martedì 8 dicembre 2015

Ogni mattina a Jenin


 "I palestinesi avevano pagato il prezzo dell'Olocausto ebreo. Gli ebrei avevano ucciso la famiglia di mia madre perché i tedeschi avevano ucciso quella di Jolanta": la storia della terra palestinese sembra essere il frutto di un perpetuarsi di errori e ingiustizie che vengono da molto lontano e che intrecciano famiglie, vicini, conoscenti in un groviglio di sangue e vendetta. Improvvisamente quella che era una terra dimenticata dai più diventa, dopo la Seconda Guerra mondiale, il prezzo di un impossibile risarcimento, quello dovuto agli ebrei dopo il nazismo. E così da ingiustizia nasce ingiustizia: gli arabi residenti vengono espropriati dai nuovi profughi e trasferiti in campi in cui i diritti umani vengono cancellati.
La storia del popolo palestinese viene raccontata attraverso le vicende di una famiglia e di un villaggio, Jenin: "una casa, una fattoria, un villaggio alla volta. demoliti, confiscati, rasi al suolo - un'incessante appropriazione della terra palestinese, 'imperialismo al millimetro', lo chiamava Haji Salim".
Una famiglia segnata dai lutti, dalle contraddizioni e dalle atrocità, eppure una famiglia. Un libro duro ma appassionante. Apre un varco su una storia taciuta e dimenticata e per questo andrebbe letto a scuola, accanto a quelli che raccontano l'Olocausto e che invece il mainstream ci restituisce amplificati.

domenica 8 novembre 2015

Il giardino delle nebbie notturne


Ho da poco finito Il giardino delle nebbie notturne, romanzo ambientato in Malesia durante la seconda guerra mondiale. Al centro l'egemonia giapponese nel sud est asiatico e il relativo dramma delle colonie abbandonate dalla madrepatria inglese. La protagonista, Yun Ling è proprio una reduce di un campo di prigionia giapponese nel quale ha perso la sorella. Alla memoria di questa, Yun Ling vuole dedicare un giardino tipico giapponese. Era il pensiero di un giardino visitato in Giappone a permettere alle due sorelle di distrarsi dalle angherie subite e di continuare a sognare una vita serena. 
Per realizzare questo progetto, Yun Ling si trasferisce nella tenuta malese di Majuba dove vive l'ex giardiniere dell'imperatore, Aritomo. Nel rapporto tra apprendista e maestro si scoprono le tradizioni dell'arte dei giardini in pietra, dei tatuaggi, del tè, della calligrafia, del tiro con l'arco e altre usanze nipponiche. 
Molto interessante l'odio-amore per il Giappone che vive nel cuore della protagonista. Un popolo, che storicamente può assumere il ruolo di persecutore, conserva comunque una sua dignità. Anche il singolo persecutore, in condizioni storiche mutate, può assumere un'altra luce: la protagonista, non a caso, dopo aver lasciato il campo, diventerà giudice e dedicherà la sua carriera a punire i crimini di guerra. Il perseguitato diventa quindi in un altro periodo storico il vendicatore. 
Nulla però restituirà la sorella a Yun Ling e giustizia fatta non le darà la pace.  Il vero nemico è dentro di lei ed è l'odio che non le dà requie: "Non lasciare che prenda il controllo della tua vita" - le dice Aritomo.
Consigliato per gli appassionati di storia, di cultura giapponese e di paesaggi del sud est asiatico.

Un libro, un viaggio: andare alla scoperta delle verdeggianti piantagioni del tè nelle Cameron Highlands.



(immagine da Zingarate)

lunedì 21 settembre 2015

M. e i 4 kg di pasta




Classe prima media. Il primo giorno la prof chiede a tutti di presentarsi e di rivolgere qualche parola alla classe. M., alunno Asperger (autismo ad alto funzionamento) alla sua docente di sostegno: "Io sono qua per imparare, non per perdere tempo".

