sabato 4 luglio 2015

Il mio primo incontro con Jane Austen: Emma


Arrivo tardi, forse, al primo incontro con un classico della letteratura inglese, un punto fermo del canonico bagaglio di ogni lettore appassionato.  Ma è andata così e sicuramente gli incontri arrivano quando è possibile afferrarli. Ed evidentemente questo era il momento di Jane Austen per me.
Come tutti gli incontri che si rispettino, all'origine fu il "caso". Non un percorso di studi che avrebbe richiesto un ordine cronologico nell'approccio. Ma il caso di una proposta di lettura mensile di gruppo, nel club di lettori più delizioso che conosca, quello del gruppo FB che mi vanto di aver fondato, Segnalibro. Per cui ho cominciato dal penultimo dei romanzi di Jane, l'unico intitolato alla protagonista dell'intreccio, Emma.
Letti i primi capitoli, mi ero affrettata a esprimere la prima impressione: quella di trovarmi, per niente coinvolta, come ad assistere a uno spettacolo teatrale in costume, senza implicazioni emozionali, se non quella di una sgradevole sensazione di estraneità. 
Il dovere della lettura comune mi aveva spinta a perseverare, con una certa premura.
Mi addentravo, è vero, nella sorniona e leggera scrittura dell'autrice, soffermandomi di tanto in tanto a sottolineare le massime che fanno capolino e che sembrano messe là proprio per essere notate. L'autrice ti porta a notarle: come se ti invitasse a indugiare su alcune impercettibili svolte del racconto. E mi sono ingannata. Jane Austen mi ha ingannata alla grande: perché quell'estraneità, quella sottile antipatia per la protagonista è volutamente preparata e coltivata dalla scrittrice stessa. Ci sono cascata. 
Ne ho preso coscienza a poche pagine dalla conclusione, quando ormai convinta della vacuità della vicenda e dei dialoghi oltre che delle preoccupazioni dei personaggi e della provincia inglese dell'Ottocento, ho avuto insieme a Emma la rivelazione della verità.
Insieme a Emma che finalmente conosceva se stessa ho conosciuto l'inganno costruito dall'autrice. E ne sono rimasta sorpresa. 
In poche frasi tutto ha assunto una nuova luce e la maestria dell'autrice è evidente proprio nella coincidenza tra forma e contenuto: da un mondo costruito sull'inganno e sull'apparenza ingannevole a un mondo di sincerità e di affetti reali, da un dispiegarsi di dialoghi e di rapporti che dissimulano la realtà al chiarirsi  di tutto, come in un mosaico di cui prima si scorgeva solo un disegno confuso, attraverso un impercettibile ma luminoso cambiamento di atmosfera. La commedia degli equivoci e dei fraintendimenti diventa alla fine romanzo d'amore, dei più ottocenteschi, dei più puri.
"Pochi istanti bastarono a fare conoscere il proprio cuore" a Emma. Sì, "era bastata mezz'ora per dare a ciascuno di loro la preziosa certezza di essere amato". E da qui cambia tutta la percezione delle banali cose, delle cose uguali a se stesse di tutti i giorni: tutto uguale e tutto diverso! Perché ogni vero amore fa sì che tutto diventi diverso e speciale: "nell'esperienza di un grande amore tutto diventa avvenimento nel suo ambito" (R. Guardini).

