martedì 22 aprile 2014

Itinerario di viaggio Barcellona e Catalogna

Arrivando in Catalogna l'impressione è di un paesaggio mediterraneo, che mi ha subito ricordato Nizza e la Provenza, ma anche la mia Sicilia. Una Sicilia in cui il territorio è curato e valorizzato, una Sicilia non sprecona. Prendiamo le rotonde: in ognuna trovi un'aiuola e un'installazione o una scultura. 

Primo giorno: è stato in effetti un assaggio della Costa del Maresme e della Costa Brava, fino a Tossa del Mar.




Secondo giorno: è stato dominato dall'esperienza del Museo Dalì a Figueres. Non si è trattato di una visita, appunto, ma di un'esperienza, quasi un entrare nel sogno di un altro. Ecco qui le mie impressioni.
Nel pomeriggio Girona: una bella passeggiata ci ha condotti attraverso le vie del paese fino alla Cattedrale.



Terzo giorno: Barcellona, Barrio Gòtico di mattina con la Cattedrale del mare e il Duomo; di pomeriggio la Rambla.




Quarto giorno: continua la passeggiata per Barcellona ma prima... visita alla Sagrada Familia! Una basilica in costruzione dalla storia e dal significato affascinanti, un capolavoro in divenire:




Di pomeriggio... Park Güell, un altro capolavoro di Gaudì. A questi due luoghi così diversi tra loro eppure nati dallo stesso genio dedicherò un post apposito...
Quinto giorno: Besalù e lago di Banyoles.

giovedì 17 aprile 2014

#viaggionellarte: National Gallery, Dittico Wilton

Continuo il mio viaggio preparatorio per la visita di Londra, con un giro virtuale alla National Gallery, dove vorrei arrivare con le idee chiare su cosa vedere per non perdermi nella molteplicità delle opere esposte. 
Nel suo Il Museo immaginato P. Daverio suggerisce di non ingozzarsi di arte a casaccio correndo per le sale di un museo immenso come può essere la National Gallery, ma di "pregustare" alcune scelte ben ponderate, documentandosi per tempo. Oggi è la volta di un'opera che non ho avuto la fortuna di studiare all'Università, visto che i programmi riguardavano l'arte italiana,  il Dittico Wilton:


Si tratta di una rara opera inglese degli ultimi anni del Trecento, una delle poche religiose sopravvissute all'iconoclastia puritana seguita alla decapitazione di Carlo I. Si tratta di una tempera su tavola divisa in due scomparti richiudibili. A destra Maria con undici angeli dipinti in blu lapislazzuli con ali piumate e finemente sfumate su sfondo oro e giardino fiorito (che simboleggia l'Eden). A sinistra il re Riccardo II, inginocchiato e accompagnato da altri due re protettori e da San Giovanni Battista. Le due scene, dipinte separatamente, interagiscono fra loro: si noti per esempio Gesù Bambino che si protende verso il re. La sua figura è valorizzata dal colore oro che a piccoli puntini caratterizza la piccola veste. Anche le vesti dei re sono finemente e riccamente decorate. Ricorre la figura del cervo bianco, emblema del casato del re: esso è ritratto sul retro della tavola, sullo spillone del re e sul petto degli angeli. Lo stendardo portato da uno degli angeli rappresenta Cristo e la bandiera inglese di san Giorgio. 
La preziosità del dipinto è espressa dalla varietà di tecniche della doratura: punzonato sullo sfondo, a puntini sulla veste di Cristo, velato sulle vesti degli angeli, leggermente a rilievo sui gioielli, trattati anche con bianco di piombo.
Ora, in effetti, non vedo l'ora di ammirarlo nei suoi particolari!