Scuola è anche cominciare a conoscere un po' questi personaggi.
Lui dice sempre senza eccezione quello che pensa, senza riuscire a mentire e non accetta le convenzioni scolastiche, che risultano un po' stupide anche a te, dopo che lui le ha passate al vaglio. "Se una mamma compra un etto di prosciutto a €...., due vasetti di yogurt a €.... e 4 kg di pasta..." arrivato alla pasta chiude il quaderno e chiede: "Perché 4 kg? A che servono?". "Sarà la spesa della settimana" - dice la sua docente di sostegno. "Sono troppi anche per una settimana", la risposta.
Credo di aver trovato IL personaggio di quest'anno.
M. soffre il caldo che sfortunatamente ci attanaglia in questi primi giorni di scuola. Così, dopo aver scoperto che nella mia stanza ho l'aria condizionata, si siede di fronte a me alla mia scrivania e legge i racconti di E. A. Poe. 
"M., - gli dico - puoi venire qua quando vuoi, ma devi portarti qualcosa da fare, un libro da leggere o un compito da completare". "Ok", mi dice. Ogni tanto mentre io passo da una telefonata a un colloquio, da una cartaccia a una rogna, interrompe la lettura e mi esterna qualcuna delle sue considerazioni: oggi ha voluto avere chiarimenti sulle mie rassicurazioni del primo giorno di scuola sulla teoria gender.
Arriva la mamma e la prima cosa che le dice è "Mamma, mi trovo benissimo in questa scuola". Poi guarda la prof di sostegno e afferma perentorio: "Provo un grande affetto per te".
Prevedo ulteriori sviluppi.

venerdì 18 settembre 2015

La parrucchiera di Kabul per i venerdì del libro


A Deborah non era mai bastato essere solo un'estetista: "È un bel lavoro, ma io volevo trovare qualcosa che mi permettesse di contribuire a salvare il mondo". E non la trova in una vita perfetta, anzi. Proprio dal disastro della propria vita matrimoniale, la donna riesce a scorgere una via d'uscita nella missione da volontaria a Kabul, dove fonda una scuola per parrucchiere. Il salone di bellezza, infatti, è un luogo a parte, dove gli uomini non possono entrare (le donne non possono essere viste senza velo) e dove ci si può esprimere in libertà. Non solo. Il mestiere di parrucchiera è proprio un lavoro adatto per la donna afghana, costretta a vivere sotto la protezione di un uomo, che sia il padre o il marito o tutt'al più un parente stretto. E invece, acconciando capigliature e truccando spose, la donna può guadagnarsi da vivere senza correre il rischio di essere importunata o tacciata di chissà quali immondezze.
L'istinto avrebbe portato Deborah a un'azione di forza per infrangere quelle barricate dietro le quali le donne erano costrette a muoversi come fantasmi, nascosti alla vista dal burqa. Ma "la cultura muta molto più lentamente dei sogni" e cercare di accelerare il processo di cambiamento può fare più danni che altro.
Un libro che apre un mondo, quello di un paese sofferente, che vive nei drammi e negli occhi di donne profonde, capaci di vera amicizia e di forti sentimenti.

lunedì 14 settembre 2015

Viaggio in Turchia: impressioni di Istanbul

Istanbul è davvero tutto e il contrario di tutto: è una città sul mare, ma è anche una città d'arte. È antica ed è moderna. Porta in sé le contraddizioni di una città orientale mescolata una metropoli di stampo europeo. Del resto, è risaputo, è posta tra Europa e Asia. Per me è stata una scoperta continua e vorrei rendervi partecipi delle mie impressioni.

Istanbul è sul Bosforo, anzi direi che lo avvolge come con un bambino recalcitrante: lo Stretto tra Mar di Marmara e Mar Nero è stato infatti dichiarato "acque internazionali" per evitare ala Turchia di essere coinvolta nella responsabilità sul passaggio di merci, armi, navi da guerra. Perché da qui passa veramente il mondo, aspettando i turni di sei ore dei sensi unici alternati:


Vedi il Bosforo da tutte le angolazioni e ognuna è diversa dall'altra, ti sembra sempre diverso anche tra uno scatto e l'altro, per la luce e per il continuo movimento delle navi. Osservi le due sponde di Istanbul divise e collegate dallo Stretto: per viaggiare dall'Europa all'Asia si passa nel Bosforo (tramite traghetti), sul Bosforo (i ponti sono tre e un altro è in costruzione) e sotto il Bosforo (con al nuovissima linea metro Marmaray). La crociera è un'altra bella avventura da vivere, tra moschee, palazzi e villaggi di pescatori non ti stanchi mai di guardare:


A Istanbul è suggestivo anche camminare sulla terraferma, però: ogni quartiere, ogni svolta, ogni salita e ogni discesa riservano una sorpresa ispirandoti l'inquadratura di una foto.


