Lo scorso 25 aprile su La7 ho avuto il piacere di assistere a uno spettacolo teatrale in tv, come se ne vedono raramente. La performance si intitolava ITIS Galileo e la location dell'evento era già di per sè speciale: i laboratori sotterranei del Gran Sasso d'Italia, 1400 m sotto la roccia.
L'opera è un omaggio a:
-Galileo, "il primo precario della ricerca in Italia", descritto nelle sue asperità caratteriali (memorabile l'atteggiamento verso il giovane Keplero) e nella genialità dell'aver dato un metodo alla scienza
-Copernico, vero rivoluzionario, per aver tolto la Terra dal centro dell'universo, una posizione comoda e rassicurante, e averla classificata fra gli "erranti" (questo significa il termine pianeta)
-la scienza come desiderio di conoscere la realtà, anche a costo della carriera e della reputazione
-gli istituti tecnici che danno una formazione utile e spesso bistrattata (anche se negli ultimi anni forse anche "grazie" alla crisi, si è registrata un'inversione di tendenza)
La web magazine di Pearson Imparare sempre ha pubblicato un'intervista all'attore protagonista, Marco Paolini. Vi consiglio di leggerla tutta, ma eccovene alcuni spunti:
-Cosa significa imparare?
È qualcosa che va di pari passo con la mancanza di paura, quella che ti prende davanti alle cose che non conosci. Qualcosa che, personalmente, non ho mai smesso di rincorrere, soprattutto da quando ho iniziato a essere anche autore dei miei spettacoli. Ogni storia di cui mi sono occupato richiedeva una conoscenza di cui spesso mi mancavano le basi. Come narratore non potevo semplicemente mandare a memoria una parte ma dovevo, invece, avere la consapevolezza delle parole che usavo, e di ciò che raccontavo. È a quel punto che ho dovuto ricominciare a studiare. E a imparare.
Non mi sento mai nella condizione di chi fa una lezione, ma di chi prova a dire una cosa, con tanti dubbi sul fatto di avere davvero capito. E a volte in effetti è così: non ho capito. E allora, in corso d’opera, apporto le dovute correzioni. L’ignoranza mi accompagna non come un handicap, ma come una molla per reagire.
-E ai ragazzi di oggi cosa vuole dire?
In Italia non ci sono più astrofisici. Perché non conviene. Meglio occuparsi di nanotecnologie o di scienze più à la page. Ma ci sono delle cose apparentemente poco utili che hanno un’importanza fondamentale nell’equilibrio delle conoscenze. Se, con il mio lavoro, potessi incuriosire anche un solo ragazzo e orientarlo a quella scelta, pur sapendo di metterlo in una condizione difficile per il suo futuro, ecco, ne sarei orgoglioso. Non mi va che chi decide le carriere universitarie sia troppo realista. Non mi va la dittatura del realismo. Perché il realismo è pesante.
Serve immaginazione. Il futuro non è di chi si adegua alle previsioni, fatte da chi dice di sapere da che parte tira il vento. Credo invece che il vento sia fatto di persone che hanno avuto la forza di immaginare cose che gli altri non riuscivano a vedere. In tutto questo la scuola… Dovrebbe coltivare il pensiero sotteso a tutto questo: l’audacia. Quella di chi sa pensare con la propria testa. L’audacia di chi va controcorrente avendo il coraggio di investire tutto se stesso in questo pensiero. Questa è la lezione di Galileo.

