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mercoledì 9 settembre 2015

Insegnare in 3 D: la borsa magica del prof



Ripartiamo con un nuovo appuntamento con Insegnare in 3 D. Con Laura, che ci parla del suo originale modo di insegnare. Oggi in particolare, vi introdurrà ai segreti della sua borsa magica... Le lascio volentieri la parola:
Mi hai parlato dell'idea di realizzare un role play con l’aiuto di una borsa magica, di cosa si tratta?
Ormai manca poco per tornare tra i banchi – almeno spero visto la mia condizione di precaria - e mi è tornata voglia di condividere con voi uno dei miei trucchi da prof preferito: la borsa magica.
Avere l’attenzione di una trentina di ragazzini non è sempre facile. Una borsa – meglio se appariscente – da riempire di volta in volta con oggetti diversi può essere un valido aiuto. La mia borsa magica non poteva essere che questa:
Kitsch ma …eloquente!
A cosa serve una borsa piena di oggetti?
  • A presentare il lessico in 3D - per non dimenticare il punto di partenza di questi post.
  • A garantire la dimensione ludica e coinvolgere anche gli studenti più deboli.
  • A facilitare l’uso dell’inglese anche come lingua veicolare. Tutte le istruzioni per l’attività che riporto poco sotto possono essere date in inglese. Mi riferisco ad istruzioni come: close your eyes and pick an object / what’s in my bag / make a guess… L’espediente della borsa aumenta l’attenzione ed il coinvolgimento degli alunni e rende facilmente intuibile il significato di alcune delle frasi usate.
  • A…far saltare fuori dalla pagina quei Role Play che i libri di didattica presentano come strumenti infallibili per sviluppare le competenze comunicative dei nostri studenti ma che, diciamoci la verità, rimangono spesso dialoghi da imparare a memoria fuori contesto, incapaci di coinvolgerli.
Piccola nota: il role play è considerato uno strumento di valutazione. È bene quindi farlo precedere da una fase di presentazione e familiarizzazione di una data situazione comunicativa.

Vuoi farci qualche esempio di lezione?
Il Lessico
Uno dei role play più comuni proposti dai libri di testo è quello che porta i nostri studenti Al Ristorante. Personalmente non saprei realizzarlo senza la mia borsa magica:
Solitamente lo propongo dopo aver affrontato con la classe le formule di cortesia con Would: What would you like to have? I’d like a pizza!
Quando ritengo che gli studenti ne abbiano avuto abbastanza di esercizi per memorizzare questo uso di would, faccio (ri)leggere loro il modello di dialogo proposto dal libro. Ce n’è sempre uno che riguarda un bar o un ristorante. A questo punto creo un po’ di suspense per la lezione successiva: “Ragazzi, la prossima volta andiamo davvero al ristorante. A casa provate a ripassare i nomi in inglese degli oggetti che, secondo voi, potrebbero servirci”.
Se necessario, in caso di classi poco motivate, chiedo di completare uno spidergram di questo tipo:

La volta successiva mi presento in classe con la borsa. Faccio un po’ di scena. Libero la cattedra da qualunque cosa la ingombri. Chiamo alla lavagna uno studente e gli chiedo di disegnare la superficie di un tavolo. E, alle estremità opposte della lavagna, due colonne per segnare i punti della squadra A e della squadra B (un po’ di sana competizione aiuta sempre).
Io intanto formo le due squadre e comincio a girare per la classe chiedendo ai ragazzi di chiudere gli occhi e pescare un oggetto dalla borsa. Tutto in inglese così ripassiamo anche altro.
Se lo studente conosce il nome dell’oggetto la squadra guadagna un punto. Altrimenti tocca all’altra squadra. L’oggetto intanto viene disegnato alla lavagna, appoggiato sulla cattedra e “nominato”.
Alla fine dico qualcosa tipo:
Well, well! We’ve just set the table! And now let’s go to the restaurant!