Il tratto di mare che divide la parte antica dalla parte moderna, il Corno d'Oro (foto sopra sulla sx), è un antico estuario ma in realtà è un fiordo visto che a prevalere è l'acqua salta del mare. 
Qualche indicazione pratica solo per una perlustrazione sommaria:
- la topografia di Istanbul, complicata a spiegarsi a parole, è visivamente semplice


Sotto: Mar di Marmara e Sultanahmet, parte antica. Poi il Corno d'oro che divide Sultanahmet da Beyoglu, la cosiddetta parte moderna, ricca anch'essa comunque di testimonianze storiche. Al di là del Bosforo sulla destra la sponda asiatica (Uskudar, Kadiloy...). Proseguendo verso l'alto sul Bosforo si arriva al mar Nero. La vista del Corno d'oro della foto è presa da Eyup, in alto alla fine del Corno. Tutto chiaro?

- cosa non perdere? I minareti di Santa Sofia contrapposti a quelli della Moschea Blu, le moschee più piccole e meno famose, l'atmosfera surreale della Cisterna Basilica, i parchi (del Topkapi e di Gulhane), i mercati (Grand Bazar, Bazar delle Spezie, il mercato di Uskudar, arata Bazar), il cibo da strada (pannocchie bollite e poi arrostite, le ciambelle di pane col sesamo, il panino con lo sgombro arrostito a Eminonu, il classico kebap -si dice così- da asporto e lo yogurt denso con il miele). E poi passeggiare: non ci si può perdere visto che certi monumenti sono visibili anche da lontano e aiutano a orientarsi.

venerdì 11 settembre 2015

Avevano spento anche la luna per i venerdì del libro



Una storia impressionante quella dei popoli baltici deportati da Stalin in Siberia, anzi nell'Artide, sul mare di Laptev. E il libro che la racconta, Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys, andrebbe conosciuto e letto in tutte le scuole: "Parlatene. Queste tre minuscole nazioni (Lituania, Lettonia, Estonia) ci hanno insegnato che l'amore è l'esercito più potente. Che sia l'amore per un amico, amore per la patria, amore per Dio o anche amore per il nemico, in ogni caso l'amore ci rivela la natura davvero miracolosa dello spirito umano" .
La misconosciuta tragedia accomuna le tre piccole nazioni baltiche, terre contese tra il blocco sovietico e la Germania nazista durante gli anni della Seconda guerra mondiale e oltre. In quell'oltre, fatto di un regime che impose il silenzio agli occhi del mondo occidentale, sta tutto il dramma di decenni di sopportazione che al momento della caduta del muro di Berlino, miracolosamente non sfociarono nella vendetta ma nel desiderio della tanto agognata pace. "Nel 1991, dopo cinquant'anni di brutale occupazione, i tre paesi baltici hanno riconquistato l'indipendenza, in maniera pacifica e con dignità. Hanno scelto la speranza e non l'odio e hanno dimostrato al mondo che anche alla fine della notte più buia c'è la luce".
Il libro racconta la deportazione sul Mare Artico dal punto di vista di una ragazzina e della sua famiglia: il racconto vi coinvolgerà, sentirete la loro fame, il freddo e riuscirete perfino a percepire la paura e lo sconcerto per le efferatezze delle guardie sovietiche. Ma vale la pena inoltrarsi in quel territorio glaciale per sondare ancora una volta gli abissi dell'animo umano e della storia.
Un libro, un viaggio: mi riprometto di fare prima o poi un viaggio tra le capitali e le cittadine dei paesi baltici, come un omaggio alle vittime di questa silenziosa persecuzione.

