Il fatto è che continuiamo a credere che il viaggio sia un modo del tutto naturale e divertente per imparare senza fatica. La conoscenza stessa è un viaggio: dentro una terra ignota, dentro un argomento sconosciuto, dentro noi stessi. E per conoscere davvero qualcosa non basta sapere, ma occorre fare un'esperienza diretta. Così il viaggio diventa un'occasione unica per immergersi nella storia di un popolo, di una cultura, di una città.
Da queste riflessioni è nata in me l'idea di un'intervista a Liliana Monticone, mamma viaggiatrice. L'avevo già intervistata per la rubrica Parole in viaggio, qui. Dunque partiamo con le domande...
1)
Raccontaci innanzitutto di cosa ha significato per te viaggiare con tua figlia.
Cosa è cambiato rispetto ai viaggi precedenti?
Premetto
che io
e mio marito abbiamo sempre viaggiato con Valeria e non l'abbiamo mai
lasciata a casa né per un viaggio, né per un weekend, né per una
cena in due,
a meno che non lo chiedesse lei espressamente, cosa che raramente è
accaduta. Si è lasciata scappare una volta un weekend in montagna, per pentirsene poi alla vista delle foto. È stato l'unico! Oggi, crescendo, diventano ovviamente di più le volte
in cui non vuole uscire con noi, ma al momento capita per qualche
cena con amici e mai per i viaggi.
So
di andare controcorrente con questa affermazione e di farmi mettere
immediatamente il bersaglio sulla schiena, però... noi lo pensiamo
davvero. Devo
sicuramente dire grazie a mio marito:
si è sempre alzato ogni notte con me da quando è nata. La mia
maternità, lavorando in proprio, è durata i cinque giorni di
ospedale dopo il cesareo. Il sesto giorno ero in ufficio e dieci
giorni dopo, appena tolti i punti, io e Valeria eravamo in giro col
furgone per il nord Italia. Non avevo (ovviamente!) latte facendo
questa vita e la notte lui preparava con me scaldabiberon e il
necessario, ripetendo che insieme l'abbiamo fatta e insieme ce ne
occupiamo.
Ero
- e sono! - convinta che fosse esagerato,
ma ha sempre considerato le ore di lavoro fuori casa, come un tempo
sottratto al piacere di stare con Valeria. Certe sere, cosa su cui
ancora oggi scherziamo molto, era un contendersela: "Giochi con
me a questo?" E lui ribatteva: "No. Con la mamma hai
giocato ieri sera. Adesso tocca a me!"
Ecco
perché non abbiamo mai avuto la necessità di uscire da soli per
respirare, per staccare o per chissà cosa. Stiamo bene in tre e i
nostri tempi in coppia, li ritagliamo e li abbiamo sempre ritagliati
quando Valeria dorme.
Con
questa vita il viaggiare con un bambino piccolo, per quanto frenetico
ed estremo, per noi è sempre stato più riposante del lavoro.
Viaggiare
con Valeria è un completamento della nostra vita prima e dei nostri
viaggi dopo. Il
piacere di stare insieme noi tre in un tempo dedicato ed esclusivo e
il piacere di vederla scoprire il mondo in condizioni insolite per
tutti i bambini che non viaggiano.
Il
nostro
modo di viaggiare non è assolutamente cambiato.
Forse l'unico aspetto che è un po' variato è stato il prediligere,
nei primi anni di vita, destinazioni con condizioni igieniche
"decenti", giusto per aspettare che il sistema immunitario
si formasse.
Siamo
passati dal piacere di stare insieme e viaggiare in coppia a quello
di farlo in tre
(non ho mai viaggiato sola, io e mio marito ci frequentiamo da quando
avevo 17 anni io e 19 lui). Prima ci fermavamo due ore su una
spiaggia deserta a guardare le foche nuotare, dopo abbiamo cominciato
a farlo in tre. Senza ricerche, destinazioni particolari o dedicate,
ma facendo assaporare a Valeria il piacere della scoperta in quello
che si faceva. Quando poi capitava di incontrare un parco giochi
sulla strada, ovviamente la fermata era d'obbligo, ma a quel punto...
giocavamo anche noi con lei al parco giochi... anzi, giochiamo ancora!
2)
Cosa hanno significato i viaggi per tua figlia? Quali competenze,
quali life skills ha imparato?
Penso
che i viaggi, soprattutto per il nostro modo di viverli, siano un
bombardamento di stimoli e un fuoco incrociato di esperienze. La
mente si apre in modo smisurato e incalcolabile.