mercoledì 24 giugno 2015

Il grande Gatsby



"Il suo era uno di quei sorrisi molto rari, quei sorrisi capaci di infondere coraggio che si possono incontrare quattro o cinque volte nella vita. Quel sorriso affrontava in un attimo, o sembrava affrontare, il mondo intero, e poi si raccoglieva con un’attenzione esclusiva sulla persona a cui era rivolto. Riusciva a capirti proprio fin dove voleva essere capito, credeva in te come a te sarebbe piaciuto credere in te stesso, e ti garantiva di aver ricevuto da lui l’impressione che pensava di produrre nella migliore delle situazioni. Giunto a questo punto il sorriso svaniva", bella descrizione del protagonista de Il grande Gatsby, romanzo suggeritomi da un giovane amico. 
Un sorriso che è metafora di una promessa non mantenuta. 
"Tutto il mondo ozioso e splendido della cosiddetta buona società di New York e di Long Island sfila in queste pagine", ha scritto un critico, tutto un mondo reso vacuo dalla caccia al piacere e alla ricchezza, intesa come «forza corruttrice che rischia di infrangere tanto il sogno di amore che l'esigenza della purezza". 
Un affresco della bella società in cui, dietro la luccicante facciata, l'horror vacui trova sempre la strada per insinuarsi nell'apparenza e ostentata felicità dei grandiosi party e delle spensierate chiacchiere festaiole.
Un bel classico da leggere o da rileggere.

mercoledì 20 maggio 2015

Assaggi di #Expo2015

L'8 maggio sono stata all'Expo, per un assaggio (è il caso di dirlo) del mondo attraverso i padiglioni di ogni paese. Vorrei portarvi con me attraverso le immagini:


Alcuni padiglioni non li ho visti all'interno per motivi di tempo e di file, ma vederli dall'esterno è già bello: le architetture sono proprio l'espressione della più alta creatività.

Alcuni paesi scelgono di evidenziare i propri punti di forza, i colori della terra, le prerogative del proprio popolo, quasi come uno spot tridimensionale delle proprie bellezze:


Messico, Colombia, Spagna, Vietnam, Belgio per esempio scelgono questa modalità.

Altri preferiscono veicolare un messaggio forte, come Israele che vanta le sue conquiste nel settore dell'innovazione agricola attraverso un video esplicativo che segue la storia di una famiglia dalle origini dello Stato israeliano a oggi. O come la Thailandia che vuole farci conoscere l'amore per la terra della famiglia reale.
Tra questo il padiglione che più mi ha colpito è quello targato South Korea, che tramite l'avanzata tecnologia trasmette il messaggio dell'hansik, cioè del cibo sostenibile in armonia con il pianeta e con il benessere della persona:



Qual è il tuo cibo preferito? - ci si chiede all'ingresso del padiglione. Perché "sei ciò che mangi". Ingerendo il cibo fai una scelta, e se ti fai guidare dal principio dell'ansia sceglierai in armonia con le stagioni e la compatibilità degli ingredienti. 

Vi sono anche messaggi istantanei all'Expo: 


E installazioni che ti conducono nel contrasto a riflettere su passato e futuro, memoria e innovazione:


Insomma, so già che come dicevo all'inizio questo è stato solo un assaggio, ci tornerò per entrare nei padiglioni che non ho visitato e per rivedere quelli che ho apprezzato di più.

domenica 26 aprile 2015

La masseria delle allodole



Una storia ancor prima che un romanzo. La storia del popolo armeno "inerme e insicuro,  a cui ogni giorno può volgersi in male" e del massacro per mano dell'Impero ottomano ormai in decadenza (il 24 aprile scorso ne è stato celebrato il centenario). Uomini barbaramente uccisi, donne deportate e fatte morire di stenti. Si comincia a ritroso, sapendo già che alcuni componenti della famiglia dei protagonisti si salveranno. Ma fino alla fine la tragedia incombe, facendo anche dimenticare che alcuni potranno godere di un lieto fine. Eppure vince il bene. 
Il bene che rassicura fin dall'inizio, rappresentato da un luogo denso di spiritualità come la Basilica di sant'Antonio di Padova: "Dopo tanti anni, è nell'odoroso interno brulicante che mi sento a casa, nel caldo nido di una volta: non estranea, non ospite, ma passeggera di un treno di cui non conosco l'orario. So soltanto che di qui passerà, da questa grande stazione dove nessuno è straniero, e un grande cuore che batte per segnarci il cammino. Qui vorrei finire il mio tempo, appoggiata a un gradino consumato dai passi degli uomini, perché Qualcuno mi accetti, per non svanire nel nulla, e transitare verso la luce (...)".
Dall'inizio dei massacri, Dio si è velato: l'orizzonte "si sta restringendo bruscamente, come se la sua anima luminosa bruciasse dai margini, affondando pian piano in un'ombrosa voragine nera", ma " non può vincere, il male, se il bene esiste".
La masseria delle allodole è il luogo dove i parenti dall'Italia, attesi, non arriveranno mai, è il luogo dei destini incompiuti ma è anche il luogo in cui una famiglia ha vissuto, ha aiutato gli altri, ha influito sulla vita di un intero villaggio e tutto questo, come in una transazione commerciale costruita anche con i risparmi e le ricchezze nascoste dalle donne, sarà moneta per riscattare la salvezza.

