mercoledì 8 aprile 2015

Pizzi d'Autore: intervista con Simona Lo Iacono


La nostra Mavie oggi ci porta nel mondo di Simona Lo Iacono, magistrato siracusano e scrittrice di grande talento, che ha pubblicato racconti e romanzi e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine e da non molto è conduttrice per l’emittente Zeronove del programma Buk. Fa parte dell’EUGIUS, l’associazione europea del “giudici-scrittori” e della SIDL Società Italiana di Diritto e Letteratura. Sul blog letterario “Letteratitudine” di Massimo Maugeri, cura la rubrica "letteratura è diritto, letteratura è vita che coniuga norma e parola, letteratura e diritto.
Ha pubblicato il racconto I semi delle fave con cui ha vinto il primo premio edito dal convegno “Scrivere Donna 2006”. Il suo primo romanzo Tu non dici parole (Perrone 2008) ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti: il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa. Nel 2010 ha pubblicato il racconto lungo La coda di pesce che inseguiva l'amore, scritto a quattro mani con Massimo Maugeri (Sampognaro & Pupi, 2010 -Premio "Più a Sud di Tunisi"). Nel 2011 ha pubblicato il romanzo Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea (ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande). Nel 2012 ha pubblicato il racconto storico Il cancello. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà (con cui ha vinto il Premio Martoglio).



Immergiamoci adesso nel dialogo tra Mavie e Simona:

Cara Simona, un curriculum di tutto rispetto, ricco di premi. Voglio cominciare proprio dai tuoi premi, alcuni dei quali davvero molto prestigiosi, ad esempio il Vittorini opera prima al tuo primo romanzo appunto:  Tu non dici parole. Come li hai vissuti questi premi? Posto che sicuramente fanno piacere a tutti, hanno dato un particolare impulso alla tua scrittura? Ti hanno incoraggiato in qualche modo?
Grazie davvero, carissima Mavie, per le tue domande e per l'interesse nei miei riguardi. Ho sempre vissuto i premi come doni, inaspettati e confortanti, che in qualche modo mi accarezzano, mi danno coraggio. Ma un coraggio tutto interiore, nel senso che il premio mi aiuta a denudarmi nella scrittura, a negare infingimenti, maschere, inganni. Ad essere, in qualche modo, ciò che mi piacerebbe diventare, un essere pienamente morale.
Il tuo lavoro di magistrato è molto impegnativo, eppure sei riuscita a fare in modo che invece di ostacolare il tuo lato letterario, abbia costituito un valore aggiunto. Mi riferisco alla rubrica che curi sul blog Letteratitudine, ma mi riferisco anche al fatto che nei tuoi romanzi il processo è comunque il protagonista indiscusso della narrazione. Vuoi raccontarci tu stessa in che modo questo elemento, il processo, abita i tuoi tre romanzi?
Il processo è un'interessante spunto di riflessione letteraria. Se ci pensiamo bene, infatti, è come un grandioso scenario in cui campeggiano, si incontrano e si scontrano tanti elementi: il bene e il male, la verità e la menzogna, la paura e la colpa, la volontà e la negligenza. In seno a un processo, poi, non c'è solo l'elemento del giudizio ma quello dell'auto analisi (pensiamo a una confessione giudiziale), quello della memoria (la testimonianza) e quello dell'equilibrio tra diverse voci (pensiamo al principio del contraddittorio che deve garantire che accusa e difesa siano poste allo stesso livello). Ecco. Il processo si presta a interpretare la realtà, a cercarla, ad affondare in essa con dolore e con umiltà. Per questo motivo diventa materia narrativa, perchè si offre come una sorta di lente di ingrandimento, come un necessario strumento di analisi. Con una differenza, però, rispetto al processo reale. Che lo scrittore è libero dalla ristrettezza del campo probatorio, e vive un meraviglioso stato: quello della libertà.  



