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giovedì 8 dicembre 2016

Latte nero e Istanbul

"L'aria è cristallina e il cielo è blu, solcato da nuvole rosa che si spostano verso le colline più in là. Istanbul sembra pulita e ringiovanita, come una giovane sposa appena uscita dall'hammam". Con queste parole Elif Shafak, una delle mie scrittrici preferite, descrive la sua splendida città che ho avuto la fortuna di visitare nel 2015.


Una città dal passato millenario, paragonabile forse solo a Roma per ricchezza di monumenti e di storia.


Della Shafak ho letto quasi tutto e tra i sui romanzi questo è un po' sui generis: autobiografico e surreale, narra la complessità del diventare madri.
"Non ci sono coincidenze nell'universo, solo segni. Li vedi?", con questa frase che immaginerete sottolineata a matita, vi invito alla conoscenza delle sue opere.

martedì 8 dicembre 2015

Ogni mattina a Jenin


 "I palestinesi avevano pagato il prezzo dell'Olocausto ebreo. Gli ebrei avevano ucciso la famiglia di mia madre perché i tedeschi avevano ucciso quella di Jolanta": la storia della terra palestinese sembra essere il frutto di un perpetuarsi di errori e ingiustizie che vengono da molto lontano e che intrecciano famiglie, vicini, conoscenti in un groviglio di sangue e vendetta. Improvvisamente quella che era una terra dimenticata dai più diventa, dopo la Seconda Guerra mondiale, il prezzo di un impossibile risarcimento, quello dovuto agli ebrei dopo il nazismo. E così da ingiustizia nasce ingiustizia: gli arabi residenti vengono espropriati dai nuovi profughi e trasferiti in campi in cui i diritti umani vengono cancellati.
La storia del popolo palestinese viene raccontata attraverso le vicende di una famiglia e di un villaggio, Jenin: "una casa, una fattoria, un villaggio alla volta. demoliti, confiscati, rasi al suolo - un'incessante appropriazione della terra palestinese, 'imperialismo al millimetro', lo chiamava Haji Salim".
Una famiglia segnata dai lutti, dalle contraddizioni e dalle atrocità, eppure una famiglia. Un libro duro ma appassionante. Apre un varco su una storia taciuta e dimenticata e per questo andrebbe letto a scuola, accanto a quelli che raccontano l'Olocausto e che invece il mainstream ci restituisce amplificati.

domenica 8 novembre 2015

Il giardino delle nebbie notturne


Ho da poco finito Il giardino delle nebbie notturne, romanzo ambientato in Malesia durante la seconda guerra mondiale. Al centro l'egemonia giapponese nel sud est asiatico e il relativo dramma delle colonie abbandonate dalla madrepatria inglese. La protagonista, Yun Ling è proprio una reduce di un campo di prigionia giapponese nel quale ha perso la sorella. Alla memoria di questa, Yun Ling vuole dedicare un giardino tipico giapponese. Era il pensiero di un giardino visitato in Giappone a permettere alle due sorelle di distrarsi dalle angherie subite e di continuare a sognare una vita serena. 
Per realizzare questo progetto, Yun Ling si trasferisce nella tenuta malese di Majuba dove vive l'ex giardiniere dell'imperatore, Aritomo. Nel rapporto tra apprendista e maestro si scoprono le tradizioni dell'arte dei giardini in pietra, dei tatuaggi, del tè, della calligrafia, del tiro con l'arco e altre usanze nipponiche. 
Molto interessante l'odio-amore per il Giappone che vive nel cuore della protagonista. Un popolo, che storicamente può assumere il ruolo di persecutore, conserva comunque una sua dignità. Anche il singolo persecutore, in condizioni storiche mutate, può assumere un'altra luce: la protagonista, non a caso, dopo aver lasciato il campo, diventerà giudice e dedicherà la sua carriera a punire i crimini di guerra. Il perseguitato diventa quindi in un altro periodo storico il vendicatore. 
Nulla però restituirà la sorella a Yun Ling e giustizia fatta non le darà la pace.  Il vero nemico è dentro di lei ed è l'odio che non le dà requie: "Non lasciare che prenda il controllo della tua vita" - le dice Aritomo.
Consigliato per gli appassionati di storia, di cultura giapponese e di paesaggi del sud est asiatico.

Un libro, un viaggio: andare alla scoperta delle verdeggianti piantagioni del tè nelle Cameron Highlands.



(immagine da Zingarate)

venerdì 18 settembre 2015

La parrucchiera di Kabul per i venerdì del libro


A Deborah non era mai bastato essere solo un'estetista: "È un bel lavoro, ma io volevo trovare qualcosa che mi permettesse di contribuire a salvare il mondo". E non la trova in una vita perfetta, anzi. Proprio dal disastro della propria vita matrimoniale, la donna riesce a scorgere una via d'uscita nella missione da volontaria a Kabul, dove fonda una scuola per parrucchiere. Il salone di bellezza, infatti, è un luogo a parte, dove gli uomini non possono entrare (le donne non possono essere viste senza velo) e dove ci si può esprimere in libertà. Non solo. Il mestiere di parrucchiera è proprio un lavoro adatto per la donna afghana, costretta a vivere sotto la protezione di un uomo, che sia il padre o il marito o tutt'al più un parente stretto. E invece, acconciando capigliature e truccando spose, la donna può guadagnarsi da vivere senza correre il rischio di essere importunata o tacciata di chissà quali immondezze.
L'istinto avrebbe portato Deborah a un'azione di forza per infrangere quelle barricate dietro le quali le donne erano costrette a muoversi come fantasmi, nascosti alla vista dal burqa. Ma "la cultura muta molto più lentamente dei sogni" e cercare di accelerare il processo di cambiamento può fare più danni che altro.
Un libro che apre un mondo, quello di un paese sofferente, che vive nei drammi e negli occhi di donne profonde, capaci di vera amicizia e di forti sentimenti.