E poi come continua il gioco?
Alla lavagna ci sarà qualcosa del genere:
…intanto la nostra competizione è passata in secondo piano …nessuno si cura più dei punti segnati! La scena per il nostro ROLE PLAY è quasi pronta.
Tra gli oggetti della mia borsa ci sono anche due grembiuli:
Anche questi orrendi a vedersi ma funzionali. Chiamo uno studente per squadra – i primi a fare il role play dovrebbero essere studenti bravi in modo tale da fornire in tempi ragionevoli un buon modello alla classe, e gli chiedo di scegliere se essere il cameriere di un ristorante irlandese o inglese (Oddio! Un “ristorante inglese” è quasi un ossimoro, ma cosa non si fa per la didattica!)
Insieme al grembiule, che devono indossare, i due camerieri ricevono anche un menu e lo leggono alla classe: il menu inglese contiene parole come porridge o pudding; il menu irlandese parole come …potatoes: Mashed potatoes / potatoe bread / fish and chips, that is…fish and potatoes!
E così il tributo a quell’altra parte della materia che insegno, la civilità inglese, è pagato. Del resto, gli studenti sono più interessati agli aspetti culturali che alla lingua in sé.
Ma torniamo alla borsa che, dettaglio non specificato prima, conteneva dei doppioni – 2 bicchieri / 2 coltelli ma solo una cannuccia ad esempio, solo un tovagliolo. Sulla cattedra ci sono quindi due coperti incompleti.
A questo punto due studenti vanno al ristorante. Spiego loro cosa mi aspetto che facciano. Alla lavagna scrivo: salutare il cameriere, richiedere un tavolo, ordinare, richiamare l’attenzione del cameriere, richiere l’oggetto mancante, chiedere il conto.
Le coppie, ciascuna formata da un cameriere e un cliente, hanno qualche minuto per assicurarsi di saper fare queste cose. Possono eventualmente consultarsi con le rispettive squadre.
Alla fine, la classe decide quale coppia di studenti è stata più brava.

E basta un'ora per un'attività del genere?
Solitamente una lezione di un’ora è sufficiente per questa attività. È chiaro che solo alcuni studenti realizzeranno il role play.
Nella gestione dei tempi è fondamentale non lasciarsi prendere la mano dalle immancabili digressioni. È bene scegliere in anticipo il lessico e le funzioni grammaticali/ segmenti linguistici da fare usare. E non assecondare troppo le curiosità degli studenti a meno che non siano davvero pertinenti, magari, ricordare loro che per questa attività avranno un voto sul registro!

E assegni compiti per casa?
Solitamente consistono nell’aiutare mamma e /o papà ad apparecchiare la tavola almeno fino alla prossima lezione di inglese. Durante la prossima lezione uno studente della squadra A sfiderà uno studente della squadra B per vedere chi riesce a ricordare e a fare lo spelling di più oggetti. In caso di pareggio vince lo studente che riesce ad ampliare il campo semantico con oggetti non contenuti nella borsa …o qualcosa di simile. Si può anche far ripetere il role play anche se, personalmente, preferisco introdurre situazioni sempre nuove.
Il divertimento (oops!)... l’apprendimento è garantito!

Cos’altro può contenere la tua borsa?
  1. Frutta – io uso il set di stoffa dei miei figli ma si può anche portare della frutta vera!
Role Play: At the Grocery shop – uso di How Much / How may
  1. Animali – piccoli peluche/ lego / ecc.
Role Play: Guess what is my favourite animal? – uso di aggettivi e parti del corpo
  1. Un foulard da Zingara e una sfera di cristallo
Let’s meet a fortune teller – futuro con Will

E voi? Cosa ne pensate? Avete suggerimenti? Quale role play vi diverte realizzare con i vostri studenti? Quali sono, secondo voi, gli elementi che ne assicurano la riuscita?

lunedì 16 febbraio 2015

Valutare sempre

Tra addetti ai lavori, parlare di valutazione dà a volte l'impressione di voler partire dalla fine: agli occhi di chi insegna appaiono immediatamente più rilevanti l'aspetto preparatorio della lezione e il suo concreto svolgersi.
Eppure, la valutazione, che normalmente viene percepita come la propaggine finale dell'insegnamento, è il primo dei segnali che arriva alle famiglie e l'inizio, volte burrascoso, del rapporto con esse. 
Non solo. Essa è soprattutto il principale segnale della validità dell'insegnamento stesso. Se la maggior parte della classe fallisce in una verifica questo risultato dovrebbe interrogare innanzitutto l'insegnante. La valutazione, infatti, costituisce forse l'unico feedback di cui insegnante dispone per calibrare la propria didattica. Del resto, a ben guardare, la valutazione avviene o dovrebbe avvenire non solo alfine del percorso di apprendimento, ma mentre l'apprendimento accade e si svolge. Si tratta del tanto caro e bistrattato concetto di valutazione formativa (cosa diversa da quella sommativa o finale di cui la pagella è l'evidenza più conosciuta).

