venerdì 20 aprile 2012

La testa ben fatta

Ho letto questo libro quest'estate quando, regredita a uno stato brado dello studio (in preparazione dei test per il concorso per dirigente scolastico), avevo bisogno di ristorare la mia povera mente.
L'ho trovato ricco di spunti come altri di Edgar Morin




L'autore parte dalla considerazione che le università oggi tendono a formare iper-specialisti. 
"Di fatto l'iperspecializzazione impedisce di vedere il globale (che frammenta in particelle) e l'essenziale (che dissolve)". Inoltre, impedisce di cogliere la complessità. Invece di opporre resistenza a questo approccio semplificato la scuola obbedisce al meccanismo, separando gli oggetti, le discipline, i problemi. 
La stessa espansione incontrollata del sapere "edifica una gigantesca torre di Babele rumoreggiante di linguaggi discordanti". Eliot diceva: "Dov'è la conoscenza che perdiamo nell'informazione?". Le informazioni sono frammenti di sapere dispersi che diventano conoscenza solo nell'integrazione e nella relazione. 
Diventa urgente oggi passare da una testa "ben piena" a una "testa ben fatta". 
La prima sfida da affrontare per questo percorso è l'integrazione tra cultura scientifica e cultura umanistica: la scienza tende a separare e ha bisogno dell'integrazione tipica della cultura umanistica. Il sapere, in generale, tende a divenire esoterico: in mano a pochi iniziati e accessibile solo a specialisti. 
Per capirlo basti pensare allo sgomento che ci coglie di fronte alle parole del linguaggio economico di cui siamo bombardati in questo periodo.
La scienza deve quindi diventare transdisciplinare: pensiamo all'ecologia, alle scienze della Terra e del cosmo. Diventa ormai irrinunciabile un'attenzione non solo al progresso scientifico, ma alla sua integrazione in una cultura del rispetto della natura.
La cultura letteraria e artistica (letteratura, cinema, teatro...) devono invece diventare patrimonio di tutti come scuola della lingua, della qualità estetica della vita, della scoperta di sé, della complessità e della comprensione umana. 
Come sarebbero più belle le nostre città e le nostre vite se fossimo sollecitati continuamente dalla bellezza e non dalle brutture mediatiche e architettoniche che spesso siamo costretti a guardare! Pensiamo a come ci emozioniamo quando parla uno come Benigni in TV...


Per approfondire potete leggere l'intervista all'autore da Francesca Frames

Con questo post partecipo a I venerdì del libro

21 commenti:

  1. Che meravigliosa riflessione! Da umanista non posso che approvare. Da non-specialista in niente non posso che sentirmi rinfrancata dal continuo sentimento di "esclusione" che provi di fronte a un sapere sempre più settoriale.

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  2. concordo con suster e constato che per anni io stessa ho separato i due ambiti. che errore!

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  3. Da insegnate di educazione artistica che in Italia nelle scuole è una materia abbastanza sottovalutata non posso che condividere, grazie del post!

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  4. una riflessione importantissima, grazie. Lavoro in un ambito che per sua natura dovrebbe essere umanamente scientifico/scientificamente umano, ma è difficile tenere insieme queste due anime!!!

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  5. @ SuSter: il senso di esclusione è non è dato appena dalla nostra incapacità... si tratta di un'impostazione che in qualche modo ci penalizza se non siamo iperspecializzati...

    @ Stima: già, anche io per anni ho creduto di essere refrattaria alla matematica...

    @ Miriam: sottovalutata da chi?! Io la amo! Per i ragazzi è importantissima!

    @ vogliounamelablu: è difficile, ma ne abbiamo bisogno!

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  6. Bellissimo libro, bellissimo post. Grazie Palmy!

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  7. Ah, ti ringrazio! Perché mi hai fatto ricordare che anni fa avevo stampato e plastificato le carte dei principi di Morin, per giocarci in classe. Le ho cercate e cercate e le ho ritrovate :-)

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  8. @ la 'povna: grazie delle tue parole!

    @la prof: ma vorrei saperne di più... fammele avere!

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  9. Purtroppo è vero, ormai si tende a creare sempre più figure super-specializzate che però, appena vengono estromesse dal loro ambito, si trovano come pesci fuor d'acqua. Invece possedere una cultura a 365 gradi consentirebbe di adattarsi meglio anche al mondo del lavoro (anche perchè al giorno d'oggi non è così scontato che uno riesca a trovare lavoro nel settore per cui ha studiato, anzi...)

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  10. @ Marica: non solo, pur lavorando in un ambiente specializzato, occorre una forma mentis aperta che tenga conto di tutti i fattori...