venerdì 11 settembre 2015

Avevano spento anche la luna per i venerdì del libro



Una storia impressionante quella dei popoli baltici deportati da Stalin in Siberia, anzi nell'Artide, sul mare di Laptev. E il libro che la racconta, Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys, andrebbe conosciuto e letto in tutte le scuole: "Parlatene. Queste tre minuscole nazioni (Lituania, Lettonia, Estonia) ci hanno insegnato che l'amore è l'esercito più potente. Che sia l'amore per un amico, amore per la patria, amore per Dio o anche amore per il nemico, in ogni caso l'amore ci rivela la natura davvero miracolosa dello spirito umano" .
La misconosciuta tragedia accomuna le tre piccole nazioni baltiche, terre contese tra il blocco sovietico e la Germania nazista durante gli anni della Seconda guerra mondiale e oltre. In quell'oltre, fatto di un regime che impose il silenzio agli occhi del mondo occidentale, sta tutto il dramma di decenni di sopportazione che al momento della caduta del muro di Berlino, miracolosamente non sfociarono nella vendetta ma nel desiderio della tanto agognata pace. "Nel 1991, dopo cinquant'anni di brutale occupazione, i tre paesi baltici hanno riconquistato l'indipendenza, in maniera pacifica e con dignità. Hanno scelto la speranza e non l'odio e hanno dimostrato al mondo che anche alla fine della notte più buia c'è la luce".
Il libro racconta la deportazione sul Mare Artico dal punto di vista di una ragazzina e della sua famiglia: il racconto vi coinvolgerà, sentirete la loro fame, il freddo e riuscirete perfino a percepire la paura e lo sconcerto per le efferatezze delle guardie sovietiche. Ma vale la pena inoltrarsi in quel territorio glaciale per sondare ancora una volta gli abissi dell'animo umano e della storia.
Un libro, un viaggio: mi riprometto di fare prima o poi un viaggio tra le capitali e le cittadine dei paesi baltici, come un omaggio alle vittime di questa silenziosa persecuzione.

sabato 4 luglio 2015

Il mio primo incontro con Jane Austen: Emma


Arrivo tardi, forse, al primo incontro con un classico della letteratura inglese, un punto fermo del canonico bagaglio di ogni lettore appassionato.  Ma è andata così e sicuramente gli incontri arrivano quando è possibile afferrarli. Ed evidentemente questo era il momento di Jane Austen per me.
Come tutti gli incontri che si rispettino, all'origine fu il "caso". Non un percorso di studi che avrebbe richiesto un ordine cronologico nell'approccio. Ma il caso di una proposta di lettura mensile di gruppo, nel club di lettori più delizioso che conosca, quello del gruppo FB che mi vanto di aver fondato, Segnalibro. Per cui ho cominciato dal penultimo dei romanzi di Jane, l'unico intitolato alla protagonista dell'intreccio, Emma.
Letti i primi capitoli, mi ero affrettata a esprimere la prima impressione: quella di trovarmi, per niente coinvolta, come ad assistere a uno spettacolo teatrale in costume, senza implicazioni emozionali, se non quella di una sgradevole sensazione di estraneità. 
Il dovere della lettura comune mi aveva spinta a perseverare, con una certa premura.
Mi addentravo, è vero, nella sorniona e leggera scrittura dell'autrice, soffermandomi di tanto in tanto a sottolineare le massime che fanno capolino e che sembrano messe là proprio per essere notate. L'autrice ti porta a notarle: come se ti invitasse a indugiare su alcune impercettibili svolte del racconto. E mi sono ingannata. Jane Austen mi ha ingannata alla grande: perché quell'estraneità, quella sottile antipatia per la protagonista è volutamente preparata e coltivata dalla scrittrice stessa. Ci sono cascata. 
Ne ho preso coscienza a poche pagine dalla conclusione, quando ormai convinta della vacuità della vicenda e dei dialoghi oltre che delle preoccupazioni dei personaggi e della provincia inglese dell'Ottocento, ho avuto insieme a Emma la rivelazione della verità.
Insieme a Emma che finalmente conosceva se stessa ho conosciuto l'inganno costruito dall'autrice. E ne sono rimasta sorpresa. 
In poche frasi tutto ha assunto una nuova luce e la maestria dell'autrice è evidente proprio nella coincidenza tra forma e contenuto: da un mondo costruito sull'inganno e sull'apparenza ingannevole a un mondo di sincerità e di affetti reali, da un dispiegarsi di dialoghi e di rapporti che dissimulano la realtà al chiarirsi  di tutto, come in un mosaico di cui prima si scorgeva solo un disegno confuso, attraverso un impercettibile ma luminoso cambiamento di atmosfera. La commedia degli equivoci e dei fraintendimenti diventa alla fine romanzo d'amore, dei più ottocenteschi, dei più puri.
"Pochi istanti bastarono a fare conoscere il proprio cuore" a Emma. Sì, "era bastata mezz'ora per dare a ciascuno di loro la preziosa certezza di essere amato". E da qui cambia tutta la percezione delle banali cose, delle cose uguali a se stesse di tutti i giorni: tutto uguale e tutto diverso! Perché ogni vero amore fa sì che tutto diventi diverso e speciale: "nell'esperienza di un grande amore tutto diventa avvenimento nel suo ambito" (R. Guardini).

mercoledì 24 giugno 2015

Il grande Gatsby



"Il suo era uno di quei sorrisi molto rari, quei sorrisi capaci di infondere coraggio che si possono incontrare quattro o cinque volte nella vita. Quel sorriso affrontava in un attimo, o sembrava affrontare, il mondo intero, e poi si raccoglieva con un’attenzione esclusiva sulla persona a cui era rivolto. Riusciva a capirti proprio fin dove voleva essere capito, credeva in te come a te sarebbe piaciuto credere in te stesso, e ti garantiva di aver ricevuto da lui l’impressione che pensava di produrre nella migliore delle situazioni. Giunto a questo punto il sorriso svaniva", bella descrizione del protagonista de Il grande Gatsby, romanzo suggeritomi da un giovane amico. 
Un sorriso che è metafora di una promessa non mantenuta. 
"Tutto il mondo ozioso e splendido della cosiddetta buona società di New York e di Long Island sfila in queste pagine", ha scritto un critico, tutto un mondo reso vacuo dalla caccia al piacere e alla ricchezza, intesa come «forza corruttrice che rischia di infrangere tanto il sogno di amore che l'esigenza della purezza". 
Un affresco della bella società in cui, dietro la luccicante facciata, l'horror vacui trova sempre la strada per insinuarsi nell'apparenza e ostentata felicità dei grandiosi party e delle spensierate chiacchiere festaiole.
Un bel classico da leggere o da rileggere.

