martedì 18 novembre 2014

Intervista sulla didattica laboratoriale

                                (Progetto Energia)

"Ho 39 anni, da 11 vivo a Genova. Mi sono trasferita per amore da un paese di mare del Cilento, Agropoli. L’amore poi è finito, ma la città mi ha conquistato e sono rimasta sotto la Lanterna a esercitare la mia professione: insegnante di Lettere" - si presenta così Antonella Botti, docente che ho coinvolto nel mio progetto di promuovere la didattica dell'apprendimento attivo, della classe laboratorium, chiedendole in seguito a un suo commento molto interessante di raccontarci il suo modo di lavorare e insegnare.

Antonella lavora come insegnante da 13 anni, ha girovagato tra superiori, infanzia, sostegno. Alla fine ha scelto la fascia d’età 11-13: "perché mi affascina - dice- l’idea di interagire con ragazzi dalla mente ancora così ‘assorbente’; è un’età in cui si vive ancora un pezzo di infanzia, si alimentano sogni, passioni, a volte anche grazie all’influenza del professor Keating di turno. Sono mamma da qualche mese - aggiunge - e appassionata di cucina, lettura, scrittura, cinema…Mi interesso di scrittura creativa e tecnologie didattiche (ho scritto un text book di Grammatica per Ipad) e credo fermamente nella svolta 2.0 della scuola". 
Ma cominciamo con le domande...

1) Come e perché hai introdotto la didattica laboratoriale nel tuo insegnamento?

Io credo che un insegnante, nonostante gli studi, i concorsi, le letture coatte e anche grazie a tutto questo, in classe, in fondo, tiri fuori quello che è. Io amo la creatività, la scoperta, il progetto da realizzare da zero sulla scia di una passione, di una curiosità. Credo che trasmettere questo approccio allo studio e alla vita sia il compito più importante di un docente, un antidoto alla noia, alle angosce e alle paure che sono così invitanti per molti ragazzi che si affacciano alla vita adulta. La didattica laboratoriale mi consente di stimolare e alimentare questo atteggiamento verso la conoscenza e, cosa non da poco, mi diverte parecchio. Il segmento di scuola nel quale insegno, poi, è prettamente formativo, i preadolescenti hanno un forte bisogno di sistematizzare e contestualizzare le tante conoscenze alle quali hanno accesso, per costruire il proprio pensiero, per diventare ‘persone'. Oggi reperire le informazioni è incredibilmente facile, maturare una competenza anche grazie a quelle informazioni, semmai in una dinamica di gruppo, di condivisione, non è così semplice; è un processo che chiama in causa tutto il proprio essere.

2) Puoi raccontare due o tre esempi di didattica laboratoriale già sperimentati da te?

In generale applico un approccio induttivo alla maggior parte delle mie lezioni secondo questo criterio: mappa cognitiva su conoscenze pregresse, partecipazione alla costruzione del sapere ed eventuale riprogettazione, produzione di un oggetto didattico. Poi organizzo attività di laboratorio fisse, altre occasionali.
Ho insegnato diversi anni in una scuola di frontiera, qui a Genova. Approfittando del tempo prolungato ho realizzato con due classi alla volta, un progetto di Linguaggio cinematografico che si concludeva con la proiezione di un mediometraggio completamente realizzato dai ragazzi. Abbiamo girato due pellicole su sceneggiatura originale e una ispirata a “Una barca nel bosco” di Paola Mastrocola. Ogni alunno aveva il suo ruolo: c’era il fonico, il truccatore, il sarto, il trovarobe. Un’occasione importante per coinvolgere anche i cosiddetti ragazzi difficili.
Altre occasioni me le ha offerte l'ambito geografico. Con le classi seconde prendiamo spunto dai viaggi delle terze per costruire itinerari, simulare prenotazioni e stilare un piano-gita con luoghi di interesse, orari di visita, acquisto biglietti, ecc. Ho anche approfittato di una classe che mi ha pianificato un viaggio a Cracovia anni fa, con indicazioni precise che ho seguito alla lettera! Nello stesso ambito abbiamo per diversi anni approfondito il tema delle energie rinnovabili e realizzato modellini effettivamente funzionanti a energia eolica o solare (foto)
In ambito storico, un’attività fissa che propongo è quella dell’analisi delle fonti: ogni anno scelgo una persona che conosco e che mi mette a disposizione alcuni suoi oggetti (lettere, vestiario, fotografie). Chiedo ai ragazzi di stilare ipotesi motivate sulla vita di questa persona a loro ignota, partendo dallo studio dei reperti che metto a disposizione. Propongo l'attività alle prime che hanno mostrato sempre molto entusiasmo; l’attività mi è utile soprattutto per trasmettere il concetto di ‘ipotesi storica’ e per entrare meglio in contatto con la disciplina.
Genova offre il centro storico più esteso d’Europa, è una risorsa preziosa che sfrutto così: fornisco materiale documentale e fotografico, poi, con mappe, bussole e block notes, i ragazzi ripercorrono le diverse cinte murarie delle città, le strade battute dagli antichi galeotti o dai mercanti per poi riproporre quello che hanno imparato ai compagni della scuola primaria a cui fanno da guida turistica (a breve una caccia al tesoro a tema storico). Applico questo metodo anche in occasione delle uscite didattiche.