martedì 15 aprile 2014

Il Museo Dalì

Chi è Dalì? Un pittore, un cineasta, uno scultore, uno scrittore, un folle, un genio? Forse
tutto questo e ancora di più. Uno di quegli uomini destinati a segnare il mondo e a lasciarlo diverso. Un visionario? Ecco cosa diceva: il surrealismo è distruttivo, ma distrugge solo ciò che considera catene che limitano la nostra visione. Un trasgressivo? Forse: l'unica differenza tra me e un uomo folle è che io non sono folle.
Nato nel 1904 a Figueres in Catalogna, studia a Madrid le tecniche artistiche, ma trova la sua strada artistica nell'incontro con Picasso, a Parigi nel 1926. Un altro incontro lo segna per sempre, quello con la sua musa ispiratrice e poi moglie, Gala.
Nella sua arte troviamo l'influenza di altri pittori, come Mirò e Velasquez, dal quale trasse l'ispirazione per i suoi caratteristici baffi (volete imitarli? Ecco come).
La tradizione della storia dell'arte precedente non sparisce in Dalì: il nitore e la limpidezza del disegno richiamano direttamente il Rinascimento italiano, ma nell'immagine si introduce un lamento destabilizzante, l'inconscio, il sogno, la fantasia che contrasta con  la realtà. Fino al delirio e all'illusionismo barocco. Gli oggetti acquistano un valore simbolico: pensiamo ai famosi orologi molli, che rappresentano la relatività del tempo, secondo le più recenti teorie di Einstein, e la labilità delle cose. Il tempo reale non esiste e sembra sciogliersi nella memoria e nella premonizione.
Le cose rappresentate quindi hanno un'apparenza naturalistica, anzi precisa nei dettagli, ma poi virano verso l'eccentrico e il surreale.


Anche il Teatro Museo di Dalì è stato voluto dall'artista come una celebrazione di una vita, di un'intera carriera artistica: l'esterno già colpisce con i colori, le decorazioni (panini, uova...). Ma la visita dell'interno è un vero e proprio passaggio in un sogno sognato da un altro: Io tento - diceva l'artista - di creare cose fantastiche, cose magiche. come in un sogno. Il mondo ha bisogno di più fantasia. La nostra civiltà è troppo meccanica. Noi possiamo rendere fantastico il reale e allora sarà più reale della reale esistenza.

Forse è questa la lezione più viva di Dalì: liberare l'immaginazione. Vedere le cose da un altro punto di vista, mettere in discussione la meccanica della routine e del già pensato.

Un catalogo completo delle opere di Dalì lo si può trovare nel sito Virtualdalì. Idee da realizzare con i bambini per coinvolgerli con l'opera di questo artista qui. Una board di Pinterest dedicata a idee didattiche su di lui.

domenica 13 aprile 2014

La solitudine abitata

Una donna sola. 
In un momento di solitudine. Solitudine abitata però. Da qualcosa di percepibile, ma non esplicito: da una cura delle cose, da un momento di svago.
Il vassoio con una linda tovaglietta accoglie ordinate stoviglie. Sembra una colazione ben preparata. È per qualcuno che non non può prepararsela da solo? È per sé stessa?
Un'altra sedia appena scostata dal tavolo sembra indicare la presenza di qualcun altro: un uomo? Un figlio? Già usciti di casa per le faccende quotidiane?
I volumi ben posizionati e i colori danno l'idea di una persona solida, che occupa sicura uno spazio.
L'abito, coperto in parte da un grembiule da lavoro è ravvivato da un simbolo di libertà e divergenza, le scarpe rosse. Non sembrano pantofole, ma scarpe comode.
I piedi in movimento e la postura appena poggiata lasciano intendere che le incombenze e i lavori sono stati tralasciati, ma stanno per essere ripresi. Eppure l'impressione non è di frettolosità ma di relax. 
Questo quadro di Felice Casorati mi ha fatto pensare a quegli straordinari momenti della nostra ordinarietà quotidiana in cui prendiamo respiro, ritagliando dal tran tran momenti tutti nostri in cui pensare, riposare, rilassarsi, godere del presente.

giovedì 10 aprile 2014

#viaggionellarte: British Museum, Fregi del Partenone

Accidenti, quante cose ci sono a Londra! Nel preparare il viaggio estivo, mi sono detta che non voglio vedere tutto, cosa del resto impossibile, ma piuttosto scegliere le cose da non perdere cercando di capirle bene. Una di queste cose sono senz'altro i marmi del Partenone.


Se non vi è possibile partire, per visitare il Partenone potete cominciare da una visita virtuale dell'Acropoli di Atene, dove esso è collocato. Ma se volete vedere i frontoni decorati del tempio non dovete andare in Grecia ma appunto a Londra: essi infatti si trovano al British Museum. 