Come favorire tale pratica valutativa continua? Ecco di seguito alcuni suggerimenti (per insegnanti, ma potrebbero essere utili anche ai genitori a casa):
-chiedi ai tuoi ragazzi di classificare con un sistema da 1 a 5 quanto hanno capito il concetto appena spiegato
-distribuisci delle schede alla fine della lezione con domande che incoraggino la pratica autovalutativa: in grandi linee cosa hai imparato oggi? quale dei concetti imparati non hai pienamente capito? Utilizza dette schede per calibrare la successiva lezione
-incoraggia l'analogia: chiedi di trovare delle analogie tra il concetto spiegato e qualcuno del passato o rinvenuto nella propria esperienza
-insegna e proponi di usare le mappe concettuali per schematizzare i concetti chiave e i nessi logici
-in coppia si può rispondere a domande come: studiando questa lezione, ho cambiato la mia idea su..., sono rimasto sorpreso da..., sono diventato consapevole di..., il concetto di... mi ha ricordato quello di... (come legame tra testo e testo, tra testo e se stessi, tra testo e mondo reale)
-punto della situazione finale: chiedi di scrivere sul quaderno i concetti imparato durante la lezione, anche come semplice elenco di argomenti
-punto della situazione iniziale: chiedi all'inizio della lezione di riprendere sommariamente ciò si cui si è parlato in quella precedente, anche con domande di comprensione

Post ispirato da questa utile scheda (in inglese)

mercoledì 28 gennaio 2015

Insegnare in 3D: Oltre il libro

Da cosa nasce cosa. Da oggi a scadenza variabile ospiterò sul blog i contributi di Laura, professoressa anzi teacher (insegna inglese alle medie, ma non solo)... Avrete modo di conoscerla da ciò che vi racconterà del suo modo di insegnare. Per ora vi posso dire che è passata dalla scuola che dirigo come una meteora (o, sperando in un ritorno, come una cometa), insomma come supplente. Dopo qualche settimana si è presentata in presidenza per chiedere se poteva organizzare un pic nic in inglese nel prato della scuola. Mi ha brevemente spiegato che voleva proprio realizzare una colazione sull'erba e conversare con gli alunni solo in inglese, in modo da arricchire il loro lessico in modo naturale. Evviva! - ho pensato. Da qui il passo è stato breve a parlare di flashcards, Montessori... A proposito i suoi figli hanno frequentato la scuola montessoriana... ma a Singapore! Insomma, vi ho incuriositi? 




Oggi cominciamo parlando di libri di testo: Laura, cosa pensi dei moderni libri di testo e dell'uso delle tecnologie?

L’editoria scolastica ha fatto passi da gigante negli ultimi anni. I nostri volumi sono sempre più colorati e coinvolgenti, quasi tutti ormai pensati per essere testi misti da usare con l’ausilio delle tecnologie più moderne, LIM* in testa. Eppure, io continuo ad avere la sensazione che persino la modernissima e bellissima LIM rappresenti un approccio bidimensionale ai contenuti e che, almeno nell’insegnamento delle lingue, basterebbe molto meno per aggiungere una dimensione all’apprendimento in classe. Realizzare il learning is experience che ispira questo blog è forse meno complicato di quanto si pensi.
C’è un’espressione inglese che mi piace molto: JUMP OFF THE PAGE. Per i non addetti ai lavori, la si usa per descrive qualcuno – studenti soprattutto – in grado di impressionare. A me invece piace pensare che sia la lingua a dover saltare fuori dalle pagine ed impressionare gli studenti. Così, quando preparo le mie lezioni, mi chiedo come fare per staccare le parole, le strutture grammaticali, le funzioni comunicative dalla pagina del libro e consegnarle in 3D ai ragazzi.

