mercoledì 11 marzo 2015

Pizzi d'Autore: intervista con Luigi La Rosa


Eccoci al secondo appuntamento con la nostra nuova rubrica. Lascio subito la parola alla sua curatrice, Mavie che per noi oggi intervista Luigi La Rosa:

Ciao Luigi, per il momento tralascio il tuo curriculum e inizio dalla fine, non in senso di tappa finale di un percorso che anzi è appena all’inizio, ma come ultima cosa in ordine di tempo.
Hai recentemente pubblicato il tuo primo romanzo: Solo a Parigi e non altrove (Ed. Ad Est dell’Equatore).
In realtà definirlo romanzo è riduttivo, nel senso che al suo interno troviamo molto di più, infatti tra le sue pagine albergano le vite e gli amori di artisti che sono in qualche modo legati a Parigi.
E così, la vicenda del protagonista, il romanzo quindi, si incastona superbamente all’interno dei percorsi emotivi, degli itinerari sentimentali dei grandi personaggi che hanno fatto di Parigi la loro dimora permanente o temporanea.
Un sottile equilibrio dunque tra saggio e romanzo.

Sei d’accordo con questa mia lettura? E perché Parigi? Sarebbe stato possibile ambientare la vicenda in un’altra città?

Chiaramente ogni città esercita un fascino particolare e soggettivo su ciascuno scrittore. Le città belle sono tante e diversissime tra di esse, per cui ciascuno potrebbe amarne una differente, tuttavia la complessità, l’innesto, la prodigiosa ricchezza storica, monumentale e artistica assimilata da Parigi nel corso della sua incredibile memoria costituisce, credo, un caso piuttosto unico che raro. Nessuna capitale ha messo insieme, negli stessi anni e attraverso i secoli, tante esperienze, tante vicende espressive, tante storie collettive. E gli scrittori, si sa, sono sempre a caccia di queste ultime. Pertanto credo di poter affermare senza margine d’errore che il caso di Parigi sia alquanto unico.

Il tuo amore per Parigi è cosa conclamata, e guarda caso la scintilla dell’innamoramento è scoccata durante una tua prima visita alla città, occorsa non troppi anni fa.

È dunque la tua personale storia d’amore con Parigi che racconti?

Esattamente. Molti critici hanno definito questo libro un “atto d’amore”, una grande “storia d’amore”, un libro “sentimentale”, un romanzo “del cuore”. Tutte definizioni che trovo giuste, perché l’amore, l’amore-passione, trova all’interno delle pagine uno spazio notevole. E’ amore quello per la città, ma è amore anche quello per l’arte espressa in tutte le sue forme (dalla poesia alla musica, dalla narrativa alla pittura, alla canzone, alla fotografia). E’ amore quello che il protagonista vede finire nei confronti di Arturo, suo compagno storico. Amore quello che sente rinascere per il giovane Bruno incontrato in metropolitana. Amori che dialogano, che consuonano, che cercano una qualche intima corrispondenza. Amori che rendono necessaria e sublime l’esistenza.

A proposito di percorsi, la tua è una vita da nomade. Ti dividi tra Parigi, Roma, la Sicilia e la Puglia. Ciò è necessario perché in molti di questi luoghi tieni dei corsi di scrittura creativa.
È però solo questo che ti porta a non avere fissa dimora? O non è forse il contrario, cioè che è proprio la necessità di non stare fermo, la tua inquietudine interiore, che ti ha portato a scegliere questo tipo di lavoro “itinerante”?
Ti piacerebbe fermarti? Ti fermerai? E cosa potrebbe fermarti? Un amore, forse?

Il nomadismo è una condizione collegata alla mia profonda inquietudine interiore ed esistenziale. Non riesco a restare in un luogo più di pochi giorni senza sentirmi inevitabilmente catturato e in trappola. Vivo di perenni asfissie emotive, di nuovi bisogni di fuga, di azzeramenti psichici. Invidio profondamente chi ha la possibilità di relazionarsi più stabilmente ai luoghi, chi ha la fortuna di saper nidificare, mettere radici. Certamente, prima o poi dovrò fermarmi pure io. Forse per amore. Forse solo per stanchezza. O forse ancora, più semplicemente, morirò viaggiando: chi può dirlo?

Il classico uccellino spione mi ha detto che in passato hai rifiutato un posto in banca, che hai alle spalle studi tecnici, anche se poi all’università hai scelto una facoltà umanistica, che hai studiato pianoforte.
C’è qualcosa nella tua vita che, a posteriori, hai vissuto come occasione mancata?