mercoledì 8 aprile 2015

Pizzi d'Autore: intervista con Simona Lo Iacono


La nostra Mavie oggi ci porta nel mondo di Simona Lo Iacono, magistrato siracusano e scrittrice di grande talento, che ha pubblicato racconti e romanzi e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine e da non molto è conduttrice per l’emittente Zeronove del programma Buk. Fa parte dell’EUGIUS, l’associazione europea del “giudici-scrittori” e della SIDL Società Italiana di Diritto e Letteratura. Sul blog letterario “Letteratitudine” di Massimo Maugeri, cura la rubrica "letteratura è diritto, letteratura è vita che coniuga norma e parola, letteratura e diritto.
Ha pubblicato il racconto I semi delle fave con cui ha vinto il primo premio edito dal convegno “Scrivere Donna 2006”. Il suo primo romanzo Tu non dici parole (Perrone 2008) ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti: il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa. Nel 2010 ha pubblicato il racconto lungo La coda di pesce che inseguiva l'amore, scritto a quattro mani con Massimo Maugeri (Sampognaro & Pupi, 2010 -Premio "Più a Sud di Tunisi"). Nel 2011 ha pubblicato il romanzo Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea (ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande). Nel 2012 ha pubblicato il racconto storico Il cancello. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà (con cui ha vinto il Premio Martoglio).



Immergiamoci adesso nel dialogo tra Mavie e Simona:

Cara Simona, un curriculum di tutto rispetto, ricco di premi. Voglio cominciare proprio dai tuoi premi, alcuni dei quali davvero molto prestigiosi, ad esempio il Vittorini opera prima al tuo primo romanzo appunto:  Tu non dici parole. Come li hai vissuti questi premi? Posto che sicuramente fanno piacere a tutti, hanno dato un particolare impulso alla tua scrittura? Ti hanno incoraggiato in qualche modo?
Grazie davvero, carissima Mavie, per le tue domande e per l'interesse nei miei riguardi. Ho sempre vissuto i premi come doni, inaspettati e confortanti, che in qualche modo mi accarezzano, mi danno coraggio. Ma un coraggio tutto interiore, nel senso che il premio mi aiuta a denudarmi nella scrittura, a negare infingimenti, maschere, inganni. Ad essere, in qualche modo, ciò che mi piacerebbe diventare, un essere pienamente morale.
Il tuo lavoro di magistrato è molto impegnativo, eppure sei riuscita a fare in modo che invece di ostacolare il tuo lato letterario, abbia costituito un valore aggiunto. Mi riferisco alla rubrica che curi sul blog Letteratitudine, ma mi riferisco anche al fatto che nei tuoi romanzi il processo è comunque il protagonista indiscusso della narrazione. Vuoi raccontarci tu stessa in che modo questo elemento, il processo, abita i tuoi tre romanzi?
Il processo è un'interessante spunto di riflessione letteraria. Se ci pensiamo bene, infatti, è come un grandioso scenario in cui campeggiano, si incontrano e si scontrano tanti elementi: il bene e il male, la verità e la menzogna, la paura e la colpa, la volontà e la negligenza. In seno a un processo, poi, non c'è solo l'elemento del giudizio ma quello dell'auto analisi (pensiamo a una confessione giudiziale), quello della memoria (la testimonianza) e quello dell'equilibrio tra diverse voci (pensiamo al principio del contraddittorio che deve garantire che accusa e difesa siano poste allo stesso livello). Ecco. Il processo si presta a interpretare la realtà, a cercarla, ad affondare in essa con dolore e con umiltà. Per questo motivo diventa materia narrativa, perchè si offre come una sorta di lente di ingrandimento, come un necessario strumento di analisi. Con una differenza, però, rispetto al processo reale. Che lo scrittore è libero dalla ristrettezza del campo probatorio, e vive un meraviglioso stato: quello della libertà.  