mercoledì 9 settembre 2015

Insegnare in 3 D: la borsa magica del prof



Ripartiamo con un nuovo appuntamento con Insegnare in 3 D. Con Laura, che ci parla del suo originale modo di insegnare. Oggi in particolare, vi introdurrà ai segreti della sua borsa magica... Le lascio volentieri la parola:
Mi hai parlato dell'idea di realizzare un role play con l’aiuto di una borsa magica, di cosa si tratta?
Ormai manca poco per tornare tra i banchi – almeno spero visto la mia condizione di precaria - e mi è tornata voglia di condividere con voi uno dei miei trucchi da prof preferito: la borsa magica.
Avere l’attenzione di una trentina di ragazzini non è sempre facile. Una borsa – meglio se appariscente – da riempire di volta in volta con oggetti diversi può essere un valido aiuto. La mia borsa magica non poteva essere che questa:
Kitsch ma …eloquente!
A cosa serve una borsa piena di oggetti?
  • A presentare il lessico in 3D - per non dimenticare il punto di partenza di questi post.
  • A garantire la dimensione ludica e coinvolgere anche gli studenti più deboli.
  • A facilitare l’uso dell’inglese anche come lingua veicolare. Tutte le istruzioni per l’attività che riporto poco sotto possono essere date in inglese. Mi riferisco ad istruzioni come: close your eyes and pick an object / what’s in my bag / make a guess… L’espediente della borsa aumenta l’attenzione ed il coinvolgimento degli alunni e rende facilmente intuibile il significato di alcune delle frasi usate.
  • A…far saltare fuori dalla pagina quei Role Play che i libri di didattica presentano come strumenti infallibili per sviluppare le competenze comunicative dei nostri studenti ma che, diciamoci la verità, rimangono spesso dialoghi da imparare a memoria fuori contesto, incapaci di coinvolgerli.
Piccola nota: il role play è considerato uno strumento di valutazione. È bene quindi farlo precedere da una fase di presentazione e familiarizzazione di una data situazione comunicativa.

Vuoi farci qualche esempio di lezione?
Il Lessico
Uno dei role play più comuni proposti dai libri di testo è quello che porta i nostri studenti Al Ristorante. Personalmente non saprei realizzarlo senza la mia borsa magica:
Solitamente lo propongo dopo aver affrontato con la classe le formule di cortesia con Would: What would you like to have? I’d like a pizza!
Quando ritengo che gli studenti ne abbiano avuto abbastanza di esercizi per memorizzare questo uso di would, faccio (ri)leggere loro il modello di dialogo proposto dal libro. Ce n’è sempre uno che riguarda un bar o un ristorante. A questo punto creo un po’ di suspense per la lezione successiva: “Ragazzi, la prossima volta andiamo davvero al ristorante. A casa provate a ripassare i nomi in inglese degli oggetti che, secondo voi, potrebbero servirci”.
Se necessario, in caso di classi poco motivate, chiedo di completare uno spidergram di questo tipo:

La volta successiva mi presento in classe con la borsa. Faccio un po’ di scena. Libero la cattedra da qualunque cosa la ingombri. Chiamo alla lavagna uno studente e gli chiedo di disegnare la superficie di un tavolo. E, alle estremità opposte della lavagna, due colonne per segnare i punti della squadra A e della squadra B (un po’ di sana competizione aiuta sempre).
Io intanto formo le due squadre e comincio a girare per la classe chiedendo ai ragazzi di chiudere gli occhi e pescare un oggetto dalla borsa. Tutto in inglese così ripassiamo anche altro.
Se lo studente conosce il nome dell’oggetto la squadra guadagna un punto. Altrimenti tocca all’altra squadra. L’oggetto intanto viene disegnato alla lavagna, appoggiato sulla cattedra e “nominato”.
Alla fine dico qualcosa tipo:
Well, well! We’ve just set the table! And now let’s go to the restaurant!

E poi come continua il gioco?
Alla lavagna ci sarà qualcosa del genere:
intanto la nostra competizione è passata in secondo piano …nessuno si cura più dei punti segnati! La scena per il nostro ROLE PLAY è quasi pronta.
Tra gli oggetti della mia borsa ci sono anche due grembiuli:
Anche questi orrendi a vedersi ma funzionali. Chiamo uno studente per squadra – i primi a fare il role play dovrebbero essere studenti bravi in modo tale da fornire in tempi ragionevoli un buon modello alla classe, e gli chiedo di scegliere se essere il cameriere di un ristorante irlandese o inglese (Oddio! Un “ristorante inglese” è quasi un ossimoro, ma cosa non si fa per la didattica!)
Insieme al grembiule, che devono indossare, i due camerieri ricevono anche un menu e lo leggono alla classe: il menu inglese contiene parole come porridge o pudding; il menu irlandese parole come …potatoes: Mashed potatoes / potatoe bread / fish and chips, that is…fish and potatoes!
E così il tributo a quell’altra parte della materia che insegno, la civilità inglese, è pagato. Del resto, gli studenti sono più interessati agli aspetti culturali che alla lingua in sé.
Ma torniamo alla borsa che, dettaglio non specificato prima, conteneva dei doppioni – 2 bicchieri / 2 coltelli ma solo una cannuccia ad esempio, solo un tovagliolo. Sulla cattedra ci sono quindi due coperti incompleti.
A questo punto due studenti vanno al ristorante. Spiego loro cosa mi aspetto che facciano. Alla lavagna scrivo: salutare il cameriere, richiedere un tavolo, ordinare, richiamare l’attenzione del cameriere, richiere l’oggetto mancante, chiedere il conto.
Le coppie, ciascuna formata da un cameriere e un cliente, hanno qualche minuto per assicurarsi di saper fare queste cose. Possono eventualmente consultarsi con le rispettive squadre.
Alla fine, la classe decide quale coppia di studenti è stata più brava.

