fin dei conti non mi pento della scelta effettuata. Scegliamo solo ciò che siamo. E’ solo un pizzico di nostalgia che ogni tanto si riaffaccia e preme sul cuore.



E tornando proprio al passato, vorrei dare un’occhiata al tuo passato letterario.
Hai curato per la collana Pillole della BUR delle raccolte di passi tratti da opere di autori famosi.
E’ così che hai pubblicato le raccolte: L’anno che verrà, Pensieri di Natale, Pensieri Erotici, L’alfabeto dell’amore.
All’epoca eri davvero giovanissimo. In che modo ti sei guadagnato tanta fiducia da parte di una grossa casa editrice come la Rizzoli? E’ stato un incontro fortuito? Hai dovuto faticare parecchio per arrivarci?

Io scrivevo da anni su riviste, giornali, quotidiani. E da anni avevo l’attenzione vigile di una editor, Maria Rosa Bricchi, che mi leggeva, apprezzava, condivideva. Fu lei a telefonarmi, ricordo ancora il pomeriggio, mi trovavo a Roma, dalle parti di Trastevere. Mi chiamò e mi propose, senza mezzi termini, di curare per Rizzoli una breve antologia di aforismi. Fu solo la prima delle diverse proposte che mi sarebbero giunte da parte di Rizzoli. Una collaborazione duranta cinque anni, nel corso della quale ho imparato davvero parecchie cose, mi sono impossessato di un sacco di segreti editoriali, e soprattutto ho capito in maniera ultima e definitiva che quello che avrei fatto nella vita è scrivere.

Sei stato anche giornalista e hai intervistato parecchi scrittori famosi, di quelli che il solo pensiero di incontrarli ti da la tremarella.
Ci racconti qualche incontro che ti ha davvero tolto il fiato?

Uno degli ultimi incontri importanti riguarda James Hillman, uno dei massimi psicanalisti del Novecento, passato da Messina durante una delle sue ultime tournée letterarie. Ricordo solo una libreria piena di gente, fuori la pioggia fitta di un martedì pomeriggio, e questo vecchio signore dal carisma impressionante, il silenzio colmo di tensione intorno alle sue parole, ai suoi gesti. Tenne una lezione sull’anima e adoperò parole colme di sentimento. Mi rapirono. Raramente avevo percepito tanta forza, tanta consistenza, sebbene attraverso un filo di voce e i gesti di un uomo ormai avanti negli anni. Possedeva l’autorevolezza che viene dalla conoscenza. E’ stato uno dei momenti più belli della giovinezza e forse della mia vita.

So che oltre a essere uno scrittore sei anche, come è ovvio, un lettore appassionato.
Qual è l’ultimo libro che hai letto? Se una persona avesse la possibilità di leggere un solo libro nella vita, quale gli consiglieresti?

Domanda molto difficile, perché sono veramente tanti i romanzi che vorrei consigliare a un eventuale lettore. Ad ogni modo, se dovessi suggerire un libro per la vita direi sicuramente “Le ore” di Michael Cunningham, ispirato a Virginia Woolf, al suo suicidio, alla composizione di Signora Dalloway, forse il suo più importante romanzo. E’ un’opera immensa, che sonda le profondità dell’animo e la capacità del dolore di interpretare e significare l’esistenza. Solo l’arte e la bellezza giustificano il dolore e la follia dell’esistere. Il romanzo lo esprime magistralmente bene. Ecco, se dovessi ridurre tutto a una sola scelta, direi che il libro della mia vita è questo.

Come docente di scrittura creativa, c’è qualche suggerimento particolare che ti senti di dare a chi coltiva il sogno di diventare uno scrittore?


