sabato 17 dicembre 2011

Per insegnare non basta sapere


Source: etsy.com via Melanie on Pinterest


Cara Povna, la mia sarà una vocina discorde, ma spero di apportare un contributo al dibattito che hai iniziato:

per insegnare non basta sapere. Ci vuole la capacità, che si impara, di costruire un ponte tra te e l'alunno. Questa capacità non è innata. Insegnanti non si nasce, si impara a esserlo giorno dopo giorno.
Ti dico anche come ho cambiato idea: prima la pensavo esattamente come te.
Un giorno ho detto a una classe che una certa idea era accattivante. Poi ho parlato parlato parlato. E notavo facce smarrite. A un certo punto una ha detto: "prof, ma perché ha detto che quell'idea era cattiva?"
Un'altra volta ho detto "ovvero" e ho subito avvertito che loro non avevano capito il significato della parola.
Così ho compreso che per farmi capire devo sapere a chi sto parlando e devo anche immaginare che non mi capiscano. Inoltre devo controllare che l'impressione cha abbiano capito corrisponda al vero. E che tutti abbiano capito, non solo il primo che dice "sì, ho capito" (quello bravo, in genere).
Altra considerazione. Quando ti dicono: "prof, ma a che serve?" Non vogliono veramente sapere a cosa serve. Più che altro hanno paura di non farcela, non hanno capito, pensano che non riusciranno, e si ritraggono, dietro una domanda. Le domande non sempre significano quello che appare. Così come certe reazioni, di nervosismo, di iperattività. A gestirle si impara.
Se insegnare è una capacità innata, imparare accade casualmente.
Chiamale tecniche, strategie, trovate... ma si imparano. Così come si impara a leggere l'esametro o a scrivere un testo coeso.
Quel ponte si costruisce studiando, approfondendo, sbattendo la testa con la didattica e le teorie dell'apprendimento.
P. S. All'università ho studiato solo letteratura, teoria della letteratura, linguistica generativa e chi più ne ha più ne metta, mi sono sempre rifiutata di fare didattica. Non ho mai studiato psicologia, non sono diplomata al magistrale, il dottorato l'ho fatto di filologia dantesca... per dire che naturalmente sarei portata ad altro tipo di studi...

16 commenti:

  1. Carissima Palmy, grazie molte per il post, era esattamente ciò che desideravo, suscitare un dibattito! :-)
    Però credo davvero che diciamo la stessa cosa, o in ogni caso che la parafrasi che tu riporti del mio pensiero non corrisponda a quello che volevo dire.
    Da me ti ho scritto un commento, che riporto anche qui
    "Io ho scritto che insegnanti si nasce e bravi si diventa (giorno per giorno, certo). Mi chiedo se non sia più simile a quello che tu dici. Sul non basta sapere l'ho scritto subito, è condizione necessaria, anche se non sufficiente (cioè, appunto, non basta). Ma senza non si va da nessuna parte. Sulla questione del ponte, ovviamente concordo, ma nello stesso tempo io credo che si nasca anche, un po' portati alla relazione in generale e alla curiosità del mondo. Poi, appunto, bravi si diventa (che per me equivale al tuo si impara giorno per giorno). Ma se non c'è la predisposizione a una serie di attitudini (esattamente come la mano di un chirurgo va guidata e addestrata con impegno), non si comincerà mai a voler guardare.
    I tuoi studi (come i miei) non ti portavano da un'altra parte, perché chi rimane in università a fare il dottorato ha già, di per sé, un rapporto diverso con la didattica (te lo dice una che all'università ci insegna ancora) e interesse per il dialogo, la conoscenza, la curiosità per le persone, per i nuovi metodi sia per imparare sia di relazione.
    Tu parli di parole non capite dagli alunni, io parlo di guardare e ascoltare, che fa dunque parte proprio di quel processo che tu descrivi in classe (e che chiamo anche capacità di dire è colpa mia, oppure curiosità per la commedia umana).
    Proprio per questo, lo ripeto, insegnanti si nasce, non può essere un ripiego (il che non significa ovviamente che bisogna averlo desiderato dalla culla, significa avere un orecchio per la musica, riconoscere i colori, una mano). Poi si diventa bravi, con tutti i percorsi che tu ricordi, che comprendono curiosità, attenzione, sguardo, entusiasmo, voglia di imparare e innovarsi - e dunque, per definizione, anche e prima di tutto sapere!"

    Grazie ancora a te e a chi vorrà continuare il dibattito, qui e da me!

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  2. Per insegnare non basta sapere, certo....ci pensavo proprio qualche giorno fa. Ho conosciuto persone, durante i miei 16 anni di insegnamento, che possedevano competenze numerose eppure stentavano a comprendere i ragazzi. Ed altre, invece, che insieme alle competenze, avevano "qualcosa" di speciale, capace di creare quel ponte di cui parli e di percorrerlo insieme agli alunni. Bel post, grazie per la condivisione, collega;)

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  3. Lo ripreciso:
    Sulla questione del sapere io l'ho detto dall'inizio: dire che "sapere è condizione necessaria ma non sufficiente significa, per l'appunto, dire che non basta. L'amica Palmy in questo caso ha forzato un po' la parafrasi del mio pensiero per amore di discussione!