domenica 26 aprile 2015

La masseria delle allodole



Una storia ancor prima che un romanzo. La storia del popolo armeno "inerme e insicuro,  a cui ogni giorno può volgersi in male" e del massacro per mano dell'Impero ottomano ormai in decadenza (il 24 aprile scorso ne è stato celebrato il centenario). Uomini barbaramente uccisi, donne deportate e fatte morire di stenti. Si comincia a ritroso, sapendo già che alcuni componenti della famiglia dei protagonisti si salveranno. Ma fino alla fine la tragedia incombe, facendo anche dimenticare che alcuni potranno godere di un lieto fine. Eppure vince il bene. 
Il bene che rassicura fin dall'inizio, rappresentato da un luogo denso di spiritualità come la Basilica di sant'Antonio di Padova: "Dopo tanti anni, è nell'odoroso interno brulicante che mi sento a casa, nel caldo nido di una volta: non estranea, non ospite, ma passeggera di un treno di cui non conosco l'orario. So soltanto che di qui passerà, da questa grande stazione dove nessuno è straniero, e un grande cuore che batte per segnarci il cammino. Qui vorrei finire il mio tempo, appoggiata a un gradino consumato dai passi degli uomini, perché Qualcuno mi accetti, per non svanire nel nulla, e transitare verso la luce (...)".
Dall'inizio dei massacri, Dio si è velato: l'orizzonte "si sta restringendo bruscamente, come se la sua anima luminosa bruciasse dai margini, affondando pian piano in un'ombrosa voragine nera", ma " non può vincere, il male, se il bene esiste".
La masseria delle allodole è il luogo dove i parenti dall'Italia, attesi, non arriveranno mai, è il luogo dei destini incompiuti ma è anche il luogo in cui una famiglia ha vissuto, ha aiutato gli altri, ha influito sulla vita di un intero villaggio e tutto questo, come in una transazione commerciale costruita anche con i risparmi e le ricchezze nascoste dalle donne, sarà moneta per riscattare la salvezza.

mercoledì 8 aprile 2015

Pizzi d'Autore: intervista con Simona Lo Iacono


La nostra Mavie oggi ci porta nel mondo di Simona Lo Iacono, magistrato siracusano e scrittrice di grande talento, che ha pubblicato racconti e romanzi e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine e da non molto è conduttrice per l’emittente Zeronove del programma Buk. Fa parte dell’EUGIUS, l’associazione europea del “giudici-scrittori” e della SIDL Società Italiana di Diritto e Letteratura. Sul blog letterario “Letteratitudine” di Massimo Maugeri, cura la rubrica "letteratura è diritto, letteratura è vita che coniuga norma e parola, letteratura e diritto.
Ha pubblicato il racconto I semi delle fave con cui ha vinto il primo premio edito dal convegno “Scrivere Donna 2006”. Il suo primo romanzo Tu non dici parole (Perrone 2008) ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti: il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa. Nel 2010 ha pubblicato il racconto lungo La coda di pesce che inseguiva l'amore, scritto a quattro mani con Massimo Maugeri (Sampognaro & Pupi, 2010 -Premio "Più a Sud di Tunisi"). Nel 2011 ha pubblicato il romanzo Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea (ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande). Nel 2012 ha pubblicato il racconto storico Il cancello. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà (con cui ha vinto il Premio Martoglio).



Immergiamoci adesso nel dialogo tra Mavie e Simona:

Cara Simona, un curriculum di tutto rispetto, ricco di premi. Voglio cominciare proprio dai tuoi premi, alcuni dei quali davvero molto prestigiosi, ad esempio il Vittorini opera prima al tuo primo romanzo appunto:  Tu non dici parole. Come li hai vissuti questi premi? Posto che sicuramente fanno piacere a tutti, hanno dato un particolare impulso alla tua scrittura? Ti hanno incoraggiato in qualche modo?
Grazie davvero, carissima Mavie, per le tue domande e per l'interesse nei miei riguardi. Ho sempre vissuto i premi come doni, inaspettati e confortanti, che in qualche modo mi accarezzano, mi danno coraggio. Ma un coraggio tutto interiore, nel senso che il premio mi aiuta a denudarmi nella scrittura, a negare infingimenti, maschere, inganni. Ad essere, in qualche modo, ciò che mi piacerebbe diventare, un essere pienamente morale.
Il tuo lavoro di magistrato è molto impegnativo, eppure sei riuscita a fare in modo che invece di ostacolare il tuo lato letterario, abbia costituito un valore aggiunto. Mi riferisco alla rubrica che curi sul blog Letteratitudine, ma mi riferisco anche al fatto che nei tuoi romanzi il processo è comunque il protagonista indiscusso della narrazione. Vuoi raccontarci tu stessa in che modo questo elemento, il processo, abita i tuoi tre romanzi?
Il processo è un'interessante spunto di riflessione letteraria. Se ci pensiamo bene, infatti, è come un grandioso scenario in cui campeggiano, si incontrano e si scontrano tanti elementi: il bene e il male, la verità e la menzogna, la paura e la colpa, la volontà e la negligenza. In seno a un processo, poi, non c'è solo l'elemento del giudizio ma quello dell'auto analisi (pensiamo a una confessione giudiziale), quello della memoria (la testimonianza) e quello dell'equilibrio tra diverse voci (pensiamo al principio del contraddittorio che deve garantire che accusa e difesa siano poste allo stesso livello). Ecco. Il processo si presta a interpretare la realtà, a cercarla, ad affondare in essa con dolore e con umiltà. Per questo motivo diventa materia narrativa, perchè si offre come una sorta di lente di ingrandimento, come un necessario strumento di analisi. Con una differenza, però, rispetto al processo reale. Che lo scrittore è libero dalla ristrettezza del campo probatorio, e vive un meraviglioso stato: quello della libertà.  