La decorazione scultorea dei frontoni, cioè le parti triangolari poste sulle fronti minori del tempio, fu affidata a Fidia, che fu collaborato da altri artisti. Le immagini seguenti raffigurano la ricostruzione del frontone occidentale, che ritraeva la battaglia tra Atena e Poseidone per il possesso dell'Attica.





Sul lato opposto era invece raffigurata la nascita di Atena. La giovane Atena, immagine della ragione, vince su Poseidone, divinità arcaica che rappresenta la forza. Oggi conosciamo l'intera composizione dei frontoni grazie a Jacques Carrey che li disegnò nel 1674 prima che  una parte venisse distrutta dall'attacco veneziano nel 1687. Nel 1799 Lord Elgin, ambasciatore inglese, prelevò la maggioranza delle statue frontonali e delle metope, poste al di sotto dei frontoni e le traslò in Inghilterra vendendole al British Museum.
Il tema della vittoria della ragione sulla forza viene ripreso dalle metope, che narrano della Gigantomachìa ( i Giganti sconfitti dagli dei dell'Olimpo), della Centauromachìa (la battaglia contro i Centauri, che con il loro corpo metà animale e metà umano rappresentano la violenza e la forza bruta), dell'Ammazonomachìa (sconfitta delle Amazzoni, donne guerriere sconfitte dagli Ateniesi, da un lato la barbarie e dall'altro la civiltà) e dell'Iliupersis (guerra tra Troia e Grecia, ancora una volta la lotta tra la barbarie troiana e la superiorità greca).
Fidia decide di non rappresentare singole figure accostate tra loro, ma di intrecciare delle masse in movimento  e unità plastiche concatenate.
Un elemento portante della scultura fidiaca è la luce. Nel gruppo delle tre dee che assistono alla nascita di Atena si nota la particolare tecnica del panneggio bagnato, in cui la stoffa come se fosse intrisa d'acqua aderisce al corpo e luccica come seta, reagendo alla luce in un sistema complesso di linee irregolari (non monotonamente parallele):


Si nota anche in questo insieme un unico movimento che conduce dalla dea sdraiata a quella seduta, in un armonico sviluppo che rispetta e valorizza la struttura triangolare del frontone. 

Devo infine soffermarmi sulla questione della restituzione dei marmi del Partenone all'Acropoli di Atene. Il governo greco lo ha chiesto con forza, in nome non della propria nazione ma dell'intera umanità che ha diritto a rivedere il Partenone per come è stato costruito:
-perché il monumento cui i Marmi appartengono, cioè il Partenone, si trova ad Atene
-perché ad Atene i Marmi saranno esposti vicino al Partenone e il visitatore potrà avere un'immagine completa del tempio
-perché i Marmi costituiscono una parte inalienabile del monumento
-perché gli inglesi hanno l'obbligo, non con la Grecia ma col patrimonio culturale di tutto il mondo, di ricomporre il suo simbolo, il Partenone, che è anche monumento dell'UNESCO.
L'occasione dell'uscita del film Monuments Men ha ridato fuoco alla polemica e ha visto schierarsi dalla parte della Grecia anche famosi attori. Del resto oggi gran parte dell'opinione pubblica britannica sostiene la tesi della restituzione.
Il diniego inglese si basa solo su ragioni di diritto: le leggi internazionali non prevedono il rimpatrio dei beni culturali e i frontoni furono a loro dire legittimamente acquistati da Lord Elgin.
Voi che ne pensate? 

Notizie dettagliate sul Partenone nei Quaderni di don Milani. E sulla questione della restituzione qui.

domenica 6 aprile 2014

Learn & Travel #impariamoviaggiando Intervista a Liliana Monticone

Mentre si susseguono i viaggi di istruzione e rimbalza sulla stampa anche qualche funesta notizia (un terribile incidente è occorso a un quindicenne in gita a Barcellona), vorrei soffermarmi sulla valenza educativa del viaggio. Non è mia intenzione difendere la gita scolastica in sé perché, come sempre, ai fini di una riflessione è inutile generalizzare lodi o critiche. Piuttosto vorrei ispirare una riflessione sul tema: un viaggio è fatto di tanti ingredienti, l'ideazione, la preparazione, l'organizzazione, la realizzazione vera e propria... e ognuno di essi può essere più o meno adeguato. Tutto è frutto di una scelta all'interno di una visione dell'educazione e dell'istruzione.