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  4. Vorrei aggiungere che ultimamente è sempre più frequente anche il problema del semplice sapere, ovvero conoscere le materie, per gli insegnanti. O sbaglio?

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  5. @Povna: Io avevo capito come te...:-)
    Sono d'accordo con Palmy (che qui gentilmente ci ospita) non in opposizione a quel che hai detto tu (poi i distinguo, si sa, hanno anche anche la funzione di far procedere la discussione più velocemente).
    Nel post della proffa io colgo soprattutto qualcosa che anche a me è successo (e spero che si riassorba, con gli anni che passano, sempre più velocemente): per esempio quello di parlare, parlare, entusiasmarmi... e vedere poi che dietro mi hanno seguito magari ben pochi.

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  6. @ povna: il nostro bel dibattito è una questione di accenti, ci sono tante cose apparentemente opposte che possono tranquillamente andare insieme...
    Ho compreso meglio quello che intendevi dalle tue risposte. Ora ti rispondo sul tuo blog...

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  7. @ tutti: Precisazioni: per imparare non intendo solo esperienza, ma proprio studio. Studio di come fare per favorire l’apprendimento, come guidarlo, come “farlo accadere”. Studio di come fare per controllare che sia veramente accaduto. Metodo.
    Esperienza non è anzianità di servizio. Cioè non è accumulo di anni ( o peggio, di figli, ché a mio parere avere un figlio in più non è garanzia di saper insegnare meglio, forse tutt’al più peggio, visto che hai un figlio in più a cui pensare … ma di apprendimento. Apprendimento dell’insegnante intendo. E non affidato alla buona volontà dello stesso, ma progettato, voluto, “imposto” qui sì come condizione per il “punteggio”, o per la selezione in ingresso. E non valutato ope legis, ma sulla base dei risultati. Mi dispiace introdurre questa parola così ostica in un dibattito così civile, ma lo faccio con cognizione di causa.
    Finché in Italia si procederà per anzianità di servizio/famiglia e non per merito e per risultati, saremo sempre allo stesso punto.

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  8. @ tatagioiosa: gli insegnanti in genere dopo un tot di anni di entusiasmo si adagiano sul già saputo e non aggiornano più le loro conoscenze, per cui la scuola e il dibattito scientifico, la scuola e il progresso, per dirla in una parola, non vanno più di pari passo.

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  9. @ Monica: la sensazione di non essere capiti è secondo me quella che ti sveglia dall'entusiasmo romantico dei primi anni e ti riporta alle tecniche, all'artigianato dell'insegnamento... che è quello che volevo intendere, senza nulla togliere alle bellissime parole di povna.

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  10. Ho letto, cara Palmy, e sono più che mai d'accordo. Sollo studio costante, sull'imparare continuo. Sulla questione degli accenti (che si può trasferire anche nel dibattito sulla scuola, perché è ovvio che tutte le nostre competenze, intellettuali, sociali ed emotive avranno in ognuno di noi e nelle diverse fasi della vita accenti diversi: e anche perché, più banalmente, nella relazione, a due come collettiva, è sempre anche una questione di quali accenti privilegiare).
    Concordo moltissimo sulla morte all'ope legis, e mi sono commossa sulla questione dei figli e dei punteggi, che predico da tanto tempo. Un bellissimo dibatitto, grazie per averlo animato e rilanciato. Penso che anche questo possa essere imparare (almeno per me di sicuro), non trovi?!

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  11. Ciao, Palmy, capito qui via 'povna. Come hai ragione, come avete ragione. Ci sono colleghi coltissimi, che non sanno rapportarsi ai ragazzi, che non riescono a trovare la via della comunicazione profonda e dell'intervento efficace. Buon lavoro (didattico)!

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  12. @ pensierini: benvenuta! Ti ringrazio delle tue parole... e buon lavoro anche a te!

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  13. Quanto sono d'accordo con il pensiero proposto nel post! "Per insegnare non basta sapere"... ci credo talmente tanto che ho deciso di investire tutte le mie energie e competenze sugli insegnanti e la loro formazione.
    Il mio lavoro consiste nel proporre ogni giorno progetti di aggiornamento sulla didattica nella scuole italiane, offrendo strumenti nuovi per insegnare meglio e, finalmente, creare quel ponte tra docente e studenti.
    Per certi versi la ritengo un'attività "dura": mi confronto spesso con la scarsa apertura nei confronti delle novità: in parte ritengo che questo fenomeno dipenda dalle difficoltà generate dal mettersi in discussione, come professionista e come persona. Nonostante questo, il mio lavoro mi appassiona ed infiamma: credo nella possibilità di fare la differenza tra i banchi, di lasciare un traccia indelebile e positiva nei bambini e nei ragazzi che affollano le scuole... e dal momento in cui credo che diventare insegnanti straordinari si possa imparare, continuo a dedicarmi a questa mia passione!
    Sono davvero contento di sapere che condivido questo mio pensiero con tanti insegnanti attivi ed appassionati...

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    Risposte
    1. Alberto, ti ringrazio della visita, del tuo commento, ti seguo sempre con attenzione e per me è un onore averti qui!

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