Parliamo della tua ultima opera Effatà, ambientato nella Siracusa degli anni 50, periodo non troppo distante in termini cronologici, se ci voltiamo indietro possiamo ancora toccarlo, ma certamente molto lontano come tipo di vita, un salto temporale molto più ampio di quanto i pochi decenni trascorsi farebbero supporre. Inoltre le vicende siracusane, la piccola storia, si intrecciano in qualche modo con la grande storia, e in particolare con una delle pagine più drammatiche scritte dall’umanità nel secolo scorso: il processo di Norimberga. È stata lunga e difficile la documentazione storica? Cosa potresti consigliare a qualcuno dei nostri lettori che volesse cimentarsi nella scrittura di un romanzo storico?
Raccogliere il materiale storico può richiedere tempo. Però non è mai difficile, è appassionante. E' come inseguire un mistero, dipanarne le ragioni intime, entrare nel tempo senza che ciò ti sia imposto da letture astratte (i libri di storia), ma vedendolo con i tuoi occhi, riassorbendolo come un tempo tuo, anche se già trascorso. Credo quindi che scrivere un romanzo storico sia sempre, e prima di tutto, una esigenza dell'anima, e che l'unico consiglio da seguire sia questo: ascoltare i propri interrogativi, cercare di fare della storia non un mostro da subire (il "grande scandalo" di cui parlava meravigliosamente Elsa Morante), ma uno spunto di riflessione, che possa in qualche modo indurci a cambiare, a essere critici e pensanti, a non imbavagliarci mai in visioni statiche. La storia può insegnarci molto sul nostro presente e sul nostro futuro. 
Nel tuo bellissimo romanzo uno dei protagonisti è un bambino, e di bambini si parla anche nella particolare sezione del processo di Norimberga che tu prendi in esame. Quanto ha influito in questa tua scelta l’essere madre di un ragazzino che,  presumibilmente, quando hai scritto questo romanzo aveva più o meno l’età del protagonista? Hai pensato a tuo figlio nel tratteggiare il rapporto del tuo protagonista con la madre?
Mio figlio è stato la prima ragione per cui ho scritto "Effatà". E mi ha ispirato tanto, perchè da lui ho appreso una cosa che avevo dimenticato, e cioè "lo sguardo" di un essere completamente innocente su una realtà colpevole. Dilatando poi questa esperienza "materna", ho abbracciato nel libro ogni bambino, compreso quello irrisolto o mai veramente consolato  che abita dentro di noi.
E a proposito di figli. Sappiamo che i nostri figli possono essere i nostri fan più sfegatati così come i più severi critici, o entrambe le cose. O ancora possono essere indifferenti o falsamente indifferenti rispetto al lavoro o alle passioni della propria madre. Che ci puoi dire in proposito? Come si vive in famiglia la tua passione letteraria e il tuo impegnativo lavoro?
Più che altro io vengo "sopportata"! Nel senso che la mia famiglia si è semplicemente rassegnata a:
1) vedermi sommersa da montagne di fascicoli (di giorno), 
2) vedermi sommersa da pile di libri (la notte),
3) vedermi correre trafelata a scuola di mio figlio, alla posta, in banca, al supermercato...
Piovono consigli da tutte le parti sulla mia iper attività. Quasi tutti mi pronosticano malattie incurabili da stress, ma la verità è che sanno benissimo che non potrei mai fare a meno nè della dimensione lavorativa nè di quella letteraria, e che entrambe concorrono a fare di me una mamma (imperfetta, ma appassionata).
Chi scrive non smette mai: i tuoi programmi per il futuro in questo senso? 
Scrivo sempre. Tutti i giorni. E se non scrivo, penso di scrivere, raccolgo mentalmente appunti, annoto nel cuore e nello spirito eventi, parole, suggestioni. Ho completato da poco un romanzo che spero possa vedere presto la luce, anche se per il momento sono molto impegnata in ufficio (sto presiedendo una sezione civile come facente funzioni) e quindi ho rimandato la pubblicazione al prossimo anno. 
E infine la nostra domanda di rito. Se tu dovessi consigliare un libro a un nostro lettore che potrà leggerne soltanto uno nella sua vita, quale gli indicheresti?
È difficilissimo! Se escludiamo il Vangelo, unico testo davvero necessario, mi sentirei di consigliare un libro di Romain Gary, La vita davanti a sé, tradotto in Italia da Neri Pozza, struggente storia di Momo, ragazzino arabo che vive a Parigi, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, madame Rosa. Un attuale e sconcertante esempio di connubio e convivenza tra diverse razze e religioni, reso possibile da un solo ingrediente: la pietà umana. 

mercoledì 11 marzo 2015

Pizzi d'Autore: intervista con Luigi La Rosa


Eccoci al secondo appuntamento con la nostra nuova rubrica. Lascio subito la parola alla sua curatrice, Mavie che per noi oggi intervista Luigi La Rosa:

Ciao Luigi, per il momento tralascio il tuo curriculum e inizio dalla fine, non in senso di tappa finale di un percorso che anzi è appena all’inizio, ma come ultima cosa in ordine di tempo.
Hai recentemente pubblicato il tuo primo romanzo: Solo a Parigi e non altrove (Ed. Ad Est dell’Equatore).
In realtà definirlo romanzo è riduttivo, nel senso che al suo interno troviamo molto di più, infatti tra le sue pagine albergano le vite e gli amori di artisti che sono in qualche modo legati a Parigi.
E così, la vicenda del protagonista, il romanzo quindi, si incastona superbamente all’interno dei percorsi emotivi, degli itinerari sentimentali dei grandi personaggi che hanno fatto di Parigi la loro dimora permanente o temporanea.
Un sottile equilibrio dunque tra saggio e romanzo.

Sei d’accordo con questa mia lettura? E perché Parigi? Sarebbe stato possibile ambientare la vicenda in un’altra città?

Chiaramente ogni città esercita un fascino particolare e soggettivo su ciascuno scrittore. Le città belle sono tante e diversissime tra di esse, per cui ciascuno potrebbe amarne una differente, tuttavia la complessità, l’innesto, la prodigiosa ricchezza storica, monumentale e artistica assimilata da Parigi nel corso della sua incredibile memoria costituisce, credo, un caso piuttosto unico che raro. Nessuna capitale ha messo insieme, negli stessi anni e attraverso i secoli, tante esperienze, tante vicende espressive, tante storie collettive. E gli scrittori, si sa, sono sempre a caccia di queste ultime. Pertanto credo di poter affermare senza margine d’errore che il caso di Parigi sia alquanto unico.

Il tuo amore per Parigi è cosa conclamata, e guarda caso la scintilla dell’innamoramento è scoccata durante una tua prima visita alla città, occorsa non troppi anni fa.

È dunque la tua personale storia d’amore con Parigi che racconti?

Esattamente. Molti critici hanno definito questo libro un “atto d’amore”, una grande “storia d’amore”, un libro “sentimentale”, un romanzo “del cuore”. Tutte definizioni che trovo giuste, perché l’amore, l’amore-passione, trova all’interno delle pagine uno spazio notevole. E’ amore quello per la città, ma è amore anche quello per l’arte espressa in tutte le sue forme (dalla poesia alla musica, dalla narrativa alla pittura, alla canzone, alla fotografia). E’ amore quello che il protagonista vede finire nei confronti di Arturo, suo compagno storico. Amore quello che sente rinascere per il giovane Bruno incontrato in metropolitana. Amori che dialogano, che consuonano, che cercano una qualche intima corrispondenza. Amori che rendono necessaria e sublime l’esistenza.