Per due anni da questo blog e da quello di Valentina Cappio (The family companyabbiamo lanciato l'iniziativa Impariamo viaggiando, per condividere le esperienze in cui il viaggio è stata anche un'occasione privilegiata di apprendimento. Potete leggere il post conclusivo del 2012, per capire meglio di che si trattasse.
Il fatto è che continuiamo a credere che il viaggio sia un modo del tutto naturale e divertente per imparare senza fatica. La conoscenza stessa è un viaggio: dentro una terra ignota, dentro un argomento sconosciuto, dentro noi stessi. E per conoscere davvero qualcosa non basta sapere, ma occorre fare un'esperienza diretta. Così il viaggio diventa un'occasione unica per immergersi nella storia di un popolo, di una cultura, di una città.
Da queste riflessioni è nata in me l'idea di un'intervista a Liliana Monticone, mamma viaggiatrice. L'avevo già intervistata per la rubrica Parole in viaggio, qui. Dunque partiamo con le domande...


1) Raccontaci innanzitutto di cosa ha significato per te viaggiare con tua figlia. Cosa è cambiato rispetto ai viaggi precedenti?

Premetto che io e mio marito abbiamo sempre viaggiato con Valeria e non l'abbiamo mai lasciata a casa né per un viaggio, né per un weekend, né per una cena in due, a meno che non lo chiedesse lei espressamente, cosa che raramente è accaduta. Si è lasciata scappare una volta un weekend in montagna, per pentirsene poi alla vista delle foto. È stato l'unico! Oggi, crescendo, diventano ovviamente di più le volte in cui non vuole uscire con noi, ma al momento capita per qualche cena con amici e mai per i viaggi.
So di andare controcorrente con questa affermazione e di farmi mettere immediatamente il bersaglio sulla schiena, però... noi lo pensiamo davvero. Devo sicuramente dire grazie a mio marito: si è sempre alzato ogni notte con me da quando è nata. La mia maternità, lavorando in proprio, è durata i cinque giorni di ospedale dopo il cesareo. Il sesto giorno ero in ufficio e dieci giorni dopo, appena tolti i punti, io e Valeria eravamo in giro col furgone per il nord Italia. Non avevo (ovviamente!) latte facendo questa vita e la notte lui preparava con me scaldabiberon e il necessario, ripetendo che insieme l'abbiamo fatta e insieme ce ne occupiamo.
Ero - e sono! - convinta che fosse esagerato, ma ha sempre considerato le ore di lavoro fuori casa, come un tempo sottratto al piacere di stare con Valeria. Certe sere, cosa su cui ancora oggi scherziamo molto, era un contendersela: "Giochi con me a questo?" E lui ribatteva: "No. Con la mamma hai giocato ieri sera. Adesso tocca a me!"
Ecco perché non abbiamo mai avuto la necessità di uscire da soli per respirare, per staccare o per chissà cosa. Stiamo bene in tre e i nostri tempi in coppia, li ritagliamo e li abbiamo sempre ritagliati quando Valeria dorme.
Con questa vita il viaggiare con un bambino piccolo, per quanto frenetico ed estremo, per noi è sempre stato più riposante del lavoro. Viaggiare con Valeria è un completamento della nostra vita prima e dei nostri viaggi dopo. Il piacere di stare insieme noi tre in un tempo dedicato ed esclusivo e il piacere di vederla scoprire il mondo in condizioni insolite per tutti i bambini che non viaggiano.
Il nostro modo di viaggiare non è assolutamente cambiato. Forse l'unico aspetto che è un po' variato è stato il prediligere, nei primi anni di vita, destinazioni con condizioni igieniche "decenti", giusto per aspettare che il sistema immunitario si formasse.
Siamo passati dal piacere di stare insieme e viaggiare in coppia a quello di farlo in tre (non ho mai viaggiato sola, io e mio marito ci frequentiamo da quando avevo 17 anni io e 19 lui). Prima ci fermavamo due ore su una spiaggia deserta a guardare le foche nuotare, dopo abbiamo cominciato a farlo in tre. Senza ricerche, destinazioni particolari o dedicate, ma facendo assaporare a Valeria il piacere della scoperta in quello che si faceva. Quando poi capitava di incontrare un parco giochi sulla strada, ovviamente la fermata era d'obbligo, ma a quel punto... giocavamo anche noi con lei al parco giochi... anzi, giochiamo ancora!