Parliamo della tua ultima opera Effatà, ambientato nella Siracusa degli anni 50, periodo non troppo distante in termini cronologici, se ci voltiamo indietro possiamo ancora toccarlo, ma certamente molto lontano come tipo di vita, un salto temporale molto più ampio di quanto i pochi decenni trascorsi farebbero supporre. Inoltre le vicende siracusane, la piccola storia, si intrecciano in qualche modo con la grande storia, e in particolare con una delle pagine più drammatiche scritte dall’umanità nel secolo scorso: il processo di Norimberga. È stata lunga e difficile la documentazione storica? Cosa potresti consigliare a qualcuno dei nostri lettori che volesse cimentarsi nella scrittura di un romanzo storico?
Raccogliere il materiale storico può richiedere tempo. Però non è mai difficile, è appassionante. E' come inseguire un mistero, dipanarne le ragioni intime, entrare nel tempo senza che ciò ti sia imposto da letture astratte (i libri di storia), ma vedendolo con i tuoi occhi, riassorbendolo come un tempo tuo, anche se già trascorso. Credo quindi che scrivere un romanzo storico sia sempre, e prima di tutto, una esigenza dell'anima, e che l'unico consiglio da seguire sia questo: ascoltare i propri interrogativi, cercare di fare della storia non un mostro da subire (il "grande scandalo" di cui parlava meravigliosamente Elsa Morante), ma uno spunto di riflessione, che possa in qualche modo indurci a cambiare, a essere critici e pensanti, a non imbavagliarci mai in visioni statiche. La storia può insegnarci molto sul nostro presente e sul nostro futuro. 
Nel tuo bellissimo romanzo uno dei protagonisti è un bambino, e di bambini si parla anche nella particolare sezione del processo di Norimberga che tu prendi in esame. Quanto ha influito in questa tua scelta l’essere madre di un ragazzino che,  presumibilmente, quando hai scritto questo romanzo aveva più o meno l’età del protagonista? Hai pensato a tuo figlio nel tratteggiare il rapporto del tuo protagonista con la madre?
Mio figlio è stato la prima ragione per cui ho scritto "Effatà". E mi ha ispirato tanto, perchè da lui ho appreso una cosa che avevo dimenticato, e cioè "lo sguardo" di un essere completamente innocente su una realtà colpevole. Dilatando poi questa esperienza "materna", ho abbracciato nel libro ogni bambino, compreso quello irrisolto o mai veramente consolato  che abita dentro di noi.
E a proposito di figli. Sappiamo che i nostri figli possono essere i nostri fan più sfegatati così come i più severi critici, o entrambe le cose. O ancora possono essere indifferenti o falsamente indifferenti rispetto al lavoro o alle passioni della propria madre. Che ci puoi dire in proposito? Come si vive in famiglia la tua passione letteraria e il tuo impegnativo lavoro?
Più che altro io vengo "sopportata"! Nel senso che la mia famiglia si è semplicemente rassegnata a:
1) vedermi sommersa da montagne di fascicoli (di giorno), 
2) vedermi sommersa da pile di libri (la notte),
3) vedermi correre trafelata a scuola di mio figlio, alla posta, in banca, al supermercato...
Piovono consigli da tutte le parti sulla mia iper attività. Quasi tutti mi pronosticano malattie incurabili da stress, ma la verità è che sanno benissimo che non potrei mai fare a meno nè della dimensione lavorativa nè di quella letteraria, e che entrambe concorrono a fare di me una mamma (imperfetta, ma appassionata).
Chi scrive non smette mai: i tuoi programmi per il futuro in questo senso? 
Scrivo sempre. Tutti i giorni. E se non scrivo, penso di scrivere, raccolgo mentalmente appunti, annoto nel cuore e nello spirito eventi, parole, suggestioni. Ho completato da poco un romanzo che spero possa vedere presto la luce, anche se per il momento sono molto impegnata in ufficio (sto presiedendo una sezione civile come facente funzioni) e quindi ho rimandato la pubblicazione al prossimo anno. 
E infine la nostra domanda di rito. Se tu dovessi consigliare un libro a un nostro lettore che potrà leggerne soltanto uno nella sua vita, quale gli indicheresti?
È difficilissimo! Se escludiamo il Vangelo, unico testo davvero necessario, mi sentirei di consigliare un libro di Romain Gary, La vita davanti a sé, tradotto in Italia da Neri Pozza, struggente storia di Momo, ragazzino arabo che vive a Parigi, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, madame Rosa. Un attuale e sconcertante esempio di connubio e convivenza tra diverse razze e religioni, reso possibile da un solo ingrediente: la pietà umana. 