Soprattutto leggere, farlo tantissimo, leggere ogni giorno, ogni notte, non soltanto libri di piacere ma testi autorevoli, classici, divorandoli ma ritornandoci, ricopiandone intere pagine, annotandone frammenti, interrogandosi sui meccanismi e sulle forme. Si cresce solo dal confronto con chi è più grande di noi, con chi ha percorso prima le stesse difficili strade. Si cresce per contagio, per emulazione, per desiderio. Solo chi si affida ai segreti dei grandi romanzi del passato potrà aspirare a scrivere domani un buon libro.

mercoledì 25 febbraio 2015

Pizzi d'Autore: una nuova rubrica


Sapete che questo blog è incentrato sull'umana esigenza di crescere imparando dalla realtà e questo non solo in senso scolastico: si impara attraverso i viaggi, attraverso l'uso delle mani, anzi di tutti i sensi a nostra disposizione, come si impara attraverso gli avvenimenti e gli incontri. 
In questo processo di apprendimento continuo i libri, è naturale, hanno un posto privilegiato. I libri li leggiamo, ci immergiamo nelle storie che custodiscono e attraverso le pagine scorgiamo qualcosa del rapporto tra l'autore e la realtà. Ebbene, con questa rubrica vogliamo spingerci più in profondità e incontrare chi i libri li scrive.
La persona che ci guiderà in questa nuova avventura non sono io, ma una prof di matematica e scienze che è anche scrittrice, che chiameremo con il nome di Mavie, perché è questo il nome che ha prescelto per sé. Perché Mavie? Perché Pizzi d'Autore? Chiediamolo direttamente a lei:

Vuoi presentarti brevemente ai lettori di questo blog?

Mi chiamo Mavie e ho un’età di tutto rispetto, che però non intendo rivelare. Ho sempre guardato con ironia mista a tenera compassione le donne che nascondono i propri anni, dunque, per non cadere io stessa in tentazione, glisso e passo oltre.
Invece vi racconto l’origine del mio nome perché è forse all’interno di quelle cinque lettere che è celato il mio destino di scrittrice, Mavie è infatti il personaggio di un romanzo che mia madre leggeva mentre con amore attendeva che nascessi.
Mavì mia vita”, della famosa Liala.
Poi io stessa, da giovanissima, l’ho cambiato nel più esotico Mavie, ma tanto il significato è quello: la mia vita.
È stato semplice modificarlo perché il mio nome anagrafico – guai a dirmi il tuo VERO nome – è Carolina, come la nonna paterna.
Per il resto, posso dire che ho una formazione nettamente e dichiaratamente scientifica e sarebbe qui grazioso raccontare come ho fatto, io che amo visceralmente la letteratura, a ritrovarmi a insegnare matematica e scienze ai ragazzini, ma temo di dilungarmi troppo e ci sarà modo in seguito di raccontarmi.
Last but not least, per dirla all’anglosassone, sono mamma di due figli, due meravigliosi giovani adulti.

Ci descrivi dal tuo punto di vista cos'è, in cosa consiste il mestiere di una scrittrice?

Difficilissimo rispondere a questa domanda, perché è qualcosa che, eventualmente, ci si chiede a posteriori.
Quando si inizia a scrivere non ci si pongono domande, o almeno io non me le sono poste.
L’unica cosa che posso dire con certezza è che non puoi scrivere se non ami leggere, se non ritieni che immergerti nelle storie sia come vivere cento vite, se non provi attrazione per le parole, se non ti sei imbambolato almeno una volta davanti a una frase leggendola e rileggendola, assaporandone il suono, scavandone i contenuti, nuotando tra le righe, in altre parole, innamorandotene.
Forse è questo il significato dello scrivere, tentare di essere un autotrofo della letteratura, generarla da te, come chi impara a cucinare spinto dalla voglia di riprodurre i piatti che ha gustato.

Questo mestiere non è il tuo unico lavoro, come si concilia con il tuo ruolo di insegnante? In qualche modo si interseca? O si tratta di vite parallele?