A proposito di percorsi, la tua è una vita da nomade. Ti dividi tra Parigi, Roma, la Sicilia e la Puglia. Ciò è necessario perché in molti di questi luoghi tieni dei corsi di scrittura creativa.
È però solo questo che ti porta a non avere fissa dimora? O non è forse il contrario, cioè che è proprio la necessità di non stare fermo, la tua inquietudine interiore, che ti ha portato a scegliere questo tipo di lavoro “itinerante”?
Ti piacerebbe fermarti? Ti fermerai? E cosa potrebbe fermarti? Un amore, forse?

Il nomadismo è una condizione collegata alla mia profonda inquietudine interiore ed esistenziale. Non riesco a restare in un luogo più di pochi giorni senza sentirmi inevitabilmente catturato e in trappola. Vivo di perenni asfissie emotive, di nuovi bisogni di fuga, di azzeramenti psichici. Invidio profondamente chi ha la possibilità di relazionarsi più stabilmente ai luoghi, chi ha la fortuna di saper nidificare, mettere radici. Certamente, prima o poi dovrò fermarmi pure io. Forse per amore. Forse solo per stanchezza. O forse ancora, più semplicemente, morirò viaggiando: chi può dirlo?

Il classico uccellino spione mi ha detto che in passato hai rifiutato un posto in banca, che hai alle spalle studi tecnici, anche se poi all’università hai scelto una facoltà umanistica, che hai studiato pianoforte.
C’è qualcosa nella tua vita che, a posteriori, hai vissuto come occasione mancata?

Forse un po’ la musica. Ho interrotto gli studi di pianoforte e composizione al quinto anno, e devo riconoscere che ogni volta che ascolto un pezzo classico qualcosa di assai simile alla nostalgia torna a impossessarsi brutalmente di me. Mi sarebbe piaciuto saper suonare Chopin, Liszt, Beethoven e Brahms. Mi sarebbe piaciuto dare continuità alla disciplina che lo studio della musica impone. Ma a un certo punto ho tradito il suono dello strumento con il suono delle parole – quest’ultimo lo sentivo mio, più consono alla mia natura. In fin dei conti non mi pento della scelta effettuata. Scegliamo solo ciò che siamo. E’ solo un pizzico di nostalgia che ogni tanto si riaffaccia e preme sul cuore.



E tornando proprio al passato, vorrei dare un’occhiata al tuo passato letterario.
Hai curato per la collana Pillole della BUR delle raccolte di passi tratti da opere di autori famosi.
E’ così che hai pubblicato le raccolte: L’anno che verrà, Pensieri di Natale, Pensieri Erotici, L’alfabeto dell’amore.
All’epoca eri davvero giovanissimo. In che modo ti sei guadagnato tanta fiducia da parte di una grossa casa editrice come la Rizzoli? E’ stato un incontro fortuito? Hai dovuto faticare parecchio per arrivarci?

Io scrivevo da anni su riviste, giornali, quotidiani. E da anni avevo l’attenzione vigile di una editor, Maria Rosa Bricchi, che mi leggeva, apprezzava, condivideva. Fu lei a telefonarmi, ricordo ancora il pomeriggio, mi trovavo a Roma, dalle parti di Trastevere. Mi chiamò e mi propose, senza mezzi termini, di curare per Rizzoli una breve antologia di aforismi. Fu solo la prima delle diverse proposte che mi sarebbero giunte da parte di Rizzoli. Una collaborazione duranta cinque anni, nel corso della quale ho imparato davvero parecchie cose, mi sono impossessato di un sacco di segreti editoriali, e soprattutto ho capito in maniera ultima e definitiva che quello che avrei fatto nella vita è scrivere.

Sei stato anche giornalista e hai intervistato parecchi scrittori famosi, di quelli che il solo pensiero di incontrarli ti da la tremarella.
Ci racconti qualche incontro che ti ha davvero tolto il fiato?

Uno degli ultimi incontri importanti riguarda James Hillman, uno dei massimi psicanalisti del Novecento, passato da Messina durante una delle sue ultime tournée letterarie. Ricordo solo una libreria piena di gente, fuori la pioggia fitta di un martedì pomeriggio, e questo vecchio signore dal carisma impressionante, il silenzio colmo di tensione intorno alle sue parole, ai suoi gesti. Tenne una lezione sull’anima e adoperò parole colme di sentimento. Mi rapirono. Raramente avevo percepito tanta forza, tanta consistenza, sebbene attraverso un filo di voce e i gesti di un uomo ormai avanti negli anni. Possedeva l’autorevolezza che viene dalla conoscenza. E’ stato uno dei momenti più belli della giovinezza e forse della mia vita.

So che oltre a essere uno scrittore sei anche, come è ovvio, un lettore appassionato.
Qual è l’ultimo libro che hai letto? Se una persona avesse la possibilità di leggere un solo libro nella vita, quale gli consiglieresti?

Domanda molto difficile, perché sono veramente tanti i romanzi che vorrei consigliare a un eventuale lettore. Ad ogni modo, se dovessi suggerire un libro per la vita direi sicuramente “Le ore” di Michael Cunningham, ispirato a Virginia Woolf, al suo suicidio, alla composizione di Signora Dalloway, forse il suo più importante romanzo. E’ un’opera immensa, che sonda le profondità dell’animo e la capacità del dolore di interpretare e significare l’esistenza. Solo l’arte e la bellezza giustificano il dolore e la follia dell’esistere. Il romanzo lo esprime magistralmente bene. Ecco, se dovessi ridurre tutto a una sola scelta, direi che il libro della mia vita è questo.

Come docente di scrittura creativa, c’è qualche suggerimento particolare che ti senti di dare a chi coltiva il sogno di diventare uno scrittore?