E basta un'ora per un'attività del genere?
Solitamente una lezione di un’ora è sufficiente per questa attività. È chiaro che solo alcuni studenti realizzeranno il role play.
Nella gestione dei tempi è fondamentale non lasciarsi prendere la mano dalle immancabili digressioni. È bene scegliere in anticipo il lessico e le funzioni grammaticali/ segmenti linguistici da fare usare. E non assecondare troppo le curiosità degli studenti a meno che non siano davvero pertinenti, magari, ricordare loro che per questa attività avranno un voto sul registro!

E assegni compiti per casa?
Solitamente consistono nell’aiutare mamma e /o papà ad apparecchiare la tavola almeno fino alla prossima lezione di inglese. Durante la prossima lezione uno studente della squadra A sfiderà uno studente della squadra B per vedere chi riesce a ricordare e a fare lo spelling di più oggetti. In caso di pareggio vince lo studente che riesce ad ampliare il campo semantico con oggetti non contenuti nella borsa …o qualcosa di simile. Si può anche far ripetere il role play anche se, personalmente, preferisco introdurre situazioni sempre nuove.
Il divertimento (oops!)... l’apprendimento è garantito!

Cos’altro può contenere la tua borsa?
  1. Frutta – io uso il set di stoffa dei miei figli ma si può anche portare della frutta vera!
Role Play: At the Grocery shop – uso di How Much / How may
  1. Animali – piccoli peluche/ lego / ecc.
Role Play: Guess what is my favourite animal? – uso di aggettivi e parti del corpo
  1. Un foulard da Zingara e una sfera di cristallo
Let’s meet a fortune teller – futuro con Will

E voi? Cosa ne pensate? Avete suggerimenti? Quale role play vi diverte realizzare con i vostri studenti? Quali sono, secondo voi, gli elementi che ne assicurano la riuscita?

sabato 4 luglio 2015

Il mio primo incontro con Jane Austen: Emma


Arrivo tardi, forse, al primo incontro con un classico della letteratura inglese, un punto fermo del canonico bagaglio di ogni lettore appassionato.  Ma è andata così e sicuramente gli incontri arrivano quando è possibile afferrarli. Ed evidentemente questo era il momento di Jane Austen per me.
Come tutti gli incontri che si rispettino, all'origine fu il "caso". Non un percorso di studi che avrebbe richiesto un ordine cronologico nell'approccio. Ma il caso di una proposta di lettura mensile di gruppo, nel club di lettori più delizioso che conosca, quello del gruppo FB che mi vanto di aver fondato, Segnalibro. Per cui ho cominciato dal penultimo dei romanzi di Jane, l'unico intitolato alla protagonista dell'intreccio, Emma.
Letti i primi capitoli, mi ero affrettata a esprimere la prima impressione: quella di trovarmi, per niente coinvolta, come ad assistere a uno spettacolo teatrale in costume, senza implicazioni emozionali, se non quella di una sgradevole sensazione di estraneità. 
Il dovere della lettura comune mi aveva spinta a perseverare, con una certa premura.
Mi addentravo, è vero, nella sorniona e leggera scrittura dell'autrice, soffermandomi di tanto in tanto a sottolineare le massime che fanno capolino e che sembrano messe là proprio per essere notate. L'autrice ti porta a notarle: come se ti invitasse a indugiare su alcune impercettibili svolte del racconto. E mi sono ingannata. Jane Austen mi ha ingannata alla grande: perché quell'estraneità, quella sottile antipatia per la protagonista è volutamente preparata e coltivata dalla scrittrice stessa. Ci sono cascata. 
Ne ho preso coscienza a poche pagine dalla conclusione, quando ormai convinta della vacuità della vicenda e dei dialoghi oltre che delle preoccupazioni dei personaggi e della provincia inglese dell'Ottocento, ho avuto insieme a Emma la rivelazione della verità.
Insieme a Emma che finalmente conosceva se stessa ho conosciuto l'inganno costruito dall'autrice. E ne sono rimasta sorpresa. 
In poche frasi tutto ha assunto una nuova luce e la maestria dell'autrice è evidente proprio nella coincidenza tra forma e contenuto: da un mondo costruito sull'inganno e sull'apparenza ingannevole a un mondo di sincerità e di affetti reali, da un dispiegarsi di dialoghi e di rapporti che dissimulano la realtà al chiarirsi  di tutto, come in un mosaico di cui prima si scorgeva solo un disegno confuso, attraverso un impercettibile ma luminoso cambiamento di atmosfera. La commedia degli equivoci e dei fraintendimenti diventa alla fine romanzo d'amore, dei più ottocenteschi, dei più puri.
"Pochi istanti bastarono a fare conoscere il proprio cuore" a Emma. Sì, "era bastata mezz'ora per dare a ciascuno di loro la preziosa certezza di essere amato". E da qui cambia tutta la percezione delle banali cose, delle cose uguali a se stesse di tutti i giorni: tutto uguale e tutto diverso! Perché ogni vero amore fa sì che tutto diventi diverso e speciale: "nell'esperienza di un grande amore tutto diventa avvenimento nel suo ambito" (R. Guardini).