domenica 29 marzo 2015

Da Genova alla Costa Azzurra

Viaggiare è un'ottima occasione per imparare e più volte in questo blog ho cercato di dimostrarlo. Il viaggio di istruzione, a maggior ragione, lo è. L'anno scorso con i ragazzi delle terze della scuola di cui sono dirigente siamo andati a Barcellona, ma anche da insegnante mi piaceva accompagnare i ragazzi in gita (nel 2009 a Napoli, per esempio, o nel 2012 in Toscana). Quest'anno la nostra meta è stata doppia: la Liguria e la Costa Azzurra.

Il primo impatto è stato quello con l'Acquario di Genova:


Non so come la pensate su zoo e acquari, ma a me dopo la prima beatitudine nel guardare gli animali e nell'osservarli, viene un po' di magone. Ma proseguiamo.

A Monaco-Montecarlo abbiamo toccato con mano il lusso:


Ma abbiamo anche visitato una chicca, che vi consiglio assolutamente, il Giardino giapponese, vi ritroverete come in un'oasi di pace in mezzo ai palazzi:


Alla visita del Principato abbiamo dedicato la seconda giornata. Il terzo giorno, invece, ci siamo spostati a Nizza per poi visitare a Eze la fabbrica della Fragonard, celebre casa francese di profumieri. Di Nizza, che avevo già visto, vi lascio i colori del mercato di Cours Saleya:


L'ultimo giorno abbiamo avuto la piacevole sorpresa di scoprire la parte antica di Sanremo, il quartiere della Pigna: 


Spero di avervi fatto venire il desiderio di un viaggio in queste zone!

mercoledì 11 marzo 2015

Pizzi d'Autore: intervista con Luigi La Rosa


Eccoci al secondo appuntamento con la nostra nuova rubrica. Lascio subito la parola alla sua curatrice, Mavie che per noi oggi intervista Luigi La Rosa:

Ciao Luigi, per il momento tralascio il tuo curriculum e inizio dalla fine, non in senso di tappa finale di un percorso che anzi è appena all’inizio, ma come ultima cosa in ordine di tempo.
Hai recentemente pubblicato il tuo primo romanzo: Solo a Parigi e non altrove (Ed. Ad Est dell’Equatore).
In realtà definirlo romanzo è riduttivo, nel senso che al suo interno troviamo molto di più, infatti tra le sue pagine albergano le vite e gli amori di artisti che sono in qualche modo legati a Parigi.
E così, la vicenda del protagonista, il romanzo quindi, si incastona superbamente all’interno dei percorsi emotivi, degli itinerari sentimentali dei grandi personaggi che hanno fatto di Parigi la loro dimora permanente o temporanea.
Un sottile equilibrio dunque tra saggio e romanzo.

Sei d’accordo con questa mia lettura? E perché Parigi? Sarebbe stato possibile ambientare la vicenda in un’altra città?