Soprattutto leggere, farlo tantissimo, leggere ogni giorno, ogni notte, non soltanto libri di piacere ma testi autorevoli, classici, divorandoli ma ritornandoci, ricopiandone intere pagine, annotandone frammenti, interrogandosi sui meccanismi e sulle forme. Si cresce solo dal confronto con chi è più grande di noi, con chi ha percorso prima le stesse difficili strade. Si cresce per contagio, per emulazione, per desiderio. Solo chi si affida ai segreti dei grandi romanzi del passato potrà aspirare a scrivere domani un buon libro.

mercoledì 25 febbraio 2015

Pizzi d'Autore: una nuova rubrica


Sapete che questo blog è incentrato sull'umana esigenza di crescere imparando dalla realtà e questo non solo in senso scolastico: si impara attraverso i viaggi, attraverso l'uso delle mani, anzi di tutti i sensi a nostra disposizione, come si impara attraverso gli avvenimenti e gli incontri. 
In questo processo di apprendimento continuo i libri, è naturale, hanno un posto privilegiato. I libri li leggiamo, ci immergiamo nelle storie che custodiscono e attraverso le pagine scorgiamo qualcosa del rapporto tra l'autore e la realtà. Ebbene, con questa rubrica vogliamo spingerci più in profondità e incontrare chi i libri li scrive.
La persona che ci guiderà in questa nuova avventura non sono io, ma una prof di matematica e scienze che è anche scrittrice, che chiameremo con il nome di Mavie, perché è questo il nome che ha prescelto per sé. Perché Mavie? Perché Pizzi d'Autore? Chiediamolo direttamente a lei:

Vuoi presentarti brevemente ai lettori di questo blog?

Mi chiamo Mavie e ho un’età di tutto rispetto, che però non intendo rivelare. Ho sempre guardato con ironia mista a tenera compassione le donne che nascondono i propri anni, dunque, per non cadere io stessa in tentazione, glisso e passo oltre.
Invece vi racconto l’origine del mio nome perché è forse all’interno di quelle cinque lettere che è celato il mio destino di scrittrice, Mavie è infatti il personaggio di un romanzo che mia madre leggeva mentre con amore attendeva che nascessi.
Mavì mia vita”, della famosa Liala.
Poi io stessa, da giovanissima, l’ho cambiato nel più esotico Mavie, ma tanto il significato è quello: la mia vita.
È stato semplice modificarlo perché il mio nome anagrafico – guai a dirmi il tuo VERO nome – è Carolina, come la nonna paterna.
Per il resto, posso dire che ho una formazione nettamente e dichiaratamente scientifica e sarebbe qui grazioso raccontare come ho fatto, io che amo visceralmente la letteratura, a ritrovarmi a insegnare matematica e scienze ai ragazzini, ma temo di dilungarmi troppo e ci sarà modo in seguito di raccontarmi.
Last but not least, per dirla all’anglosassone, sono mamma di due figli, due meravigliosi giovani adulti.

Ci descrivi dal tuo punto di vista cos'è, in cosa consiste il mestiere di una scrittrice?

Difficilissimo rispondere a questa domanda, perché è qualcosa che, eventualmente, ci si chiede a posteriori.
Quando si inizia a scrivere non ci si pongono domande, o almeno io non me le sono poste.
L’unica cosa che posso dire con certezza è che non puoi scrivere se non ami leggere, se non ritieni che immergerti nelle storie sia come vivere cento vite, se non provi attrazione per le parole, se non ti sei imbambolato almeno una volta davanti a una frase leggendola e rileggendola, assaporandone il suono, scavandone i contenuti, nuotando tra le righe, in altre parole, innamorandotene.
Forse è questo il significato dello scrivere, tentare di essere un autotrofo della letteratura, generarla da te, come chi impara a cucinare spinto dalla voglia di riprodurre i piatti che ha gustato.

Questo mestiere non è il tuo unico lavoro, come si concilia con il tuo ruolo di insegnante? In qualche modo si interseca? O si tratta di vite parallele?

Dal punto di vista pratico sono cose distinte e separate. C’è la me a scuola, c’è la me che scrive, e ci sono altre me: la me che prepara il pranzo, la me che va in palestra e quella che ascolta i problemi dei figli.
Poi però è un tutt’uno, anche perché l’azione concreta dello scrivere, quella che ti vede fisicamente digitare su una tastiera non è che l’ultimo atto di un processo che va avanti di continuo.
Io scrivo lungo tutti i miei minuti, invento trame, studio personaggi, le storie mi camminano dentro, a volte palesandosi decisamente, a volte in sordina.
Certo devo ammettere che stare in classe, insieme a venti – trenta ragazzini, mette in crisi l’ingranaggio, ma mi faccio travolgere volentieri perché mi piace tantissimo il rapporto cha instauro con loro.
C’è un’enorme responsabilità in tutto questo, e non parlo solo di frazioni e figure geometriche, parlo di tutta una serie di altre cose che attraverso il mio comportamento, il mio esempio, il mio modo di fare, vengono veicolate fino alle loro giovani e duttili menti,
Per non parlare del fatto che come insegnante di scienze ho anche un’altra grande responsabilità che è quella di instradarli all’utilizzo consapevole delle risorse ambientali e guidarli verso comportamenti mirati alla conservazione del loro stato di salute fisica e mentale.

Come riassumeresti attraverso i tuoi libri il tuo percorso di scrittrice?

Sicuramente sono cresciuta. Ripenso al mio primo libro (E sono Creta che Muta) e adesso sarei felice di smontarlo e rimontarlo all’incontrario. Nello specifico lo asciugherei moltissimo, userei molte meno parole di quelle che ho usato.
Ma si sa che l’opera prima risente sempre dell’inesperienza. Fra l’altro questo mio primo romanzo non ha ricevuto un editing adeguato da parte della casa editrice, cosa che invece c’è stata nei successivi due romanzi.
Un ulteriore segnale di crescita è stato lo sganciarmi dalle vicende personali per spaziare su trame di fantasia.
Sullo stile di scrittura non voglio dilungarmi, lasciando la parola agli altri e soprattutto alle pagine dei miei libri.
La cosa certa è che scrivere e pubblicare ha cambiato il mio modo di leggere, sono diventata una lettrice molto più esigente e meno onnivora. Spesso ricerco nei libri la soluzione dei nodi narrativi che mi trovo via via ad affrontare.
È più uno studio che un leggere in relax, ma mi piace così.

Dove trovi le storie? Da dove nasce la primissima ispirazione?

Non ho il luogo delle storie, le storie sono nell’aria, e a volte riesco a captarle.
Probabilmente chi scrive ha imparato a osservare la realtà con maggiore attenzione.
Che poi le storie sono sempre uguali e hanno mille modi di essere raccontate, mi sono accorta che sono spesso modellate sulla tematica che ho voglia di affrontare.
Per esempio in Dentro due valigie rosse la mia intenzione era quella di scandagliare il fondale insidioso della risposta umana ai sentimenti negativi, soprattutto all’astio e al rancore.




La storia e i personaggi poi come si sviluppano? Sai già all'inizio dove ti porteranno le loro vicende?