2) Cosa hanno significato i viaggi per tua figlia? Quali competenze, quali life skills ha imparato?

Penso che i viaggi, soprattutto per il nostro modo di viverli, siano un bombardamento di stimoli e un fuoco incrociato di esperienze. La mente si apre in modo smisurato e incalcolabile.
In viaggio si impara a distruggere quegli schemi mentali costruiti a casa e a scuola con tanta fatica, per costruirne, in parallelo di nuovi. Si impara ad abbattere il concetto di normalità e a contestualizzarlo. Si impara a selezionare e discernere azioni che nel nostro ambiente sono considerate universalmente giuste o universalmente sbagliate. Anche nelle cose più piccole.
È bellissimo vedere il suo stupore davanti a divieti e permessi dati per acquisiti, che in viaggio vengono completamente stravolti. Penso alla sua faccia davanti ai primi "Qui puoi tuffarti dal ponte più alto della barca" o "Qui puoi salire sul tetto della jeep e viaggiare là sopra". Allo stesso modo una banale azione come il bere una spremuta fresca o il mangiare una mela con la buccia, diventano divieti assoluti in certi paesi e in certe situazioni.
Sono queste esperienze anche banali che insegnano a relativizzare concetti di assoluto che sono radicati in tanti adulti e non solo nei bambini e che tanti problemi danno nel nostro mondo.
Si cresce più in fretta, quando si tocca con mano la povertà degli altri bambini e il senso di impotenza davanti alle ingiustizie "mondiali".
Si ricollocano i nostri problemi che a casa sembrano enormi. Non si ha più il coraggio di lamentarsi per la mancanza di una maglia firmata quando si incontrano bambini a cui si regala in viaggio la propria perché, di primo mattino, stanno tremando di freddo e non hanno la possibilità di comprarla.



3) Come hanno reagito gli altri? I parenti, gli amici... soprattutto la scuola?