Dal punto di vista pratico sono cose distinte e separate. C’è la me a scuola, c’è la me che scrive, e ci sono altre me: la me che prepara il pranzo, la me che va in palestra e quella che ascolta i problemi dei figli.
Poi però è un tutt’uno, anche perché l’azione concreta dello scrivere, quella che ti vede fisicamente digitare su una tastiera non è che l’ultimo atto di un processo che va avanti di continuo.
Io scrivo lungo tutti i miei minuti, invento trame, studio personaggi, le storie mi camminano dentro, a volte palesandosi decisamente, a volte in sordina.
Certo devo ammettere che stare in classe, insieme a venti – trenta ragazzini, mette in crisi l’ingranaggio, ma mi faccio travolgere volentieri perché mi piace tantissimo il rapporto cha instauro con loro.
C’è un’enorme responsabilità in tutto questo, e non parlo solo di frazioni e figure geometriche, parlo di tutta una serie di altre cose che attraverso il mio comportamento, il mio esempio, il mio modo di fare, vengono veicolate fino alle loro giovani e duttili menti,
Per non parlare del fatto che come insegnante di scienze ho anche un’altra grande responsabilità che è quella di instradarli all’utilizzo consapevole delle risorse ambientali e guidarli verso comportamenti mirati alla conservazione del loro stato di salute fisica e mentale.

Come riassumeresti attraverso i tuoi libri il tuo percorso di scrittrice?

Sicuramente sono cresciuta. Ripenso al mio primo libro (E sono Creta che Muta) e adesso sarei felice di smontarlo e rimontarlo all’incontrario. Nello specifico lo asciugherei moltissimo, userei molte meno parole di quelle che ho usato.
Ma si sa che l’opera prima risente sempre dell’inesperienza. Fra l’altro questo mio primo romanzo non ha ricevuto un editing adeguato da parte della casa editrice, cosa che invece c’è stata nei successivi due romanzi.
Un ulteriore segnale di crescita è stato lo sganciarmi dalle vicende personali per spaziare su trame di fantasia.
Sullo stile di scrittura non voglio dilungarmi, lasciando la parola agli altri e soprattutto alle pagine dei miei libri.
La cosa certa è che scrivere e pubblicare ha cambiato il mio modo di leggere, sono diventata una lettrice molto più esigente e meno onnivora. Spesso ricerco nei libri la soluzione dei nodi narrativi che mi trovo via via ad affrontare.
È più uno studio che un leggere in relax, ma mi piace così.

Dove trovi le storie? Da dove nasce la primissima ispirazione?

Non ho il luogo delle storie, le storie sono nell’aria, e a volte riesco a captarle.
Probabilmente chi scrive ha imparato a osservare la realtà con maggiore attenzione.
Che poi le storie sono sempre uguali e hanno mille modi di essere raccontate, mi sono accorta che sono spesso modellate sulla tematica che ho voglia di affrontare.
Per esempio in Dentro due valigie rosse la mia intenzione era quella di scandagliare il fondale insidioso della risposta umana ai sentimenti negativi, soprattutto all’astio e al rancore.




La storia e i personaggi poi come si sviluppano? Sai già all'inizio dove ti porteranno le loro vicende?

In linea di massima ci sono due o tre pilastri che tiro su fin dall’inizio, e in generale so dove voglio arrivare, ma il sentiero che mi porterà dal punto A al punto B è tutto da scoprire e si va delineando mentre cammino.
Non credo alla faccenda che i personaggi ti conducono dove vogliono senza che tu ne abbia il controllo, ma è vero che se ne hai abbozzato i tratti principali sia in termini di caratteristiche fisiche che per quanto riguarda la loro personalità, poi camminano da soli.
Per riderci un po’ su, se il tuo personaggio è una donna avanti con gli anni, se è amante della cucina e della buona tavola e anche per questo in sovrappeso, se ha come hobby l’uncinetto e il giardinaggio, è difficile che di punto in bianco decida di comprare una motocicletta.


Abbiamo pensato insieme a una rubrica da condividere su questo blog: vuoi presentarla? Di cosa ti occuperai?