In linea di massima ci sono due o tre pilastri che tiro su fin dall’inizio, e in generale so dove voglio arrivare, ma il sentiero che mi porterà dal punto A al punto B è tutto da scoprire e si va delineando mentre cammino.
Non credo alla faccenda che i personaggi ti conducono dove vogliono senza che tu ne abbia il controllo, ma è vero che se ne hai abbozzato i tratti principali sia in termini di caratteristiche fisiche che per quanto riguarda la loro personalità, poi camminano da soli.
Per riderci un po’ su, se il tuo personaggio è una donna avanti con gli anni, se è amante della cucina e della buona tavola e anche per questo in sovrappeso, se ha come hobby l’uncinetto e il giardinaggio, è difficile che di punto in bianco decida di comprare una motocicletta.


Abbiamo pensato insieme a una rubrica da condividere su questo blog: vuoi presentarla? Di cosa ti occuperai?


Sì, ed è una cosa che mi elettrizza molto.
Vorrei, anzi vorremmo, che fosse una rubrica in cui presentare scrittori, e artisti di ogni tipo, che abbiano voglia di raccontarsi non soltanto attraverso le loro opere.
Saranno delle chiacchierate in cui i nostri ospiti parleranno della loro vita, dei loro sogni delle loro speranze e di quanta gioia e anche quante delusioni ci siano state lungo il cammino artistico e personale.
La rubrica si intitolerà PIZZI D’AUTORE, titolo che è stato scelto per le particolari suggestioni che offre questo tessuto leggero e prezioso.
Costruito da un intreccio di fili attorno al vuoto, è molto versatile, a volte sta a ornare indumenti intimi , nascosti agli occhi dei più, a volte è ostentato sfrontatamente.
Di morbide tonalità pesca e disegnini minuscoli o a grandi fiori neri o ancora geometrico e rosso, è sempre e comunque un gioco di luci e ombre, di vedo e non vedo.
Ognuno sarà libero di seguire il suo percorso e noi lo asseconderemo.
Naturalmente ne approfitteremo per ottenere anche consigli di lettura.
La speranza è che i nostri lettori siano interessati e partecipi, in modo che la rubrica quanto sia quanto più possibile interattiva.
Comunque vada, ti voglio ringraziare per l’opportunità, per la fiducia e per lo spazio che stai mettendo a mia disposizione.



venerdì 20 febbraio 2015

Rosso Istanbul per i venerdì del libro



Quando comincio a sognare un viaggio, vado alla ricerca di libri che mi trasportino attraverso le pagine nell'atmosfera del luogo che andrò a visitare. Qui la scelta è stata quasi scontata: in questo romanzo Istanbul è già nel titolo e in effetti tutto il romanzo di Ozpetek, famoso regista turco, è una dichiarazione d'amore a una città, Istanbul, che è "il blu e il rosso, che paiono fondersi solo in certi tramonti sul Bosforo":


(immagine da qui)
Un romanzo autobiografico, forse neanche un romanzo, sul ritorno alla città natale: "perché, ovunque io sia, Istanbul mi aspetta". 
E sulla città, da cui tutto sembra aver avuto origine: provengono da là i tulipani che oggi rappresentano l'emblema dell'Olanda e il caffè che è diventato simbolo di Vienna (in qualche modo anche il cornetto a forma di mezzaluna ricorda le scorribande turche in Europa).
Ma soprattutto sull'amore: "Vedi cuore mio - dice la madre del regista - non c'è niente di più importante dell'amore", che poi è l'unica cosa che resta di una vita.

venerdì 12 dicembre 2014

L'ora di lezione


"C'è stato un tempo in cui -scrive Recalcati - [...] l'autorità dell'insegnante era garantita dalla potenza della tradizione alla quale si appoggiava: il modello pedagogico prevalente era quello correttivo-repressivo, fortemente gerarchizzato", fondata sull'alleanza genitori-insegnanti.

Oggi prevale un modello, destabilizzante, in cui "i genitori si alleano con i figli e lasciano gli insegnanti nella più totale solitudine, a rappresentare quel che resta della differenza generazionale e del compito educativo". 

Il difficile è che non c'è una bacchetta magica in grado di restituire ai docenti l'autorità perduta e non ci sono strategie valide per tutti gli alunni e per tutte le classi. Tanti sono i consigli di classe in cui emerge quest'impotenza: non va bene il pugno di ferro e non va bene il clima amicale. I casi più difficili sono proprio quelli in cui i genitori o sono ininfluenti o hanno abdicato alla loro potestà.
Penso al papà che di fronte all'atteggiamento oppositivo e aggressivo del figlio riesce a dire solo che "a scuola si va per divertirsi e giocare non per fare monellerie" e penso alla mamma che non fa altro che piangere completamente arresa alle malefatte riferitele.
Un recente articolo inglese parla dei genitori spazzaneve, che passano la vita a spalare la neve dalla strada che il figlio deve percorrere, cercando cioè di rimuovere ogni possibile ostacolo e controversia:



Voi cosa ne pensate?

(con questo post partecipo ai #venerdidellibro)


venerdì 5 dicembre 2014

Il giardino dei ciliegi di Cechov




Quest'anno grande novità... ho fatto l'abbonamento a teatro!
Scorsa settimana ho visto Il giardino dei ciliegi di Cechov, che rappresenta la dolente caduta di un mondo, quello dell'aristocrazia russa, travolta dai cambiamenti sociali che hanno portato gli ex servi della gleba a diventare i nuovi padroni. 
Tratto da esperienze personali dell'autore, che si vide espropriare della casa di famiglia e in particolare di un giardino di ciliegi a cui teneva moltissimo, era stato concepito come una farsa e invece malgrado le intenzioni autorali fu da sempre portato in scena come una tragedia.
Rappresenta - dicevamo - un periodo di trapasso epocale, ma anche la relazione personale con il passato: Ljuba, anima incastrata nella tragedia della perdita del figlio e nella nostalgia inconcludente di un'epoca ormai finita, simboleggiata proprio dal giardino dei ciliegi, presenza incombente ma mai esplicita; Charlotta, saltimbanco senza certezze sulle proprie origini; Firs, maggiordomo totalmente rivolto a un passato che non esiste più di cui continua a ripetere formule come un disco rotto... Da leggere, e se potete, da gustare a teatro.

venerdì 28 novembre 2014

Manuale di pulizie di un monaco buddista


"Sin dai tempi antichi i giapponesi hanno considerato le pulizie qualcosa di più che una semplice e rozza mansione. In Giappone, nelle scuole elementari e medie, sono gli scolari a occuparsi della pulizia dei locali, cosa che, all’estero, non accade assolutamente.
Ciò si verifica perché, nel nostro paese, fare le pulizie è un concetto che non si riferisce semplicemente a togliere lo sporco dalle superfici, ma è in stretta relazione con lo spazzar via le nubi che oscurano la nostra anima".