La tua idea di insegnamento in 3D è un altro modo di chiamare lo "studiare con le mani" o hands on learning di cui ho parlato spesso in questo blog. Quali strumenti possono trasformare l'insegnamento e l'apprendimento da bi a tridimensionale?

Alcuni, lo vedrete, sono strumenti vecchi come Matusalemme, altri sono idee rubate ad amici e colleghi conosciuti nel corso degli anni… anni nei quali ho vestito i panni dell’insegnante – per studenti dai 3 ai 70 anni, in Italia e all’estero – ma anche e soprattutto i panni della studentessa – in questo caso intenta a studiare più i professori e le loro tecniche che le loro discipline!
Ma basta preamboli e presentazioni, queste pagine hanno un obiettivo: condividere tecniche e attività già collaudate in classe. Leggete e, soprattutto, condividete i vostri teaching tips …it’s sharing time!

... quindi cosa vuoi condividere con noi oggi?

OGGI PARLIAMO DI: FLASH CARDS
Confesso che è una delle mie attività preferita per introdurre vocaboli nuovi. Ed ecco perché:
  • sono facili da preparare e da adattare ad ogni lezione o al periodo dell’anno: a ottobre flash cards di halloween, a dicembre flash cards natalizie; mentre studiamo gli uncountable flash cards sul cibo!
  • sono adatte a tutti gli stili apprenditivi. Particolarmente utili per aiutare ragazzi con difficoltà dell’apprendimento o semplicemente per coinvolgere gli studenti che tendono ad isolarsi / distrarsi; Se opportunamente usate – e vorrei dire dosate – garantiscono piccoli successi impensabili per gli studenti più deboli e possono trasformarsi nei primi passi verso l’autostima e la motivazione intrinseca.
Solitamente preferisco preparare io stessa le flash cards di cui ho bisogno. Stampate delle immagini colorate su cartoncino ed il gioco è fatto. Potete decidere se indicare sullo stesso lato o su lati diversi l’ortografia della parola. Lo spelling, specie per una lingua non trasparente come l’inglese, ha solitamente l’effetto di intimorire gli studenti, va quindi introdotto, ai livelli elementari, in un secondo momento.
  • sono un’ottima strategia di memoria e possono essere reimpiegate in mille modi:
    • Show and tell: l’insegnante mostra la carta e lo studente pronuncia l’oggetto che vi è raffigurato; si può partire con un numero minimo – 6 carte – ed aggiungere una o due carte ad ogni nuovo incontro. Senza che l’insegnante faccia nulla per introdurre competitività gli studenti cercheranno di indovinare il maggior numero di flash cards possibile, e la volta successiva di superare il proprio record personale. In questa versione, possono essere usate per creare una mini routine in classe – anche questa un piccolo accorgimento per aiutare la gestione della classe. “Per tutto il mese di ottobre cominceremo e finiremo le nostre lezioni giocando per 2 minuti con le flash cards. Siete pronti?” …ovviamente quando si fanno di questi annunci, proprio come facciamo con i nostri figli, è bene essere coerenti e mantenere la parola data.
    • Show and tell + spelling. Una sorta di spelling-bee con l’ausilio delle immagini. Perfetto per un gioco in squadre.
    • Teacher says: distribuite le carte e poi chiedete agli studenti di alzarsi solo se posseggono la flash card con la parola pronunciata dall’insegnante.
Può essere utilizzato per esercitarsi con le richieste: Assicuratevi che tutti gli studenti abbiano una carta tranne uno. Fate partire un cronometro. Lo studente che non ha carta inizia il gioco chiedendo: Can I have the bag, please? Allo scadere del tempo, lo studente rimasto senza carta avrà perso!
    • Sentence builder. Adattabile a qualunque aspetto grammaticale o tempo verbale voi stiate spiegando. Io l’ho provato con il verbo avere. Distribuite poche carte e chiedete agli studenti di fare delle frasi. Cominciate voi la catena chiedendo: Has Francesca got a cat? Uno studente risponde: No, she hasn’t. She has got a dog. /She hasn’t got a cat. Luca has got a cat and a rabbit,
    • Last but not least, sogno di avere un giorno un’aula abbastanza grande – o una classe poco numerosa! – per poter sperimentare un Touch and go di questo tipo:


L’ultima serie di flash cards create quest’anno ha riscosso notevole successo tra i miei studenti di scuola media e tra i miei figli... le trovate qui.
Io ho selezionato le 12 parole per me più significative. E ho creato delle flash cards duple face: solo immagine da un lato/immagine e parola dall’altro.