Sì, ed è una cosa che mi elettrizza molto.
Vorrei, anzi vorremmo, che fosse una rubrica in cui presentare scrittori, e artisti di ogni tipo, che abbiano voglia di raccontarsi non soltanto attraverso le loro opere.
Saranno delle chiacchierate in cui i nostri ospiti parleranno della loro vita, dei loro sogni delle loro speranze e di quanta gioia e anche quante delusioni ci siano state lungo il cammino artistico e personale.
La rubrica si intitolerà PIZZI D’AUTORE, titolo che è stato scelto per le particolari suggestioni che offre questo tessuto leggero e prezioso.
Costruito da un intreccio di fili attorno al vuoto, è molto versatile, a volte sta a ornare indumenti intimi , nascosti agli occhi dei più, a volte è ostentato sfrontatamente.
Di morbide tonalità pesca e disegnini minuscoli o a grandi fiori neri o ancora geometrico e rosso, è sempre e comunque un gioco di luci e ombre, di vedo e non vedo.
Ognuno sarà libero di seguire il suo percorso e noi lo asseconderemo.
Naturalmente ne approfitteremo per ottenere anche consigli di lettura.
La speranza è che i nostri lettori siano interessati e partecipi, in modo che la rubrica quanto sia quanto più possibile interattiva.
Comunque vada, ti voglio ringraziare per l’opportunità, per la fiducia e per lo spazio che stai mettendo a mia disposizione.



venerdì 20 febbraio 2015

Rosso Istanbul per i venerdì del libro



Quando comincio a sognare un viaggio, vado alla ricerca di libri che mi trasportino attraverso le pagine nell'atmosfera del luogo che andrò a visitare. Qui la scelta è stata quasi scontata: in questo romanzo Istanbul è già nel titolo e in effetti tutto il romanzo di Ozpetek, famoso regista turco, è una dichiarazione d'amore a una città, Istanbul, che è "il blu e il rosso, che paiono fondersi solo in certi tramonti sul Bosforo":


(immagine da qui)
Un romanzo autobiografico, forse neanche un romanzo, sul ritorno alla città natale: "perché, ovunque io sia, Istanbul mi aspetta". 
E sulla città, da cui tutto sembra aver avuto origine: provengono da là i tulipani che oggi rappresentano l'emblema dell'Olanda e il caffè che è diventato simbolo di Vienna (in qualche modo anche il cornetto a forma di mezzaluna ricorda le scorribande turche in Europa).
Ma soprattutto sull'amore: "Vedi cuore mio - dice la madre del regista - non c'è niente di più importante dell'amore", che poi è l'unica cosa che resta di una vita.

lunedì 16 febbraio 2015

Valutare sempre

Tra addetti ai lavori, parlare di valutazione dà a volte l'impressione di voler partire dalla fine: agli occhi di chi insegna appaiono immediatamente più rilevanti l'aspetto preparatorio della lezione e il suo concreto svolgersi.
Eppure, la valutazione, che normalmente viene percepita come la propaggine finale dell'insegnamento, è il primo dei segnali che arriva alle famiglie e l'inizio, volte burrascoso, del rapporto con esse. 
Non solo. Essa è soprattutto il principale segnale della validità dell'insegnamento stesso. Se la maggior parte della classe fallisce in una verifica questo risultato dovrebbe interrogare innanzitutto l'insegnante. La valutazione, infatti, costituisce forse l'unico feedback di cui insegnante dispone per calibrare la propria didattica. Del resto, a ben guardare, la valutazione avviene o dovrebbe avvenire non solo alfine del percorso di apprendimento, ma mentre l'apprendimento accade e si svolge. Si tratta del tanto caro e bistrattato concetto di valutazione formativa (cosa diversa da quella sommativa o finale di cui la pagella è l'evidenza più conosciuta).