Bella domanda! La risposta perfetta ed esaustiva sarebbe probabilmente una lista di insulti! Penso che renda bene l'idea. Parenti e amici, salvo rare eccezioni in cui probabilmente tutti, leggendo, si identificheranno, non hanno mai capito il senso del nostro viaggiare. Nella loro testa si aspettavano che rimanendo incinta ci saremmo fermati e noi all'ottavo mese di gravidanza siamo stati in Norvegia, barando un po' sulle date per la compagnia aerea che altrimenti non mi avrebbe imbarcato. Poi quando è nata erano sicuri che sarebbe successo. Tutti a ripetere che le nostre pianificazioni sarebbero state distrutte con l'arrivo di Valeria, per scoprire che dopo quindici giorni dal mio cesareo siamo andati a sciare con lei (quella ammetto che è stata un po' esagerata!) e nostra figlia a 14 mesi aveva fatto 14 stati con buona pace di tutti, ormai rassegnati al fatto che non li avremmo fatti entrare nelle nostre decisioni.
Con la scuola capitolo a parte... e peggio ancora. Tutti a dirci di goderci i primi tre anni che poi con l'asilo la musica sarebbe cambiata. In realtà sono stati due e mezzo, perché Valeria è andata prima alla scuola materna. Le insegnanti hanno cominciato a dirci che le assenze erano "vivamente sconsigliate" perché sarebbe stato come ricominciare il reinserimento. Ora, non è il mio campo e non voglio insegnare niente a nessuno, ma di problemi non ne abbiamo mai avuti. Se il bambino ha un attaccamento sicuro, l'inserimento non è un problema dopo i primi due giorni in cui capisce che la mamma torna e non è un problema al ritorno da un viaggio, quando il bambino ha vissuto piacevolmente il fatto di avere i genitori 7/7-24/24 con lui, e vive bene allo stesso modo la normalità e la regolarità della vita quotidiana.
A quel punto le frasi sono diventate: fatelo adesso perché poi comincia la scuola e non potrete più farlo. Noi ovviamente abbiamo continuato. Alle elementari devo dire senza problemi esagerati,... insomma, le "rotture" normali. Forse perché già in seconda elementare c'erano stati una serie di eventi in cui, a differenza di tutti gli altri genitori, avevo preso posizione netta e mi ero esposta. Mi chiedo ancora oggi se sia proprio per questo mio essere rompiscatole che mi ripetevano "Valeria può permetterselo perché recupera in fretta".
Arrivate le medie ovviamente la situazione avrebbe dovuto cambiare con certezza. La frase è diventata: le medie non sono le elementari. Vero. Infatti abbiamo proseguito! Nel frattempo il blog offriva anche opportunità extra. L'anno scorso, seconda media, devo dire che è stato un anno scolastico "notevole": abbiamo fatto Danimarca, Faroe, Islanda, Sri Lanka, Oman, Maldive, Marocco, Camargue,... e diversi weekend vari. Quest'anno gli esami. Siamo stati un mese in Nepal e ora siamo di nuovo in partenza.
I problemi sono parecchi. Le obiezioni che normalmente ci vengono fatte sono sempre le stesse. Il ridicolo è che non ci vengono fatte solo dalla scuola. Gli insegnanti sono sotto un fuoco incrociato di genitori che vanno da loro (sì, avete capito bene!) a lamentarsi del fatto che noi facciamo troppe assenze. Non so se si sentono paladini della giustizia o più probabilmente siamo nella sfera di frustrazione e invidia. Siccome però il pacchetto bisogna prenderlo completo, li farei provare una settimana a lavorare con me! O anche solo a viaggiare con noi che, per farlo con le risorse economiche di una famiglia normale, ci adattiamo a  dormire con i topi in Nepal o a mangiare mosche in Sri Lanka.
Ecco allora che in quei genitori scatta un meccanismo perverso per cui Valeria fa tutte quelle assenze mantenendo i risultati, non perché si mette pancia a terra, giorno e notte, una settimana prima e una dopo, per recuperare quanto perso e raggiungere il risultato. Secondo loro riesce perché è la preferita degli insegnanti. Questi a loro volta entrando sulle difensive e pressati dai loro meccanismi di inadeguatezza, non difendono il loro operato. Il risultato non può che essere un mix esplosivo in cui barcamenarsi dove un insegnante, per paura di essere considerato di parte, dà quel mezzo punto in meno quando sente odore di assenze, cosa che, lungi dal placare le polemiche, le alimenta in un circolo vizioso da cui non si esce più.