Ci hai dato tanti spunti, che possono essere utili anche per chi fa homeschooling. Di cosa ci parlerai la prossima volta?

Vorrei parlare di magic bags; role plays; just English, please! e …del perché studenti di ogni età dovrebbero continuare a canticchiare e ballare la lingua piuttosto che appiattirla in un’interminabile serie di esercizi strutturati!

Nel frattempo, se avete domande e curiosità o osservazioni non esitate a lasciare il vostro contributo nei commenti.

venerdì 12 dicembre 2014

L'ora di lezione


"C'è stato un tempo in cui -scrive Recalcati - [...] l'autorità dell'insegnante era garantita dalla potenza della tradizione alla quale si appoggiava: il modello pedagogico prevalente era quello correttivo-repressivo, fortemente gerarchizzato", fondata sull'alleanza genitori-insegnanti.

Oggi prevale un modello, destabilizzante, in cui "i genitori si alleano con i figli e lasciano gli insegnanti nella più totale solitudine, a rappresentare quel che resta della differenza generazionale e del compito educativo". 

Il difficile è che non c'è una bacchetta magica in grado di restituire ai docenti l'autorità perduta e non ci sono strategie valide per tutti gli alunni e per tutte le classi. Tanti sono i consigli di classe in cui emerge quest'impotenza: non va bene il pugno di ferro e non va bene il clima amicale. I casi più difficili sono proprio quelli in cui i genitori o sono ininfluenti o hanno abdicato alla loro potestà.
Penso al papà che di fronte all'atteggiamento oppositivo e aggressivo del figlio riesce a dire solo che "a scuola si va per divertirsi e giocare non per fare monellerie" e penso alla mamma che non fa altro che piangere completamente arresa alle malefatte riferitele.
Un recente articolo inglese parla dei genitori spazzaneve, che passano la vita a spalare la neve dalla strada che il figlio deve percorrere, cercando cioè di rimuovere ogni possibile ostacolo e controversia:



Voi cosa ne pensate?

(con questo post partecipo ai #venerdidellibro)


lunedì 24 novembre 2014

Domande per incoraggiare il pensiero critico



La verifica orale è un momento didattico importante, eppure si riduce spesso a una pedissequa ripetizione di ciò che l'insegnante vuole sentirsi dire: le domande coincidono con i titoli dei paragrafi del libro di testo e le risposte sono un breve sunto di ciò che si ricorda. Come evitarlo? Come incoraggiare una rielaborazione di quanto appreso, come sostenere il pensiero critico?

Il docente può partire da un livello base, domandando i fatti. Mi riferisco alle classiche "W Questions" (What-Who-When-Where-How?): 
-Cosa ricordi dei fatti che hai studiato?
-Di cosa stiamo parlando?
-Chi sono i protagonisti?
-Quando e dove?
-Come?

A un gradino più elevato le domande di comprensione:
-Puoi spiegare...?
-Descrivi...
-Cosa significa...?
-Fai un esempio di...?

Arriviamo poi alle domande di applicazione delle conoscenze:
-Come potresti risolvere...?
-Cosa succederebbe se...?
-Come potresti usare...?

Al successivo gradino l'analisi (la relazione tra i fatti):
-Cosa motiva questo?
-Cosa puoi concludere?

Fino alle valutazioni:
-Potrebbe essere meglio se...?
-Perché pensi che...?
-Sei d'accordo con la scelta di...?

E alle inferenze o congetture:
-Cosa sarebbe accaduto se...?
-Puoi sviluppare meglio questo aspetto? 

martedì 18 novembre 2014

Intervista sulla didattica laboratoriale

                                (Progetto Energia)

"Ho 39 anni, da 11 vivo a Genova. Mi sono trasferita per amore da un paese di mare del Cilento, Agropoli. L’amore poi è finito, ma la città mi ha conquistato e sono rimasta sotto la Lanterna a esercitare la mia professione: insegnante di Lettere" - si presenta così Antonella Botti, docente che ho coinvolto nel mio progetto di promuovere la didattica dell'apprendimento attivo, della classe laboratorium, chiedendole in seguito a un suo commento molto interessante di raccontarci il suo modo di lavorare e insegnare.