Come favorire tale pratica valutativa continua? Ecco di seguito alcuni suggerimenti (per insegnanti, ma potrebbero essere utili anche ai genitori a casa):
-chiedi ai tuoi ragazzi di classificare con un sistema da 1 a 5 quanto hanno capito il concetto appena spiegato
-distribuisci delle schede alla fine della lezione con domande che incoraggino la pratica autovalutativa: in grandi linee cosa hai imparato oggi? quale dei concetti imparati non hai pienamente capito? Utilizza dette schede per calibrare la successiva lezione
-incoraggia l'analogia: chiedi di trovare delle analogie tra il concetto spiegato e qualcuno del passato o rinvenuto nella propria esperienza
-insegna e proponi di usare le mappe concettuali per schematizzare i concetti chiave e i nessi logici
-in coppia si può rispondere a domande come: studiando questa lezione, ho cambiato la mia idea su..., sono rimasto sorpreso da..., sono diventato consapevole di..., il concetto di... mi ha ricordato quello di... (come legame tra testo e testo, tra testo e se stessi, tra testo e mondo reale)
-punto della situazione finale: chiedi di scrivere sul quaderno i concetti imparato durante la lezione, anche come semplice elenco di argomenti
-punto della situazione iniziale: chiedi all'inizio della lezione di riprendere sommariamente ciò si cui si è parlato in quella precedente, anche con domande di comprensione

Post ispirato da questa utile scheda (in inglese)

mercoledì 28 gennaio 2015

Insegnare in 3D: Oltre il libro

Da cosa nasce cosa. Da oggi a scadenza variabile ospiterò sul blog i contributi di Laura, professoressa anzi teacher (insegna inglese alle medie, ma non solo)... Avrete modo di conoscerla da ciò che vi racconterà del suo modo di insegnare. Per ora vi posso dire che è passata dalla scuola che dirigo come una meteora (o, sperando in un ritorno, come una cometa), insomma come supplente. Dopo qualche settimana si è presentata in presidenza per chiedere se poteva organizzare un pic nic in inglese nel prato della scuola. Mi ha brevemente spiegato che voleva proprio realizzare una colazione sull'erba e conversare con gli alunni solo in inglese, in modo da arricchire il loro lessico in modo naturale. Evviva! - ho pensato. Da qui il passo è stato breve a parlare di flashcards, Montessori... A proposito i suoi figli hanno frequentato la scuola montessoriana... ma a Singapore! Insomma, vi ho incuriositi? 




Oggi cominciamo parlando di libri di testo: Laura, cosa pensi dei moderni libri di testo e dell'uso delle tecnologie?

L’editoria scolastica ha fatto passi da gigante negli ultimi anni. I nostri volumi sono sempre più colorati e coinvolgenti, quasi tutti ormai pensati per essere testi misti da usare con l’ausilio delle tecnologie più moderne, LIM* in testa. Eppure, io continuo ad avere la sensazione che persino la modernissima e bellissima LIM rappresenti un approccio bidimensionale ai contenuti e che, almeno nell’insegnamento delle lingue, basterebbe molto meno per aggiungere una dimensione all’apprendimento in classe. Realizzare il learning is experience che ispira questo blog è forse meno complicato di quanto si pensi.
C’è un’espressione inglese che mi piace molto: JUMP OFF THE PAGE. Per i non addetti ai lavori, la si usa per descrive qualcuno – studenti soprattutto – in grado di impressionare. A me invece piace pensare che sia la lingua a dover saltare fuori dalle pagine ed impressionare gli studenti. Così, quando preparo le mie lezioni, mi chiedo come fare per staccare le parole, le strutture grammaticali, le funzioni comunicative dalla pagina del libro e consegnarle in 3D ai ragazzi.

La tua idea di insegnamento in 3D è un altro modo di chiamare lo "studiare con le mani" o hands on learning di cui ho parlato spesso in questo blog. Quali strumenti possono trasformare l'insegnamento e l'apprendimento da bi a tridimensionale?

Alcuni, lo vedrete, sono strumenti vecchi come Matusalemme, altri sono idee rubate ad amici e colleghi conosciuti nel corso degli anni… anni nei quali ho vestito i panni dell’insegnante – per studenti dai 3 ai 70 anni, in Italia e all’estero – ma anche e soprattutto i panni della studentessa – in questo caso intenta a studiare più i professori e le loro tecniche che le loro discipline!
Ma basta preamboli e presentazioni, queste pagine hanno un obiettivo: condividere tecniche e attività già collaudate in classe. Leggete e, soprattutto, condividete i vostri teaching tips …it’s sharing time!

... quindi cosa vuoi condividere con noi oggi?