Valeria, è capitato proprio in questi giorni, entra in casa sbraitando che non è giusto, che il suo voto doveva essere più alto e giù ad elencarmi tutte le virgole di ingiustizia scolastica cosmica. Siccome mi sono stufata di spiegarle che noi vogliamo il massimo e basta, vogliamo il risultato, ma davanti a queste cose passiamo oltre, dopo averla lasciata sfogare un po', le chiedo, volutamente sottovoce, se è giusto che in questo momento i bambini che qualche mese fa ha preso in braccio in Nepal non abbiano i soldi per gli antibiotici, mentre lei sta nuovamente partendo per le vacanze. Per loro non è una questione di scelta.
"Il mondo non è un posto in cui regna la giustizia. Cerca di fare in modo, con quello che sceglierai di fare nella tua vita, di lasciarne un po' di più di quella che hai trovato".
Da mamma la cosa che più mi infastidisce sono i discorsi sulla serietà e sul senso del dovere. Sono convinta che in educazione esistano tante strade per raggiungere lo stesso obiettivo, strade che passano attraverso il nostro modo di essere e di pensare, il nostro modo di essere coppia e di essere genitori, il nostro modo di vivere, per scelta o per necessità.
Quello che noi abbiamo scelto è questo, senza giudizio o condanna di quello che scelgono gli altri, semplicemente diverso. Per noi la serietà non passa da una presenza scolastica che non si può infrangere per senso di responsabilità, presenza che se non diventa, come spesso accade, solo una facciata, è comunque un metodo valido per passare il concetto. Noi, forse un po' per deformazione professionale, abbiamo deciso di trasmettere il concetto con il risultato. Una volta acquisito il metodo di studio che chiaramente le abbiamo insegnato, a noi non interessa se studi al pomeriggio alla tua scrivania, al mattino sull'autobus, alla sera prima di dormire o se ti va e non hai altro tempo, punta pure la sveglia alle 3 di notte. A noi interessa che tu sappia la lezione e porti a casa il risultato. Molto semplicemente.
A due anni e mezzo quando ha cominciato ad andare all'asilo aveva due alternative: alzarsi e svegliarsi con noi alle 6 e scendere in ufficio (la ditta è attaccata all'abitazione), oppure dormire fino alle 7.30, ma a quel punto doveva svegliarsi con la sveglia, vestirsi da sola e scendere in ufficio a fare colazione col tè della macchinetta mentre aspettava il pulmino. Quale scuola migliore di autonomia e senso di responsabilità?
Intorno ai suoi tre anni facevamo lunghi viaggi in autostrada, io e lei, col furgone, per lavoro. Avrei potuto tranquillamente rilassarmi sparando la musica e pensando ad altro. La tenevo spenta. Chiacchieravo con lei (anche se a quell'età non è poi così stimolante per noi adulti), le parlavo di quello che succedeva attorno a noi e quando avevamo finito gli argomenti e rischiava di annoiarsi, abbiamo cominciato per gioco a ripetere il Sabato del Villaggio. La sfidavo: "Scommetto che non ti ricordi. Scommetto che non riesci a ripeterla". Morale che in brevissimo tempo aveva imparato a memoria tutta la poesia. Il metodo aveva un po' la doppia funzione: anti-noia e allenamento della memoria.
Non vi dico cosa è successo quando un bel giorno, all'asilo, le maestre l'hanno sentita decantare la poesia mentre costruiva coi lego!
Dovevano soltanto più chiamare i servizi sociali. Ovviamente, quando sono arrivata a prenderla, avevano già deciso come stavano le cose e che io ero da rinchiudere. Senza possibilità di replica, a scuola sanno sempre cosa è giusto e cosa è sbagliato!
Oggi però non mi parlano di voglia, di sbattimento, di impegno, di costanza, di senso di responsabilità riguardo la sua autonomia scolastica. Oggi mi dicono che sono fortunata perché mia figlia legge una volta e impara e i loro figli fanno ammattire!
Chiaramente ci tengo a precisarlo, questi sono solo casi relativamente isolati e non sono tutti così. Ci mancherebbe altro. Ho incontrato davvero tante persone professionali e preparate, lontanissime da questi schemi. Purtroppo, da un lato fa più rumore un albero che cade da una foresta che cresce, dall'altro credo che forse mai come oggi la scuola debba imparare ad adeguarsi alle esigenze delle famiglie che sono inevitabilmente cambiate.
Sono cosciente del fatto che serviranno secoli, ma gli orari di oggi e i tempi di vacanza, andavano bene quando il 90% della popolazione lavorava in fabbrica e aveva il mese di agosto libero. Oggi le esigenze sono quelle delle professioni più disparate: turnisti che lavorano di notte e/o il sabato e la domenica, professioni stagionali come la nostra, lavori da pendolari in cui un genitore sta a casa dieci giorni al mese o un mese ogni tre...