Parliamo della tua ultima opera Effatà, ambientato nella Siracusa degli anni 50, periodo non troppo distante in termini cronologici, se ci voltiamo indietro possiamo ancora toccarlo, ma certamente molto lontano come tipo di vita, un salto temporale molto più ampio di quanto i pochi decenni trascorsi farebbero supporre. Inoltre le vicende siracusane, la piccola storia, si intrecciano in qualche modo con la grande storia, e in particolare con una delle pagine più drammatiche scritte dall’umanità nel secolo scorso: il processo di Norimberga. È stata lunga e difficile la documentazione storica? Cosa potresti consigliare a qualcuno dei nostri lettori che volesse cimentarsi nella scrittura di un romanzo storico?
Raccogliere il materiale storico può richiedere tempo. Però non è mai difficile, è appassionante. E' come inseguire un mistero, dipanarne le ragioni intime, entrare nel tempo senza che ciò ti sia imposto da letture astratte (i libri di storia), ma vedendolo con i tuoi occhi, riassorbendolo come un tempo tuo, anche se già trascorso. Credo quindi che scrivere un romanzo storico sia sempre, e prima di tutto, una esigenza dell'anima, e che l'unico consiglio da seguire sia questo: ascoltare i propri interrogativi, cercare di fare della storia non un mostro da subire (il "grande scandalo" di cui parlava meravigliosamente Elsa Morante), ma uno spunto di riflessione, che possa in qualche modo indurci a cambiare, a essere critici e pensanti, a non imbavagliarci mai in visioni statiche. La storia può insegnarci molto sul nostro presente e sul nostro futuro. 
Nel tuo bellissimo romanzo uno dei protagonisti è un bambino, e di bambini si parla anche nella particolare sezione del processo di Norimberga che tu prendi in esame. Quanto ha influito in questa tua scelta l’essere madre di un ragazzino che,  presumibilmente, quando hai scritto questo romanzo aveva più o meno l’età del protagonista? Hai pensato a tuo figlio nel tratteggiare il rapporto del tuo protagonista con la madre?
Mio figlio è stato la prima ragione per cui ho scritto "Effatà". E mi ha ispirato tanto, perchè da lui ho appreso una cosa che avevo dimenticato, e cioè "lo sguardo" di un essere completamente innocente su una realtà colpevole. Dilatando poi questa esperienza "materna", ho abbracciato nel libro ogni bambino, compreso quello irrisolto o mai veramente consolato  che abita dentro di noi.
E a proposito di figli. Sappiamo che i nostri figli possono essere i nostri fan più sfegatati così come i più severi critici, o entrambe le cose. O ancora possono essere indifferenti o falsamente indifferenti rispetto al lavoro o alle passioni della propria madre. Che ci puoi dire in proposito? Come si vive in famiglia la tua passione letteraria e il tuo impegnativo lavoro?
Più che altro io vengo "sopportata"! Nel senso che la mia famiglia si è semplicemente rassegnata a:
1) vedermi sommersa da montagne di fascicoli (di giorno), 
2) vedermi sommersa da pile di libri (la notte),
3) vedermi correre trafelata a scuola di mio figlio, alla posta, in banca, al supermercato...
Piovono consigli da tutte le parti sulla mia iper attività. Quasi tutti mi pronosticano malattie incurabili da stress, ma la verità è che sanno benissimo che non potrei mai fare a meno nè della dimensione lavorativa nè di quella letteraria, e che entrambe concorrono a fare di me una mamma (imperfetta, ma appassionata).
Chi scrive non smette mai: i tuoi programmi per il futuro in questo senso? 
Scrivo sempre. Tutti i giorni. E se non scrivo, penso di scrivere, raccolgo mentalmente appunti, annoto nel cuore e nello spirito eventi, parole, suggestioni. Ho completato da poco un romanzo che spero possa vedere presto la luce, anche se per il momento sono molto impegnata in ufficio (sto presiedendo una sezione civile come facente funzioni) e quindi ho rimandato la pubblicazione al prossimo anno. 
E infine la nostra domanda di rito. Se tu dovessi consigliare un libro a un nostro lettore che potrà leggerne soltanto uno nella sua vita, quale gli indicheresti?
È difficilissimo! Se escludiamo il Vangelo, unico testo davvero necessario, mi sentirei di consigliare un libro di Romain Gary, La vita davanti a sé, tradotto in Italia da Neri Pozza, struggente storia di Momo, ragazzino arabo che vive a Parigi, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, madame Rosa. Un attuale e sconcertante esempio di connubio e convivenza tra diverse razze e religioni, reso possibile da un solo ingrediente: la pietà umana. 

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