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  11. Me lo avevi anticipato; Palmy, questo post, e davvero ci ritrovo la continuazione delle riflessioni già iniziate su cultura umanistica vs cultura scientifica.
    Utili ad aprire la mente.
    Grazie, riprenderò l'approfondimento (insieme a quello di mercoledì sulla subcultura giovanile) per le conclusioni del Manifesto.
    Buon week end
    Grazia

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  12. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  13. Post interessante, come le riflessioni che hanno preso vita nei commenti. Anche io sono convinta che solo un sapiente mix di cultura umamistica e scientifica formi professionisti competenti ed esseri umami aperti, mentre vedo un impoverimento dei saperi e una profusione di informazioni spesso inutili o inutilizzabili, perché le persone che le hanno. a disposizione non hanno poi strumenti per usarle, speriamo si cambi rotta. Mi conforta leggere di insegnanti come voi. ciao

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  14. Oltre che un ottimo suggerimento, interessanti gli spunti di riflessione!

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  15. @ Cì: sula profusione di informazioni ci sarebbe da fare un altro post, prima o poi lo farò... grazie delle tue parole...

    @ Stefania: grazie!

    @ Grazia: aspetto con ansia le tue conclusioni...

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  16. Ma guarda che coincidenza:
    http://francescaframes.blogspot.it/2012/04/per-un-umanesimo-planetario.html

    france

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  17. Ciao, Tiziana. Ho raccolto il tuo invito e letto con interesse il post. Il libro che proponi l'ho letto e riletto forse 5/6 volte. Lo reputo un libro fondamentale per la formazione di un docente.

    Il problema della complessità è un problema di fondo. La separatezza tra sapere scientifico e sapere umanistico è artificioso, essendo stata introdotta dalla specializzazione disciplinare. Siamo perfettamente d’accordo su ciò.

    Vorrei operare qui una riflessione sul concetto di bellezza che sembrerebbe separato dalla Scienza. Un errore grossolano che ha falciato e continua a falciare molte vittime.

    La Scienza possiede non solo una indiscutibile funzione “pratica”, ma anche una funzione poetica che è importante valorizzare: la sua funzione di creazione e contemplazione di bellezza. E’ una esperienza frequente ed intensa quella di restare stupiti e affascinati dalla bellezza, non soltanto di un fenomeno naturale, ma anche di una teoria, di un risultato, di un modello: fino al punto che grandi fisici come Paul Dirac hanno potuto proporre il criterio estetico come guida per la scelta di ipotesi scientifiche.

    E la contemplazione della bellezza è anch’essa una forma di conoscenza, che per troppo tempo è stata separata e addirittura contrapposta all’esperienza della conoscenza scientifica.

    Uno dei rischi maggiori della scienza, accanto a quello di una eccessiva semplificazione, è quello di mortificare l’esperienza della bellezza e del mistero del mondo, attraverso uno sforzo esasperato di spiegazione riduzionistica.

    Nella prospettiva della formazione, si tratta dunque di andare verso un insegnamento della scienza più aperto alla complessità del mondo e del nostro rapporto con esso, un rapporto che è nello stesso tempo di semplificazione modellistica e di incanto magico. E dal complesso, dall’intricato, dall’incomprensibile divenuto inavvertito che è opportuno partire, per proporre la scienza come sforzo dell’umanità per spiegare il mondo attraverso modelli necessariamente limitati e parziali.

    C’è un aspetto paradossale della formazione scientifica, che costituisce nello stesso tempo uno degli elementi del suo fascino: essa è infatti una scuola di semplificazione per capire il mondo con l’aiuto della costruzione di mondi artificiali, ma è anche (o almeno può essere), nello stesso tempo, scuola di complessità, nell’incontro con il mondo. Per questo, è necessario non dimenticare mai che i modelli sono metafore, “ reti gettate sul mondo” per dargli significato; e, dunque, va sempre sottolineata, insieme con l’efficacia e il fascino dei modelli semplificanti, la complessità irriducibile del mondo.

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  18. @ Annarita: ti ringrazio del tuo contributo e della densità della tua riflessione, come hai ragione sulla bellezza della scienza, peccato che comunemente a scuola si tenda a non evidenziarla abbastanza preferendo un comodo nozionismo che nulla ha a che vedere con la gioia della scoperta e con la sperimentazione attiva...

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  19. Io mi ritrovo divisa in due, fino alla fine del liceo, assolutamente umanista, poi la scelta di una facoltà scientifica con conseguente cambiamento di mentalità (per lo meno per me è stato necessario), ora cerco di incastrare le due anime, a volte con facilità a volte senza successo.
    Libro segnato

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  20. @mammozza: ho frequentato il Liceo Classico e poi ho scelto Fisica all'università. Le due anime, per mia fortuna, si sono incastrate perfettamente...forse perché due facce della stessa medaglia.

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  21. Bellissima riflessione, me l'ero persa e sono cntenta di aver ritrovato questo tuo VdL!

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