4) Cosa ne pensi dei viaggi di istruzione? Cosa proponi per renderli più significativi?

In realtà non mi sono mai posta più di tanto il problema. Devo ammettere di averli sempre considerati inutili ed estemporanei. Forse avevano un senso 30 o 40 anni fa, quando non ci si muoveva, non si viaggiava e non esistevano i voli lowcost. Mi verrebbe da dire meglio usare le stesse risorse in maniera più costruttiva. Penso ad esempio al Regno Unito dove da settembre il codice sarà materia obbligatoria dai 5 anni.
La seconda parte della domanda, quando si tratta di passare al costruttivo, mi mette in difficoltà. Temo che non ci sia un modo per riesumarli in maniera significativa, a meno, forse, di riuscire ad entrare, come scuola, in luoghi prettamente chiusi al pubblico. Mi viene in mente una gita di istruzione da Google o alla sede Apple Italia. Un incontro con Luca Parmitano nei suoi ambienti di lavoro, una persona che si dimostra sempre un grande uomo, prima di essere un grande professionista, rispondendo alle domande e ai commenti di tutti sui suoi canali social e dedicandosi particolarmente ai giovani. Penso anche solo alla prima volta in cui sono entrata al Coderdojo a Milano.


Forse le gite potrebbero focalizzarsi su ambienti altamente professionali che facciano percepire ai giovani che esiste la passione per il lavoro, per i propri risultati, la passione per quello che si fa. Far loro toccare con mano che non tutti gli adulti sono insoddisfatti e frustrati dall'arrivo del lunedì mattina. Credo ce ne sia davvero tanto bisogno e indipendentemente dall'età e dall'indirizzo scolastico, sarebbero sicuramente gite affascinanti e formative, oltre che di istruzione.

Su quest'ultima risposta, Liliana, dissento un po'. Non tutti oggi hanno la possibilità di partire con le famiglie, qualcuno prende l'aereo per la prima volta in una gita scolastica. E poi, come dicevo all'inizio, si tratta sempre di scelte e di visione. Un viaggio è utile se ben pensato. Che ne dici? Che ne dite?

Commentate pure, le risposte da parte mia riverranno tra qualche giorno quando sarò tornata da... una gita scolastica! ;-)

 

giovedì 3 aprile 2014

#viaggionellarte: British Museum, Stele di Rosetta


Comincio oggi il mio Viaggio nell'arte, da un reperto che non si può non conoscere.
Chi entra al British Museum sa che vi troverà la stele di Rosetta e i fregi del Partenone. Ed è da qui che voglio cominciare per il mio percorso di preparazione alla visita, seguendo il suggerimento di Philippe Daverio che nel suo Il museo immaginato consiglia di preparare la vista di un quadro o di un reperto utilizzando la straordinaria risorsa del web. 
La stele di Rosetta è una di quelle cose che devo assolutamente vedere perché il ricordo del suo studio affonda le radici nella mia adolescenza, quando da ginnasiale mi affacciavo alle meraviglie della civiltà antica e alle chiavi che ci hanno permesso di conoscerla. Una di queste chiavi è proprio una pietra, Rosetta stone, si dice in inglese con espressione più pregnante del nostro stele
Rosetta è la città dove fu trovata da un oscuro soldato francese nel 1799 durante la campagna napoleonica in Egitto. I francesi persero e la stele dovette essere consegnata come bottino di guerra agli Inglesi che, dopo averla studiata, la esposero al British Museum.  Fu il fisico Thomas Young a comprendere che si trattava dello stesso testo in due grafie egizie (demotico e geroglifico) e in greco. Ma fu Champollion che nel 1822 riuscì a decifrare per la prima volta la scrittura egizia, aprendo le porte di un'intera civiltà.


Tutti coloro che avevano avuto a che fare con la stele, compresi alcuni soldati che conoscevano il greco, rimasero da subito incuriositi dai segni iconici della grafia geroglifica e si sperò che in qualche modo il testo greco fosse proprio una traslitterazione del testo egizio. Vennero fatte immediatamente tre copie, anche se i mezzi tecnici del tempo non permisero l'esatta riproduzione: Champollion fu rallentato nei suoi studi proprio dal fatto che non lavorava sull'originale ma su una delle copie. Poi, il 14 settembre del 1822 ebbe l'illuminazione: contare i segni! Quattordici righe di geroglifico corrispondevano a diciotto righe di testo greco e circa 1400 geroglifici corrispondevano a 400 parole greche, dunque non poteva trattarsi solo di ideogrammi come fino ad allora si era pensato, ma  anche di veri e propri suoni. Partì dall'identificazione del nome proprio di Tolomeo:


Il sistema geroglifico comprendeva dunque sia segni fonetici che simboli. Il segreto era stato forzato! (qui altre notizie su Champollion)
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