Antonella lavora come insegnante da 13 anni, ha girovagato tra superiori, infanzia, sostegno. Alla fine ha scelto la fascia d’età 11-13: "perché mi affascina - dice- l’idea di interagire con ragazzi dalla mente ancora così ‘assorbente’; è un’età in cui si vive ancora un pezzo di infanzia, si alimentano sogni, passioni, a volte anche grazie all’influenza del professor Keating di turno. Sono mamma da qualche mese - aggiunge - e appassionata di cucina, lettura, scrittura, cinema…Mi interesso di scrittura creativa e tecnologie didattiche (ho scritto un text book di Grammatica per Ipad) e credo fermamente nella svolta 2.0 della scuola". 
Ma cominciamo con le domande...

1) Come e perché hai introdotto la didattica laboratoriale nel tuo insegnamento?

Io credo che un insegnante, nonostante gli studi, i concorsi, le letture coatte e anche grazie a tutto questo, in classe, in fondo, tiri fuori quello che è. Io amo la creatività, la scoperta, il progetto da realizzare da zero sulla scia di una passione, di una curiosità. Credo che trasmettere questo approccio allo studio e alla vita sia il compito più importante di un docente, un antidoto alla noia, alle angosce e alle paure che sono così invitanti per molti ragazzi che si affacciano alla vita adulta. La didattica laboratoriale mi consente di stimolare e alimentare questo atteggiamento verso la conoscenza e, cosa non da poco, mi diverte parecchio. Il segmento di scuola nel quale insegno, poi, è prettamente formativo, i preadolescenti hanno un forte bisogno di sistematizzare e contestualizzare le tante conoscenze alle quali hanno accesso, per costruire il proprio pensiero, per diventare ‘persone'. Oggi reperire le informazioni è incredibilmente facile, maturare una competenza anche grazie a quelle informazioni, semmai in una dinamica di gruppo, di condivisione, non è così semplice; è un processo che chiama in causa tutto il proprio essere.

2) Puoi raccontare due o tre esempi di didattica laboratoriale già sperimentati da te?

In generale applico un approccio induttivo alla maggior parte delle mie lezioni secondo questo criterio: mappa cognitiva su conoscenze pregresse, partecipazione alla costruzione del sapere ed eventuale riprogettazione, produzione di un oggetto didattico. Poi organizzo attività di laboratorio fisse, altre occasionali.
Ho insegnato diversi anni in una scuola di frontiera, qui a Genova. Approfittando del tempo prolungato ho realizzato con due classi alla volta, un progetto di Linguaggio cinematografico che si concludeva con la proiezione di un mediometraggio completamente realizzato dai ragazzi. Abbiamo girato due pellicole su sceneggiatura originale e una ispirata a “Una barca nel bosco” di Paola Mastrocola. Ogni alunno aveva il suo ruolo: c’era il fonico, il truccatore, il sarto, il trovarobe. Un’occasione importante per coinvolgere anche i cosiddetti ragazzi difficili.
Altre occasioni me le ha offerte l'ambito geografico. Con le classi seconde prendiamo spunto dai viaggi delle terze per costruire itinerari, simulare prenotazioni e stilare un piano-gita con luoghi di interesse, orari di visita, acquisto biglietti, ecc. Ho anche approfittato di una classe che mi ha pianificato un viaggio a Cracovia anni fa, con indicazioni precise che ho seguito alla lettera! Nello stesso ambito abbiamo per diversi anni approfondito il tema delle energie rinnovabili e realizzato modellini effettivamente funzionanti a energia eolica o solare (foto)
In ambito storico, un’attività fissa che propongo è quella dell’analisi delle fonti: ogni anno scelgo una persona che conosco e che mi mette a disposizione alcuni suoi oggetti (lettere, vestiario, fotografie). Chiedo ai ragazzi di stilare ipotesi motivate sulla vita di questa persona a loro ignota, partendo dallo studio dei reperti che metto a disposizione. Propongo l'attività alle prime che hanno mostrato sempre molto entusiasmo; l’attività mi è utile soprattutto per trasmettere il concetto di ‘ipotesi storica’ e per entrare meglio in contatto con la disciplina.
Genova offre il centro storico più esteso d’Europa, è una risorsa preziosa che sfrutto così: fornisco materiale documentale e fotografico, poi, con mappe, bussole e block notes, i ragazzi ripercorrono le diverse cinte murarie delle città, le strade battute dagli antichi galeotti o dai mercanti per poi riproporre quello che hanno imparato ai compagni della scuola primaria a cui fanno da guida turistica (a breve una caccia al tesoro a tema storico). Applico questo metodo anche in occasione delle uscite didattiche.