Questo piccolo manuale si può dire che sia racchiuso in questa frase iniziale: attraverso i concreti suggerimenti di pulizia di bagni, spazi esterni, salotti e guardaroba l'autore, filosofo e bonzo buddista, ci introduce nell'ordine e nella limpidezza dell'anima. Così spazzare via la polvere è liberare l'anima dalle nubi, mettere ordine è eliminare il superfluo anche dal nostro spirito, riparare un oggetto è essere in grado di rimettere a posto anche i rapporti.

Proprio riparare gli oggetti è un cardine della filosofia buddista: 

"Finché un oggetto si può utilizzare noi dobbiamo riconoscergli il suo status di utilità e, di conseguenza, se rotto aggiustarlo e riutilizzarlo: in questo modo impareremo non solo ad avere il giusto approccio nei confronti delle cose ma anche delle persone, e la nostra anima vivrà serenamente. Diamo importanza a ciò che abbiamo piuttosto che inseguire cose nuove e restituiamo alla natura e agli esseri umani il giusto ruolo. Se siamo capaci di rammendare qualcosa di scucito, saremo anche in grado di ricucire rapporti umani". 

Ciò non toglie che in certi casi ci dobbiamo liberare di un oggetto perché conservarlo accrescerebbe solo il disordine e l'accumulo di cose inutili, ma lo faremo con la consapevolezza del valore dell'oggetto, con gratitudine per ciò che esso ha significato per chi lo ha fatto  e per noi che per un certo periodo lo abbaino posseduto:

"In ogni singolo oggetto è racchiuso lo sforzo incalcolabile impiegato da chi lo ha costruito, nonché tutta la sua anima.
Quando si fanno le pulizie o si riordina non si devono trattare le cose in malo modo: è, invece, importante non dimenticarsi di essere loro riconoscenti per il ruolo che hanno svolto. Certo, non si può neanche stipare tutto nell’armadio o nello sgabuzzino con la scusa che è un peccato buttar via qualcosa: si pensa che, nonostante sia passato qualche anno, la tal cosa potrebbe ancora servire e così viene buttata da qualche parte per poi essere dimenticata e, a conti fatti, non viene più utilizzata. Questo sì, è un vero peccato!
Siate grati alle cose che vi sono state utili e quando non ne avete realmente più bisogno fatele risplendere di una nuova luce donandole a chi ne può fare un buon uso: questo significa averne cura".

Poche cose semplici, niente di trascendentale, ma in questa semplicità traspare la grandezza della concezione buddista nell'accezione dei bonzi giapponesi, che permea ogni aspetto della vita all'insegna dell'accettazione e del rispetto. Un libricino che dà pace e quiete d'animo... un consiglio: leggetelo al mattino!

mercoledì 12 novembre 2014

Didattica per competenze

"Dimmi e dimenticherò
mostrami e ricorderò
coinvolgimi e capirò"
(Confucio)

Insegnare è un mestiere fatto soprattutto di parole. Il problema nasce dal fatto che apprendere non è solo un fatto di ascolto: "Imparare a conoscere presuppone che s'impari a imparare attraverso l'esercizio della concentrazione, della memoria e della riflessione" (Learning to know presupposes learning to learn, calling upon the power of concentration, memory and thought"), scriveva Delors nel 1996.
Questa frase ci dà utili suggerimenti per capire un po' meglio: conoscere è il punto di arrivo del processo di apprendimento. E in questo percorso il metodo è importante tanto quanto la meta. Non esiste apprendimento in astratto, si apprende sempre qualcosa. Ma il contenuto non sarà mai posseduto dal discente senza un metodo, seppure rudimentale.
Di questo tema si occupa Lucio Guasti nel suo Didattica per competenze:


Un metodo che, come sottolinea la stessa frase citata, passa per la concentrazione (in cui sono compresi ascolto e attenzione), per la memoria (che comprende sicuramente anche l'esercizio della memorizzazione a casa, i cosiddetti compiti) ma perviene alla riflessione, al pensiero consapevole. 

Come raggiungere un risultato così alto? Come guidare gli alunni a questa meta di consapevolezza? Come insegnare a imparare?

Oggi - si dice - la lezione frontale, come trasmissione di saperi attraverso parole, non è più sufficiente. Forse andando un po' controcorrente, penso che a scuola essa in realtà non sia mai esistita allo stato puro neanche in passato. Da sempre la lezione è stata intervallata da esercitazioni, analisi del testo letterario, qualche esperimento in laboratorio, approfondimenti. Da sempre gli insegnanti, anche i più tradizionalisti, cercano di colloquiare con la classe più che fare un monologo.
Solo che neanche questi intercalari bastano. Molti docenti lo hanno già capito, hanno lavorato sulla propria didassi, ma il cambiamento non è ancora avvenuto in modo pervasivo. Introdurre dei diversivi non è indice di un cambiamento di mentalità. E la cosa emerge con chiarezza nei consigli di classe dove ancora oggi si sentono frasi del tipo "tizio si merita 4 perché non sa le cose", "caio non capisce niente di quello che dico"...
L'accento continua a essere posto sulle capacità del discente di adeguarsi all'insegnante, raramente si mette in questione il proprio modo di insegnare. Tutti bravi a fare diagnosi (non sa, non capisce, non si applica...), nessuno che dia la cura, che suggerisca un percorso, che si impegni a cambiare se stesso per arrivare a questi che si ostinano a non capire.

E l'unico percorso è che la concettualizzazione vada accompagnata costantemente all'operatività: mente e mani devono lavorare insieme. Occorre coinvolgere il discente, fargli toccare, fare, provare. Le strade sono molteplici: dal lavoro di gruppo, alla flipped classroom, dal web quest alla rivoluzione degli spazi con le aule-materia all'americana, dalla peer education al metodo del debate... Sono talmente tanti gli spunti operativi che davvero ogni docente può trovare serenamente quello a lui più consono.

Insegnanti che mi leggete, genitori, ex alunni (tutti lo siamo stati): raccontatemi esperienze del genere, di coinvolgimento, di apprendimento attivo, di lezioni laboratoriali.




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