In
viaggio si
impara a distruggere quegli schemi mentali costruiti
a casa e a scuola con tanta fatica, per costruirne, in parallelo di
nuovi. Si
impara ad abbattere il concetto di normalità e a contestualizzarlo.
Si
impara a selezionare e discernere azioni
che nel nostro ambiente sono considerate universalmente giuste o
universalmente sbagliate. Anche nelle cose più piccole.
È bellissimo vedere il suo stupore davanti a divieti e permessi dati
per acquisiti, che in viaggio vengono completamente stravolti. Penso
alla sua faccia davanti ai primi "Qui puoi tuffarti dal ponte
più alto della barca" o "Qui puoi salire sul tetto della
jeep e viaggiare là sopra". Allo stesso modo una banale azione
come il bere una spremuta fresca o il mangiare una mela con la
buccia, diventano divieti assoluti in certi paesi e in certe
situazioni.
Sono
queste esperienze anche banali che insegnano a relativizzare concetti
di assoluto che sono radicati in tanti adulti e non solo nei bambini
e che tanti problemi danno nel nostro mondo.
Si
cresce più in fretta,
quando si tocca con mano la povertà degli altri bambini e il senso
di impotenza davanti alle ingiustizie "mondiali".
Si
ricollocano i nostri problemi che a casa sembrano enormi.
Non si ha più il coraggio di lamentarsi per la mancanza di una
maglia firmata quando si incontrano bambini a cui si regala in
viaggio la propria perché, di primo mattino, stanno tremando di
freddo e non hanno la possibilità di comprarla.
3)
Come hanno reagito gli altri? I parenti, gli amici... soprattutto la
scuola?
Bella
domanda! La risposta perfetta ed esaustiva sarebbe probabilmente una
lista di insulti! Penso che renda bene l'idea. Parenti
e amici,
salvo rare eccezioni in cui probabilmente tutti, leggendo, si
identificheranno, non
hanno mai capito il senso del nostro viaggiare.
Nella loro testa si aspettavano che rimanendo incinta ci saremmo
fermati e noi all'ottavo mese di gravidanza siamo stati in Norvegia,
barando un po' sulle date per la compagnia aerea che altrimenti non
mi avrebbe imbarcato. Poi quando è nata erano sicuri che sarebbe
successo. Tutti a ripetere che le nostre pianificazioni sarebbero
state distrutte con l'arrivo di Valeria, per scoprire che dopo
quindici giorni dal mio cesareo siamo andati a sciare con lei
(quella ammetto che è stata un po' esagerata!) e nostra figlia a 14
mesi aveva fatto 14 stati con buona pace di tutti, ormai rassegnati
al fatto che non li avremmo fatti entrare nelle nostre decisioni.
Con
la scuola capitolo a parte... e peggio ancora.
Tutti a dirci di goderci i primi tre anni che poi con l'asilo la
musica sarebbe cambiata. In realtà sono stati due e mezzo, perché
Valeria è andata prima alla scuola materna. Le insegnanti hanno
cominciato a dirci che le assenze erano "vivamente sconsigliate"
perché sarebbe stato come ricominciare il reinserimento. Ora, non è
il mio campo e non voglio insegnare niente a nessuno, ma di problemi
non ne abbiamo mai avuti. Se il bambino ha un attaccamento sicuro,
l'inserimento non è un problema dopo i primi due giorni in cui
capisce che la mamma torna e non è un problema al ritorno da un
viaggio, quando il bambino ha vissuto piacevolmente il fatto di avere
i genitori 7/7-24/24 con lui, e vive bene allo stesso modo la
normalità e la regolarità della vita quotidiana.
A
quel punto le frasi sono diventate: fatelo
adesso perché poi comincia la scuola e non potrete più farlo. Noi
ovviamente abbiamo continuato.
Alle elementari devo dire senza problemi esagerati,... insomma, le
"rotture" normali. Forse perché già in seconda elementare
c'erano stati una serie di eventi in cui, a differenza di tutti gli
altri genitori, avevo preso posizione netta e mi ero esposta. Mi
chiedo ancora oggi se sia proprio per questo mio essere rompiscatole
che mi ripetevano "Valeria può permetterselo perché recupera
in fretta".
Arrivate
le medie
ovviamente la situazione avrebbe dovuto cambiare con certezza. La
frase è diventata: le medie non sono le elementari. Vero. Infatti
abbiamo proseguito! Nel frattempo il blog offriva anche opportunità
extra. L'anno
scorso, seconda media, devo dire che è stato un anno scolastico
"notevole":
abbiamo fatto Danimarca, Faroe, Islanda, Sri Lanka, Oman, Maldive,
Marocco, Camargue,... e diversi weekend vari. Quest'anno gli esami.