3) Secondo la tua percezione è una metodologia diffusa nella scuola di oggi?

Poco. Dalla mia esperienza personale e dalle informazioni reperite occasionalmente tra colleghi, ho la sensazione che la lezione frontale sia ancora la forma privilegiata di metodologia didattica, soprattutto fra i colleghi meno giovani. Credo faccia qualche eccezione l'insegnamento delle Lingue straniere.

4) Quali sono i vantaggi di usare strategie di apprendimento attivo e di tipo laboratoriale in classe?

Molto dipende dallo stile di apprendimento degli alunni e dalla tipologia del gruppo classe. Quando il primo è cinestetico, il laboratorio è fondamentale: aiuta a interiorizzare conoscenze, a maturare competenze spendibili e a tenere sempre viva l'attenzione. Quando il laboratorio ha successo l'argomento di studio resta decisamente più vivido nella memoria e nell'esperienza; anche la coesione del gruppo classe risente positivamente di queste esperienze e, in generale, aumenta l'entusiasmo. In base alla mia esperienza posso dire che la didattica laboratoriale è spesso un'ottima risposta soprattutto per alunni con bisogni specifici (DSA, BES), spesso in difficoltà con i metodi tradizionali. >Non sempre un laboratorio funziona. È un metodo che richiede una preparazione attenta del lavoro, dei materiali, del percorso da seguire. Sbagliare rotta rischia di coinvolgere solo alcuni alunni, nonostante il tempo dedicato alla preparazione. Il laboratorio richiede, infatti, sicuramente tempi lunghi in classe, oltre che a casa; il rischio del fallimento è dietro l'angolo. A volte, poi, alcuni ragazzi non sono predisposti a questo tipo di didattica e necessitano, o almeno così pensano, della lezione frontale a cui sono semmai abituati da anni e senza la quale si sentono destabilizzati.
Altro elemento delicato è la valutazione. Io ho il sogno montessoriano di un ciclo primario non giudicante, ma il sistema attuale sennonché le famiglie e, di riflesso, anche gli alunni è molto attento alla verifica, al voto numerico con cui misurarsi. Nel laboratorio il docente predispone e osserva, un concetto di valutazione molto diverso da quello classico.
Un elemento che molti ritengono una problematica è la selezione dei saperi, un laboratorio può abbracciare molte conoscenze o trattarne solo alcune selezionate. Io ritengo questo un falso problema, ma spesso è una critica riportata da alcuni colleghi.
A tutto questo bisogna aggiungere che un laboratorio efficace in una classe pollaio è un'utopia.
Purtroppo negli ultimi anni, nonostante ogni ministro abbia a lungo disquisito di didattica laboratoriale e battuto sui concetti di competenza e di compito esperto, alla resa dei conti, ha effettuato solo tagli ignobili delle risorse e del personale e questo ambito, come molti altri, ne ha fortemente risentito, sia in termini logistici (riduzione di ore, mancanza di risorse per acquisto materiali e per sovvenzionare collaborazioni esterne) che in termini di impatto emotivo e di entusiasmo verso questa professione.
Ho letto ultimamente che in diverse parti del mondo si celebra la giornata mondiale dell'insegnante, non ne sapevo nulla e mi sembra pericolosamente sintomatica questa mia ignoranza. Non credo che nessun collega pretenda un regalo o un privilegio, il riconoscimento di un diritto e un "tanti auguri" sarebbero già un buon inizio.
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