venerdì 4 gennaio 2008

Esperimento su Hopper

E. Hopper, Cape Cod evening (1939), oil on canvas.

L'esperimento consiste nel provare a raccontare la storia che ognuno vede nel quadro. Comincio io.
La casa è la quiete della civiltà e della luce, la foresta invece è buia. Il cane, a cui l'uomo si protende inutilmente, guarda chissà dove e l'uomo, in tenuta casalinga, è osservato da una donna, abbigliata in modo più formale, che lui però non degna di uno sguardo. Sono tre esseri che non comunicano tra loro, ma c'è un legame tra le due persone. Qualcosa di non detto. La donna vorrebbe parlare e le finestre del bow-window dietro di lei respirano semiaperte in attesa. Ma l'uomo è rivolto ad altro e, in un correlarsi di architettura e stato d'animo, la porta dietro di lui è irrimediabilmente chiusa. Sembrano esclusi anche dalla casa. Forse la casa rappresenta un'unione che non c'è più?
Sono due coniugi ormai acquietati in un matrimonio statico. Lui gioca con il cane per non affrontare problemi spinosi e lei attende ma senza molte speranze, come dimostrano le braccia conserte. Forse dentro casa avevano cominciato un chiarimento, ma poi lui, attirato dal cane che abbaiava, è uscito fuori per sfuggire una situazione scomoda. Lei avrebbe voluto continuare a parlare, ma poi lo aveva seguito. Sperando in una parola, che però non è arrivata.

Uno scrapbook su Hopper: http://americanart.si.edu/collections/exhibits/hopper/index.html

4 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. [ho provato a spedirlo in privato, perché mi sembrava un po' lungo, ma non ci sono riuscita... Comunque, io la storia la vedo così]

    La casa degli Hartman si trovava fuori dal paese, a ridosso di un boschetto di giovani alberi piantati dai proprietari precedenti.
    Joel Hartman era un bell’uomo, grande ma non grosso, con occhi chiari e carnagione che si abbronzava facilmente, anche al sole incerto della primavera appena iniziata, con camicia a scacchi e stivali da cowboy e un orologio d’oro che gli avevano regalato all’Ufficio Postale, dopo quarant’anni di servizio.
    Miriam, sua moglie, era preoccupata: vedersi intorno quell’omone che aveva sposato secoli prima, nella sua casa bianca e ordinata, in ogni ora del giorno, non sarebbe stato facile, aveva pensato quando lui era tornato dall’ultimo giorno di lavoro.
    Aveva chiesto a Martin, il nero che li aiutava nei lavori grossi, di arrivare più presto, l’indomani. Forse avrebbe convinto il marito a tagliare l’erba che era cresciuta rigogliosa davanti all’entrata. Forse avrebbe persino dato un’aggiustatina ai rami di quell’albero che rischiavano di entrare in casa dalla finestra del bovindo e che le toglieva tutta la dolce luce del pomeriggio, quando si metteva a ricamare. Forse, avrebbero preso Skipper e l’avrebbero portato in paese per una lavata come si deve, visto che quel dannato cane si ostinava a entrare in casa e ormai puzzava come un panetto di formaggio irrancidito.
    Ma Joel Hartman era uscito presto, quella mattina, la prima da pensionato. Era uscito e non era più tornato. Lei l’aveva aspettato, per un po’. Gli uomini, pensava, hanno di queste alzate d’ingegno, quando cambiano vita e abitudini, ma poi tornano. Tornano sempre. Per intanto, Martin si era fermato da lei, ché non era sano per una donna sola, sia pure con cane, abitare in una casa isolata.
    Tre settimane dopo, in paese, dopo la funzione del reverendo Dewey, due buone signore impegnate nella carità e nelle opere di assistenza, avevano pensato di fare degli straordinari, e avevano caritatevolmente informato la signora Hartman che Joel, lo sapevano tutti, aveva preso il volo con la nuova impiegata delle poste, giovane e sfacciata.
    Non importa, aveva pensato Miriam Hartman. Gli uomini hanno queste alzate di ingegno, poi tornano.
    Così, ogni pomeriggio, verso le cinque, si appoggiava al muro esterno del bovindo, un po’ all’ombra un po’ al sole, osservava Martin che cercava invano di farsi amico Skipper e lo chiamava, e gli porgeva bocconcini, ma niente da fare; incrociava le braccia, Miriam, e pensava all’erba da tagliare, che a fine estate stava già ingiallendo, ai ricami da terminare, che li aveva trascurati, ultimamente, e alla nuova camicia a scacchi da ordinare all’emporio.
    Per Joel, per quando sarebbe tornato.

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  3. Ehi, ma questo è ben più di un commento... è una novella! Grazie! Hopper riesce davvero a ispirare!

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  4. Io non la vedo esattamente così. vedo una casa accanto al bosco scuro ( simbolo delle paure inconsce del pittore). Una casa costruita in tuuta tranquillità. Un momento di relax familiare, dove un cane finalmente giocherella felice abriglie sciolte, mentre la sua padrona lo guarda sorridente da lontano, accanto ad un marito che si rilassa accarezzando i pochi fili d'erba, o con le pietruzze, così come facevo spesso io da bambina.
    In questo quadro il pittore rivive uno spezzone della sua infanzia. Il ricordo della sua famiglia, le sue paure...Insomma lO INTITOLEREI: IL BAMBINO INTERIORE.
    CIAO
    Lilly

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