3) Secondo la tua percezione è una metodologia diffusa nella scuola di oggi?

Poco. Dalla mia esperienza personale e dalle informazioni reperite occasionalmente tra colleghi, ho la sensazione che la lezione frontale sia ancora la forma privilegiata di metodologia didattica, soprattutto fra i colleghi meno giovani. Credo faccia qualche eccezione l'insegnamento delle Lingue straniere.

4) Quali sono i vantaggi di usare strategie di apprendimento attivo e di tipo laboratoriale in classe?

Molto dipende dallo stile di apprendimento degli alunni e dalla tipologia del gruppo classe. Quando il primo è cinestetico, il laboratorio è fondamentale: aiuta a interiorizzare conoscenze, a maturare competenze spendibili e a tenere sempre viva l'attenzione. Quando il laboratorio ha successo l'argomento di studio resta decisamente più vivido nella memoria e nell'esperienza; anche la coesione del gruppo classe risente positivamente di queste esperienze e, in generale, aumenta l'entusiasmo. In base alla mia esperienza posso dire che la didattica laboratoriale è spesso un'ottima risposta soprattutto per alunni con bisogni specifici (DSA, BES), spesso in difficoltà con i metodi tradizionali. >Non sempre un laboratorio funziona. È un metodo che richiede una preparazione attenta del lavoro, dei materiali, del percorso da seguire. Sbagliare rotta rischia di coinvolgere solo alcuni alunni, nonostante il tempo dedicato alla preparazione. Il laboratorio richiede, infatti, sicuramente tempi lunghi in classe, oltre che a casa; il rischio del fallimento è dietro l'angolo. A volte, poi, alcuni ragazzi non sono predisposti a questo tipo di didattica e necessitano, o almeno così pensano, della lezione frontale a cui sono semmai abituati da anni e senza la quale si sentono destabilizzati.
Altro elemento delicato è la valutazione. Io ho il sogno montessoriano di un ciclo primario non giudicante, ma il sistema attuale sennonché le famiglie e, di riflesso, anche gli alunni è molto attento alla verifica, al voto numerico con cui misurarsi. Nel laboratorio il docente predispone e osserva, un concetto di valutazione molto diverso da quello classico.
Un elemento che molti ritengono una problematica è la selezione dei saperi, un laboratorio può abbracciare molte conoscenze o trattarne solo alcune selezionate. Io ritengo questo un falso problema, ma spesso è una critica riportata da alcuni colleghi.
A tutto questo bisogna aggiungere che un laboratorio efficace in una classe pollaio è un'utopia.
Purtroppo negli ultimi anni, nonostante ogni ministro abbia a lungo disquisito di didattica laboratoriale e battuto sui concetti di competenza e di compito esperto, alla resa dei conti, ha effettuato solo tagli ignobili delle risorse e del personale e questo ambito, come molti altri, ne ha fortemente risentito, sia in termini logistici (riduzione di ore, mancanza di risorse per acquisto materiali e per sovvenzionare collaborazioni esterne) che in termini di impatto emotivo e di entusiasmo verso questa professione.
Ho letto ultimamente che in diverse parti del mondo si celebra la giornata mondiale dell'insegnante, non ne sapevo nulla e mi sembra pericolosamente sintomatica questa mia ignoranza. Non credo che nessun collega pretenda un regalo o un privilegio, il riconoscimento di un diritto e un "tanti auguri" sarebbero già un buon inizio.

5 commenti:

  1. Più leggo qua, più credo che dovrebbero esistere molti più insegnanti (e presidi) in gamba come te!

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    1. Grazie, ma in questo caso io ho solo fatto le domande ;-)

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  2. Grazie per la condivisione e complimenti ad Antonella per il suo operato! Elisa

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