Siamo stati un mese in Nepal e ora siamo di nuovo in partenza.
I
problemi sono parecchi. Le
obiezioni che normalmente ci vengono fatte sono sempre le stesse. Il
ridicolo è che non ci vengono fatte solo dalla scuola. Gli
insegnanti sono sotto un fuoco incrociato di genitori che vanno da
loro (sì, avete capito bene!) a lamentarsi del fatto che noi
facciamo troppe assenze. Non so se si sentono paladini della
giustizia o più probabilmente siamo nella sfera di frustrazione e
invidia. Siccome però il pacchetto bisogna prenderlo completo, li
farei provare una settimana a lavorare con me! O anche solo a
viaggiare con noi che, per farlo con le risorse economiche di una
famiglia normale, ci adattiamo a dormire con i topi in Nepal o a mangiare mosche in Sri Lanka.
Ecco
allora che in quei genitori scatta un meccanismo perverso
per cui Valeria fa tutte quelle assenze mantenendo i risultati, non
perché si mette pancia a terra, giorno e notte, una settimana prima
e una dopo, per recuperare quanto perso e raggiungere il risultato.
Secondo loro riesce perché è la preferita degli insegnanti. Questi
a loro volta entrando
sulle difensive
e pressati dai loro meccanismi di inadeguatezza, non difendono il
loro operato. Il risultato non può che essere un mix esplosivo in
cui barcamenarsi dove un insegnante, per paura di essere considerato
di parte, dà quel mezzo punto in meno quando sente odore di assenze,
cosa che, lungi dal placare le polemiche, le alimenta in un circolo
vizioso da cui non si esce più.
Valeria,
è capitato proprio in questi giorni, entra
in casa sbraitando che non è giusto,
che il suo voto doveva essere più alto e giù ad elencarmi tutte le
virgole di ingiustizia scolastica cosmica. Siccome mi sono stufata di
spiegarle che noi vogliamo il massimo e basta, vogliamo il risultato,
ma davanti a queste cose passiamo oltre, dopo averla lasciata sfogare
un po', le chiedo, volutamente sottovoce, se è giusto che in questo
momento i bambini che qualche mese fa ha preso in braccio in Nepal
non abbiano i soldi per gli antibiotici, mentre lei sta nuovamente
partendo per le vacanze. Per loro non è una questione di scelta.
"Il
mondo non è un posto in cui regna la giustizia. Cerca di fare in
modo, con quello che sceglierai di fare nella tua vita, di lasciarne
un po' di più di quella che hai trovato".
Da
mamma la cosa che più mi infastidisce sono i discorsi sulla serietà
e sul senso del dovere.
Sono convinta che in educazione esistano tante strade per raggiungere
lo stesso obiettivo, strade che passano attraverso il nostro modo di
essere e di pensare, il nostro modo di essere coppia e di essere
genitori, il nostro modo di vivere, per scelta o per necessità.
Quello
che noi abbiamo scelto è questo, senza giudizio o condanna di quello
che scelgono gli altri, semplicemente diverso. Per noi la serietà
non passa da una presenza scolastica che non si può infrangere per
senso di responsabilità, presenza che se non diventa, come spesso
accade, solo una facciata, è comunque un metodo valido per passare
il concetto. Noi, forse un po' per deformazione professionale,
abbiamo deciso di trasmettere il concetto con il risultato. Una volta
acquisito il metodo di studio che chiaramente le abbiamo insegnato, a
noi non interessa se studi al pomeriggio alla tua scrivania, al
mattino sull'autobus, alla sera prima di dormire o se ti va e non hai
altro tempo, punta pure la sveglia alle 3 di notte. A
noi interessa che tu sappia la lezione e porti a casa il risultato.
Molto semplicemente.
A
due anni e mezzo quando ha cominciato ad andare all'asilo aveva due
alternative: alzarsi e svegliarsi con noi alle 6 e scendere in
ufficio (la ditta è attaccata all'abitazione), oppure dormire fino
alle 7.30, ma a quel punto doveva svegliarsi con la sveglia, vestirsi
da sola e scendere in ufficio a fare colazione col tè della
macchinetta mentre aspettava il pulmino.
Quale scuola migliore di autonomia e senso di responsabilità?
