sabato 20 settembre 2008

Il professore Capo


Certe volte tutto sta nell'incipit. Nei libri, come nei legami con le persone e le cose.
Quando il prof di italiano e latino è entrato nella nostra classe ( I liceo classico sezione D) aprendo con veemenza la porta e dicendo, ex apbrupto, "C'è una ragione per cui la letteratura italiana è iniziata in ritardo rispetto alle altre letterature romanze?", in realtà non ha fatto altro che confermare le innumerevoli e paurose leggende che si dicevano di lui. Ci avevano avvisato di farci trovare pronti con un quaderno, eppure non pensavamo così pronti.
Cominciammo a prendere appunti, senza il tempo di capire bene.
Ci chiamava di lei, non sopportava le approssimazioni e le sciatterie; ricordo come fosse ora la vanniata alla prima giustificazione per motivi di sciopero: "ma come vi permettete di dire che scioperate? lo sapete quanto è costato ottenere il diritto di sciopero, lo sapete che chi sciopera rinuncia volontariamente alla paga giornaliera?".
Era inflessibile nell'appuntare gli orari dei ritardi: ci spiegò che una volta, durante gli anni di piombo aveva salvato un alunno da un sommario processo fornendogli un alibi inconfutabile perché vero.
Poteva parlare (e parlò) per un'ora di seguito della parola malinconia. Inseriva qua e là, Camilleri ante litteram, qualche termine siciliano inconsueto, suscitando le nostre risa.
Nelle interrogazioni non voleva che ripetessimo i suoi appunti né il paragrafo del libro di testo, ci faceva spiegare le poesie e ci spremeva finché dai versi enucleassimo il pensiero e la vita dell'autore, il contesto filosofico e letterario dell'epoca. I temi erano momenti di studio: ricordo in particolare il titolo impossibile "I personaggi femminili della Gerusalemme Liberata" per il quale ho impiegato due ore a studiare e una a scrivere. Potevamo usare libri, appunti, approfondimenti e quanto era in nostro potere portare dentro uno zaino.
In latino andavo bene. Dopo il primo sei allo scritto (in un mare di quattro e tre) alla verifica successiva mi ordinò di spostare il banco alla sua destra: "Lo sa cosa diceva S. Bernardo di Chiaravalle? - mi chiese - (no che non lo sapevo, ovvio), diceva Beata solitudo sola beatitudo, quindi lei che rispetto alla sua classe potrebbe avere una cattedra di Latino a Oxford, da questo momento in poi nei compiti si sta qua". "Perché vede, - aggiunse - lei oltre a essere brava è anche buona, ha un'anima naturaliter christiana, quindi le devo impedire di aiutare gli altri".
Mi predisse che sarei diventata una professoressa. Morì il settembre dopo il nostro diploma.
La prima lezione sul ritardo della letteratura italiana l'ho capita studiando filologia romanza all'Università.
Van Gogh, Il Postino Joseph Roulin (1888), inchiostro marrone e gesso nero su carta

6 commenti:

  1. Che bella persona! E' proprio vero che i migliori insegnanti - ed i più amati - sono quelli che chiedono moltissimo, ma danno altrettanto generosamente.

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  2. cara palmy, come vedi vengo a trovarti.

    e poi: vi siete voluti bene, con quel professore :)

    e ancora: Jean Clair nel 2005 ci fece una mostra di grande bellezza sulla malinconia, «Mélancolie, génie et folie en Occident», di cui trovi ancora traccia sul web. un saluto, artemisia.

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  3. @ pokankuni e artemisia: vi ringrazio del commento, andrò a leggere qualcosa sulla mostra segnalata

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  4. il mio prof di Filosofia al liceo è per me una figura analoga...
    ho vissuto sulla rendita delle sue lezioni per tutta l'università... ed è morto un anno dopo il mio diploma...

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  5. @ merins: e guarda caso: tu sei laureata in filosofia e io in lettere!

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  6. anch'io ho avuto una prof di Lettere inflessibile ma che mi ha fatto amare alla follìa la letteratura. ed eccomi qua. :)

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