Forse un po’ la musica. Ho interrotto gli studi di pianoforte e composizione al quinto anno, e devo riconoscere che ogni volta che ascolto un pezzo classico qualcosa di assai simile alla nostalgia torna a impossessarsi brutalmente di me. Mi sarebbe piaciuto saper suonare Chopin, Liszt, Beethoven e Brahms. Mi sarebbe piaciuto dare continuità alla disciplina che lo studio della musica impone. Ma a un certo punto ho tradito il suono dello strumento con il suono delle parole – quest’ultimo lo sentivo mio, più consono alla mia natura. In fin dei conti non mi pento della scelta effettuata. Scegliamo solo ciò che siamo. E’ solo un pizzico di nostalgia che ogni tanto si riaffaccia e preme sul cuore.



E tornando proprio al passato, vorrei dare un’occhiata al tuo passato letterario.
Hai curato per la collana Pillole della BUR delle raccolte di passi tratti da opere di autori famosi.
E’ così che hai pubblicato le raccolte: L’anno che verrà, Pensieri di Natale, Pensieri Erotici, L’alfabeto dell’amore.
All’epoca eri davvero giovanissimo. In che modo ti sei guadagnato tanta fiducia da parte di una grossa casa editrice come la Rizzoli? E’ stato un incontro fortuito? Hai dovuto faticare parecchio per arrivarci?

Io scrivevo da anni su riviste, giornali, quotidiani. E da anni avevo l’attenzione vigile di una editor, Maria Rosa Bricchi, che mi leggeva, apprezzava, condivideva. Fu lei a telefonarmi, ricordo ancora il pomeriggio, mi trovavo a Roma, dalle parti di Trastevere. Mi chiamò e mi propose, senza mezzi termini, di curare per Rizzoli una breve antologia di aforismi. Fu solo la prima delle diverse proposte che mi sarebbero giunte da parte di Rizzoli. Una collaborazione duranta cinque anni, nel corso della quale ho imparato davvero parecchie cose, mi sono impossessato di un sacco di segreti editoriali, e soprattutto ho capito in maniera ultima e definitiva che quello che avrei fatto nella vita è scrivere.

Sei stato anche giornalista e hai intervistato parecchi scrittori famosi, di quelli che il solo pensiero di incontrarli ti da la tremarella.
Ci racconti qualche incontro che ti ha davvero tolto il fiato?

Uno degli ultimi incontri importanti riguarda James Hillman, uno dei massimi psicanalisti del Novecento, passato da Messina durante una delle sue ultime tournée letterarie. Ricordo solo una libreria piena di gente, fuori la pioggia fitta di un martedì pomeriggio, e questo vecchio signore dal carisma impressionante, il silenzio colmo di tensione intorno alle sue parole, ai suoi gesti. Tenne una lezione sull’anima e adoperò parole colme di sentimento. Mi rapirono. Raramente avevo percepito tanta forza, tanta consistenza, sebbene attraverso un filo di voce e i gesti di un uomo ormai avanti negli anni. Possedeva l’autorevolezza che viene dalla conoscenza. E’ stato uno dei momenti più belli della giovinezza e forse della mia vita.

So che oltre a essere uno scrittore sei anche, come è ovvio, un lettore appassionato.
Qual è l’ultimo libro che hai letto? Se una persona avesse la possibilità di leggere un solo libro nella vita, quale gli consiglieresti?

Domanda molto difficile, perché sono veramente tanti i romanzi che vorrei consigliare a un eventuale lettore. Ad ogni modo, se dovessi suggerire un libro per la vita direi sicuramente “Le ore” di Michael Cunningham, ispirato a Virginia Woolf, al suo suicidio, alla composizione di Signora Dalloway, forse il suo più importante romanzo. E’ un’opera immensa, che sonda le profondità dell’animo e la capacità del dolore di interpretare e significare l’esistenza. Solo l’arte e la bellezza giustificano il dolore e la follia dell’esistere. Il romanzo lo esprime magistralmente bene. Ecco, se dovessi ridurre tutto a una sola scelta, direi che il libro della mia vita è questo.

Come docente di scrittura creativa, c’è qualche suggerimento particolare che ti senti di dare a chi coltiva il sogno di diventare uno scrittore?


Soprattutto leggere, farlo tantissimo, leggere ogni giorno, ogni notte, non soltanto libri di piacere ma testi autorevoli, classici, divorandoli ma ritornandoci, ricopiandone intere pagine, annotandone frammenti, interrogandosi sui meccanismi e sulle forme. Si cresce solo dal confronto con chi è più grande di noi, con chi ha percorso prima le stesse difficili strade. Si cresce per contagio, per emulazione, per desiderio. Solo chi si affida ai segreti dei grandi romanzi del passato potrà aspirare a scrivere domani un buon libro.

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