mercoledì 24 giugno 2015

Il grande Gatsby



"Il suo era uno di quei sorrisi molto rari, quei sorrisi capaci di infondere coraggio che si possono incontrare quattro o cinque volte nella vita. Quel sorriso affrontava in un attimo, o sembrava affrontare, il mondo intero, e poi si raccoglieva con un’attenzione esclusiva sulla persona a cui era rivolto. Riusciva a capirti proprio fin dove voleva essere capito, credeva in te come a te sarebbe piaciuto credere in te stesso, e ti garantiva di aver ricevuto da lui l’impressione che pensava di produrre nella migliore delle situazioni. Giunto a questo punto il sorriso svaniva", bella descrizione del protagonista de Il grande Gatsby, romanzo suggeritomi da un giovane amico. 
Un sorriso che è metafora di una promessa non mantenuta. 
"Tutto il mondo ozioso e splendido della cosiddetta buona società di New York e di Long Island sfila in queste pagine", ha scritto un critico, tutto un mondo reso vacuo dalla caccia al piacere e alla ricchezza, intesa come «forza corruttrice che rischia di infrangere tanto il sogno di amore che l'esigenza della purezza". 
Un affresco della bella società in cui, dietro la luccicante facciata, l'horror vacui trova sempre la strada per insinuarsi nell'apparenza e ostentata felicità dei grandiosi party e delle spensierate chiacchiere festaiole.
Un bel classico da leggere o da rileggere.

mercoledì 20 maggio 2015

Assaggi di #Expo2015

L'8 maggio sono stata all'Expo, per un assaggio (è il caso di dirlo) del mondo attraverso i padiglioni di ogni paese. Vorrei portarvi con me attraverso le immagini:


Alcuni padiglioni non li ho visti all'interno per motivi di tempo e di file, ma vederli dall'esterno è già bello: le architetture sono proprio l'espressione della più alta creatività.

Alcuni paesi scelgono di evidenziare i propri punti di forza, i colori della terra, le prerogative del proprio popolo, quasi come uno spot tridimensionale delle proprie bellezze:


Messico, Colombia, Spagna, Vietnam, Belgio per esempio scelgono questa modalità.

Altri preferiscono veicolare un messaggio forte, come Israele che vanta le sue conquiste nel settore dell'innovazione agricola attraverso un video esplicativo che segue la storia di una famiglia dalle origini dello Stato israeliano a oggi. O come la Thailandia che vuole farci conoscere l'amore per la terra della famiglia reale.
Tra questo il padiglione che più mi ha colpito è quello targato South Korea, che tramite l'avanzata tecnologia trasmette il messaggio dell'hansik, cioè del cibo sostenibile in armonia con il pianeta e con il benessere della persona:



Qual è il tuo cibo preferito? - ci si chiede all'ingresso del padiglione. Perché "sei ciò che mangi". Ingerendo il cibo fai una scelta, e se ti fai guidare dal principio dell'ansia sceglierai in armonia con le stagioni e la compatibilità degli ingredienti. 

Vi sono anche messaggi istantanei all'Expo: 


E installazioni che ti conducono nel contrasto a riflettere su passato e futuro, memoria e innovazione:


Insomma, so già che come dicevo all'inizio questo è stato solo un assaggio, ci tornerò per entrare nei padiglioni che non ho visitato e per rivedere quelli che ho apprezzato di più.
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