Chiaramente ogni città esercita un fascino particolare e soggettivo su ciascuno scrittore. Le città belle sono tante e diversissime tra di esse, per cui ciascuno potrebbe amarne una differente, tuttavia la complessità, l’innesto, la prodigiosa ricchezza storica, monumentale e artistica assimilata da Parigi nel corso della sua incredibile memoria costituisce, credo, un caso piuttosto unico che raro. Nessuna capitale ha messo insieme, negli stessi anni e attraverso i secoli, tante esperienze, tante vicende espressive, tante storie collettive. E gli scrittori, si sa, sono sempre a caccia di queste ultime. Pertanto credo di poter affermare senza margine d’errore che il caso di Parigi sia alquanto unico.

Il tuo amore per Parigi è cosa conclamata, e guarda caso la scintilla dell’innamoramento è scoccata durante una tua prima visita alla città, occorsa non troppi anni fa.

È dunque la tua personale storia d’amore con Parigi che racconti?

Esattamente. Molti critici hanno definito questo libro un “atto d’amore”, una grande “storia d’amore”, un libro “sentimentale”, un romanzo “del cuore”. Tutte definizioni che trovo giuste, perché l’amore, l’amore-passione, trova all’interno delle pagine uno spazio notevole. E’ amore quello per la città, ma è amore anche quello per l’arte espressa in tutte le sue forme (dalla poesia alla musica, dalla narrativa alla pittura, alla canzone, alla fotografia). E’ amore quello che il protagonista vede finire nei confronti di Arturo, suo compagno storico. Amore quello che sente rinascere per il giovane Bruno incontrato in metropolitana. Amori che dialogano, che consuonano, che cercano una qualche intima corrispondenza. Amori che rendono necessaria e sublime l’esistenza.

A proposito di percorsi, la tua è una vita da nomade. Ti dividi tra Parigi, Roma, la Sicilia e la Puglia. Ciò è necessario perché in molti di questi luoghi tieni dei corsi di scrittura creativa.
È però solo questo che ti porta a non avere fissa dimora? O non è forse il contrario, cioè che è proprio la necessità di non stare fermo, la tua inquietudine interiore, che ti ha portato a scegliere questo tipo di lavoro “itinerante”?
Ti piacerebbe fermarti? Ti fermerai? E cosa potrebbe fermarti? Un amore, forse?

Il nomadismo è una condizione collegata alla mia profonda inquietudine interiore ed esistenziale. Non riesco a restare in un luogo più di pochi giorni senza sentirmi inevitabilmente catturato e in trappola. Vivo di perenni asfissie emotive, di nuovi bisogni di fuga, di azzeramenti psichici. Invidio profondamente chi ha la possibilità di relazionarsi più stabilmente ai luoghi, chi ha la fortuna di saper nidificare, mettere radici. Certamente, prima o poi dovrò fermarmi pure io. Forse per amore. Forse solo per stanchezza. O forse ancora, più semplicemente, morirò viaggiando: chi può dirlo?

Il classico uccellino spione mi ha detto che in passato hai rifiutato un posto in banca, che hai alle spalle studi tecnici, anche se poi all’università hai scelto una facoltà umanistica, che hai studiato pianoforte.
C’è qualcosa nella tua vita che, a posteriori, hai vissuto come occasione mancata?

Forse un po’ la musica. Ho interrotto gli studi di pianoforte e composizione al quinto anno, e devo riconoscere che ogni volta che ascolto un pezzo classico qualcosa di assai simile alla nostalgia torna a impossessarsi brutalmente di me. Mi sarebbe piaciuto saper suonare Chopin, Liszt, Beethoven e Brahms. Mi sarebbe piaciuto dare continuità alla disciplina che lo studio della musica impone. Ma a un certo punto ho tradito il suono dello strumento con il suono delle parole – quest’ultimo lo sentivo mio, più consono alla mia natura. In fin dei conti non mi pento della scelta effettuata. Scegliamo solo ciò che siamo. E’ solo un pizzico di nostalgia che ogni tanto si riaffaccia e preme sul cuore.