Intorno
ai suoi tre anni facevamo lunghi viaggi in autostrada, io e lei, col
furgone, per lavoro. Avrei potuto tranquillamente rilassarmi sparando
la musica e pensando ad altro. La tenevo spenta. Chiacchieravo con
lei (anche se a quell'età non è poi così stimolante per noi
adulti), le parlavo di quello che succedeva attorno a noi e quando
avevamo finito gli argomenti e rischiava di annoiarsi, abbiamo
cominciato per gioco a ripetere il Sabato del Villaggio. La sfidavo:
"Scommetto che non ti ricordi. Scommetto che non riesci a
ripeterla". Morale che in brevissimo tempo aveva imparato a
memoria tutta la poesia. Il metodo aveva un po' la doppia funzione:
anti-noia e allenamento della memoria.
Non
vi dico cosa è successo quando un bel giorno, all'asilo, le maestre
l'hanno sentita decantare la poesia mentre costruiva coi lego!
Dovevano
soltanto più chiamare i servizi sociali. Ovviamente, quando sono
arrivata a prenderla, avevano già deciso come stavano le cose e che
io ero da rinchiudere. Senza possibilità di replica, a scuola sanno
sempre cosa è giusto e cosa è sbagliato!
Oggi
però non mi parlano di voglia, di sbattimento, di impegno, di
costanza, di senso di responsabilità riguardo la sua autonomia
scolastica. Oggi mi dicono che sono fortunata perché mia figlia
legge una volta e impara e i loro figli fanno ammattire!
Chiaramente
ci tengo a precisarlo, questi sono solo casi relativamente isolati e
non sono tutti così. Ci mancherebbe altro. Ho
incontrato davvero tante persone professionali e preparate,
lontanissime da questi schemi. Purtroppo, da un lato fa più rumore
un albero che cade da una foresta che cresce, dall'altro credo che
forse mai come oggi la scuola debba imparare ad adeguarsi alle
esigenze delle famiglie che sono inevitabilmente cambiate.
Sono
cosciente del fatto che serviranno secoli, ma gli orari di oggi e i
tempi di vacanza, andavano bene quando il 90% della popolazione
lavorava in fabbrica e aveva il mese di agosto libero. Oggi
le esigenze
sono quelle delle professioni più disparate: turnisti che lavorano
di notte e/o il sabato e la domenica, professioni stagionali come la
nostra, lavori da pendolari in cui un genitore sta a casa dieci
giorni al mese o un mese ogni tre...
4)
Cosa ne pensi dei viaggi di istruzione? Cosa proponi per renderli più
significativi?
In
realtà non mi sono mai posta più di tanto il problema. Devo
ammettere di averli sempre considerati inutili ed estemporanei.
Forse avevano un senso 30 o 40 anni fa, quando non ci si muoveva, non
si viaggiava e non esistevano i voli lowcost. Mi verrebbe da dire
meglio usare le stesse risorse in maniera più costruttiva. Penso ad
esempio al Regno Unito dove da settembre il codice sarà materia
obbligatoria dai 5 anni.
La
seconda parte della domanda, quando si tratta di passare al
costruttivo, mi mette in difficoltà. Temo che non ci sia un modo per
riesumarli in maniera significativa, a meno, forse, di
riuscire ad entrare, come scuola, in luoghi prettamente chiusi al
pubblico.
Mi viene in mente una gita di istruzione da Google o alla sede Apple
Italia. Un incontro con Luca Parmitano nei suoi ambienti di lavoro,
una persona che si dimostra sempre un grande uomo, prima di essere un
grande professionista, rispondendo alle domande e ai commenti di
tutti sui suoi canali social e dedicandosi particolarmente ai
giovani. Penso anche solo alla prima volta in cui sono entrata al
Coderdojo a Milano.
Forse
le gite potrebbero focalizzarsi su ambienti altamente professionali
che facciano percepire ai giovani che esiste la passione per il
lavoro, per i propri risultati, la passione per quello che si fa.
Far loro toccare con mano che non tutti gli adulti sono insoddisfatti
e frustrati dall'arrivo del lunedì mattina. Credo ce ne sia davvero
tanto bisogno e indipendentemente dall'età e dall'indirizzo
scolastico, sarebbero sicuramente gite affascinanti e formative,
oltre che di istruzione.
Su quest'ultima risposta, Liliana, dissento un po'. Non tutti oggi hanno la possibilità di partire con le famiglie, qualcuno prende l'aereo per la prima volta in una gita scolastica. E poi, come dicevo all'inizio, si tratta sempre di scelte e di visione. Un viaggio è utile se ben pensato. Che ne dici? Che ne dite?
Commentate pure, le risposte da parte mia riverranno tra qualche giorno quando sarò tornata da... una gita scolastica! ;-)