OGGI PARLIAMO DI: FLASH CARDS
Confesso che è una delle mie attività preferita per introdurre vocaboli nuovi. Ed ecco perché:
  • sono facili da preparare e da adattare ad ogni lezione o al periodo dell’anno: a ottobre flash cards di halloween, a dicembre flash cards natalizie; mentre studiamo gli uncountable flash cards sul cibo!
  • sono adatte a tutti gli stili apprenditivi. Particolarmente utili per aiutare ragazzi con difficoltà dell’apprendimento o semplicemente per coinvolgere gli studenti che tendono ad isolarsi / distrarsi; Se opportunamente usate – e vorrei dire dosate – garantiscono piccoli successi impensabili per gli studenti più deboli e possono trasformarsi nei primi passi verso l’autostima e la motivazione intrinseca.
Solitamente preferisco preparare io stessa le flash cards di cui ho bisogno. Stampate delle immagini colorate su cartoncino ed il gioco è fatto. Potete decidere se indicare sullo stesso lato o su lati diversi l’ortografia della parola. Lo spelling, specie per una lingua non trasparente come l’inglese, ha solitamente l’effetto di intimorire gli studenti, va quindi introdotto, ai livelli elementari, in un secondo momento.
  • sono un’ottima strategia di memoria e possono essere reimpiegate in mille modi:
    • Show and tell: l’insegnante mostra la carta e lo studente pronuncia l’oggetto che vi è raffigurato; si può partire con un numero minimo – 6 carte – ed aggiungere una o due carte ad ogni nuovo incontro. Senza che l’insegnante faccia nulla per introdurre competitività gli studenti cercheranno di indovinare il maggior numero di flash cards possibile, e la volta successiva di superare il proprio record personale. In questa versione, possono essere usate per creare una mini routine in classe – anche questa un piccolo accorgimento per aiutare la gestione della classe. “Per tutto il mese di ottobre cominceremo e finiremo le nostre lezioni giocando per 2 minuti con le flash cards. Siete pronti?” …ovviamente quando si fanno di questi annunci, proprio come facciamo con i nostri figli, è bene essere coerenti e mantenere la parola data.
    • Show and tell + spelling. Una sorta di spelling-bee con l’ausilio delle immagini. Perfetto per un gioco in squadre.
    • Teacher says: distribuite le carte e poi chiedete agli studenti di alzarsi solo se posseggono la flash card con la parola pronunciata dall’insegnante.
Può essere utilizzato per esercitarsi con le richieste: Assicuratevi che tutti gli studenti abbiano una carta tranne uno. Fate partire un cronometro. Lo studente che non ha carta inizia il gioco chiedendo: Can I have the bag, please? Allo scadere del tempo, lo studente rimasto senza carta avrà perso!
    • Sentence builder. Adattabile a qualunque aspetto grammaticale o tempo verbale voi stiate spiegando. Io l’ho provato con il verbo avere. Distribuite poche carte e chiedete agli studenti di fare delle frasi. Cominciate voi la catena chiedendo: Has Francesca got a cat? Uno studente risponde: No, she hasn’t. She has got a dog. /She hasn’t got a cat. Luca has got a cat and a rabbit,
    • Last but not least, sogno di avere un giorno un’aula abbastanza grande – o una classe poco numerosa! – per poter sperimentare un Touch and go di questo tipo:


L’ultima serie di flash cards create quest’anno ha riscosso notevole successo tra i miei studenti di scuola media e tra i miei figli... le trovate qui.
Io ho selezionato le 12 parole per me più significative. E ho creato delle flash cards duple face: solo immagine da un lato/immagine e parola dall’altro.

Ci hai dato tanti spunti, che possono essere utili anche per chi fa homeschooling. Di cosa ci parlerai la prossima volta?

Vorrei parlare di magic bags; role plays; just English, please! e …del perché studenti di ogni età dovrebbero continuare a canticchiare e ballare la lingua piuttosto che appiattirla in un’interminabile serie di esercizi strutturati!

Nel frattempo, se avete domande e curiosità o osservazioni non esitate a lasciare il vostro contributo nei commenti.
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