E tornando proprio al passato, vorrei dare un’occhiata al tuo passato letterario.
Hai curato per la collana Pillole della BUR delle raccolte di passi tratti da opere di autori famosi.
E’ così che hai pubblicato le raccolte: L’anno che verrà, Pensieri di Natale, Pensieri Erotici, L’alfabeto dell’amore.
All’epoca eri davvero giovanissimo. In che modo ti sei guadagnato tanta fiducia da parte di una grossa casa editrice come la Rizzoli? E’ stato un incontro fortuito? Hai dovuto faticare parecchio per arrivarci?

Io scrivevo da anni su riviste, giornali, quotidiani. E da anni avevo l’attenzione vigile di una editor, Maria Rosa Bricchi, che mi leggeva, apprezzava, condivideva. Fu lei a telefonarmi, ricordo ancora il pomeriggio, mi trovavo a Roma, dalle parti di Trastevere. Mi chiamò e mi propose, senza mezzi termini, di curare per Rizzoli una breve antologia di aforismi. Fu solo la prima delle diverse proposte che mi sarebbero giunte da parte di Rizzoli. Una collaborazione duranta cinque anni, nel corso della quale ho imparato davvero parecchie cose, mi sono impossessato di un sacco di segreti editoriali, e soprattutto ho capito in maniera ultima e definitiva che quello che avrei fatto nella vita è scrivere.

Sei stato anche giornalista e hai intervistato parecchi scrittori famosi, di quelli che il solo pensiero di incontrarli ti da la tremarella.
Ci racconti qualche incontro che ti ha davvero tolto il fiato?

Uno degli ultimi incontri importanti riguarda James Hillman, uno dei massimi psicanalisti del Novecento, passato da Messina durante una delle sue ultime tournée letterarie. Ricordo solo una libreria piena di gente, fuori la pioggia fitta di un martedì pomeriggio, e questo vecchio signore dal carisma impressionante, il silenzio colmo di tensione intorno alle sue parole, ai suoi gesti. Tenne una lezione sull’anima e adoperò parole colme di sentimento. Mi rapirono. Raramente avevo percepito tanta forza, tanta consistenza, sebbene attraverso un filo di voce e i gesti di un uomo ormai avanti negli anni. Possedeva l’autorevolezza che viene dalla conoscenza. E’ stato uno dei momenti più belli della giovinezza e forse della mia vita.

So che oltre a essere uno scrittore sei anche, come è ovvio, un lettore appassionato.
Qual è l’ultimo libro che hai letto? Se una persona avesse la possibilità di leggere un solo libro nella vita, quale gli consiglieresti?

Domanda molto difficile, perché sono veramente tanti i romanzi che vorrei consigliare a un eventuale lettore. Ad ogni modo, se dovessi suggerire un libro per la vita direi sicuramente “Le ore” di Michael Cunningham, ispirato a Virginia Woolf, al suo suicidio, alla composizione di Signora Dalloway, forse il suo più importante romanzo. E’ un’opera immensa, che sonda le profondità dell’animo e la capacità del dolore di interpretare e significare l’esistenza. Solo l’arte e la bellezza giustificano il dolore e la follia dell’esistere. Il romanzo lo esprime magistralmente bene. Ecco, se dovessi ridurre tutto a una sola scelta, direi che il libro della mia vita è questo.

Come docente di scrittura creativa, c’è qualche suggerimento particolare che ti senti di dare a chi coltiva il sogno di diventare uno scrittore?


Soprattutto leggere, farlo tantissimo, leggere ogni giorno, ogni notte, non soltanto libri di piacere ma testi autorevoli, classici, divorandoli ma ritornandoci, ricopiandone intere pagine, annotandone frammenti, interrogandosi sui meccanismi e sulle forme. Si cresce solo dal confronto con chi è più grande di noi, con chi ha percorso prima le stesse difficili strade. Si cresce per contagio, per emulazione, per desiderio. Solo chi si affida ai segreti dei grandi romanzi del passato potrà aspirare a scrivere domani un buon libro.
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