Visualizzazione post con etichetta scuola: conoscerla e... amarla. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scuola: conoscerla e... amarla. Mostra tutti i post

lunedì 21 settembre 2015

M. e i 4 kg di pasta




Classe prima media. Il primo giorno la prof chiede a tutti di presentarsi e di rivolgere qualche parola alla classe. M., alunno Asperger (autismo ad alto funzionamento) alla sua docente di sostegno: "Io sono qua per imparare, non per perdere tempo".

Scuola è anche cominciare a conoscere un po' questi personaggi.
Lui dice sempre senza eccezione quello che pensa, senza riuscire a mentire e non accetta le convenzioni scolastiche, che risultano un po' stupide anche a te, dopo che lui le ha passate al vaglio. "Se una mamma compra un etto di prosciutto a €...., due vasetti di yogurt a €.... e 4 kg di pasta..." arrivato alla pasta chiude il quaderno e chiede: "Perché 4 kg? A che servono?". "Sarà la spesa della settimana" - dice la sua docente di sostegno. "Sono troppi anche per una settimana", la risposta.
Credo di aver trovato IL personaggio di quest'anno.
M. soffre il caldo che sfortunatamente ci attanaglia in questi primi giorni di scuola. Così, dopo aver scoperto che nella mia stanza ho l'aria condizionata, si siede di fronte a me alla mia scrivania e legge i racconti di E. A. Poe. 
"M., - gli dico - puoi venire qua quando vuoi, ma devi portarti qualcosa da fare, un libro da leggere o un compito da completare". "Ok", mi dice. Ogni tanto mentre io passo da una telefonata a un colloquio, da una cartaccia a una rogna, interrompe la lettura e mi esterna qualcuna delle sue considerazioni: oggi ha voluto avere chiarimenti sulle mie rassicurazioni del primo giorno di scuola sulla teoria gender.
Arriva la mamma e la prima cosa che le dice è "Mamma, mi trovo benissimo in questa scuola". Poi guarda la prof di sostegno e afferma perentorio: "Provo un grande affetto per te".
Prevedo ulteriori sviluppi.

giovedì 30 ottobre 2014

#labuonascuola o della valutazione dei docenti


Riflessioni sulla valutazione dei docenti messa in campo dal documento La Buona Scuola: un'ipotetica "classifica degli insegnanti" potrebbe basarsi sul cosiddetto metodo reputazione   La reputazione dei buoni insegnanti li precede, tutti ne sono a conoscenza, essa è un bene prezioso e ricercato. 
Cito le parole di un collega: "Questo approccio stato alla base del progetto Valorizza, insieme a Vales i due principali tentativi di valutazione, prima dell'emanazione del decreto sul Sistema Nazionale di Valutazione. Sinceramente, a me questa caccia al "buon docente" sembra davvero insensata. Conoscete un "buon" medico, avvocato, ingegnere? Sicuramente sì. Spesso, quello che 50 persone indicano come buono, altre 50 o giù di lì segnalano come meno buono.
La curva di distribuzione della reputazione è una gaussiana, pertanto avremo una distribuzione normale, con pochissimi eccellenti riconosciuti da tutti, una grande parte di buoni-menobuoni-ma-comunque-accettabili, pochissimi davvero scarsi, per unanime parere.
Si potrebbe cominciare da questi ultimi, e lasciare in pace tutti gli altri.
Bene. Se siamo tutti d'accordo il metodo ci sarebbe. Basterebbe che noi DS potessimo svolgere davvero il nostro lavoro.  A nostra volta sottoposti a controllo e valutazione, perché la gaussiana si applica a tutti...
Forse non tutti sanno che esistono già scuole autorizzate ad utilizzare sistemi di reclutamento e soprattutto di "conferma dei reclutati" piuttosto diversi da quelli canonici.
Si tratta delle tre scuole medie sperimentali (Don Milani di Genova, Città Pestalozzi di Firenze, Rinascita di Milano).
Guardate il bando e le modalità utilizzate dalla Don Milani, anche per il personale a tempo indeterminato".
E voi che ne pensate?

domenica 5 ottobre 2014

Teacher's Day 2014


Giornata Internazionale dell'Insegnante: navigando sul web ho notato che viene celebrata in tutto il mondo eccetto che in Italia. Perché? Azzardo un'ipotesi: al di là delle figure ormai mitologiche del maestro Manzi e dei maestri di campagna, negli ultimi anni la figura dell'insegnante si è ridotta allo stereotipo delle serie TV quando non all'ingrata e triste descrizione di alcuni film, come Il rosso e il blu. 
La vulgata ci trasmette l'immagine di una professione di ripiego, iperfemminilizzata, in cui fondamentalmente si tira a campare. 
Del resto, lavorando nel mondo della scuola non si fatica molto trovare esempi di questa tipologia di docente. Non tutti sono così, è vero, ma in chi ha a che fare con il mondo scolastico da utente, è diffusa l'esigenza, espressa in modo più o meno consono all'ambiente, di un insegnante in grado di prendersi in carico le difficoltà di ogni allievo e non solo dei bravi, di rinnovarsi per stare al passo con i tempi e di saper appassionare la classe. 
Un insegnante che si metta in gioco, che sappia ribaltare le proprie abitudini didattiche e che di fronte a un alunno refrattario non dica per prima cosa una serie di ovvietà che lasciano il tempo che trovano: non si applica, non fa i compiti a casa, ha i genitori separati, in famiglia non è seguito...
Mi trovo a ripeterlo spesso quando presiedo consigli di classe: "ok, questa è la diagnosi... per la cura?". Non basta denunciare superficialmente il problema. Occorre andare a fondo di esso, capirne le reali motivazioni e poi offrire ai genitori e all'alunno stesso gli strumenti per uscirne. Altrimenti la scuola non farà altro che fotografare e confermare le differenze socio-culturali tra gli studenti, rinunciando ad agire su di esse. 
Tristissima un'immagine che mi è stata da poco riferita: davanti al caso di una studentessa di medio calibro, bravina si direbbe, una docente insoddisfatta ha raccontato di aver incontrato la madre e di aver capito perché l'alunna non avesse speranza. Non ha speranza - ha detto in modo lapidario. Proviene da un certo quartiere, abita in una certa via, la madre è quello che è, cosa volete di più da lei? 
Lo dico proprio chiaramente: questo tipo di insegnante- diffuso, diffusissimo - non merita alcuna celebrazione.



venerdì 20 giugno 2014

Niente dura?



Niente dura, niente dura... e questo lo sai, però non ti ci abitui mai - canta Vasco.
Nell'aula magna dove svolgiamo gli esami c'è un grande mosaico di ceramica di Caltagirone, che rappresenta Bacco e la festa del vino. Lo avevo già notato. Oggi però un professore ha voluto raccontarmene l'origine. La grande lastra apparteneva all'edificio storico della scuola, di un'antica famiglia nobiliare che negli ultimi anni dell'Ottocento donò l'intera tenuta affinché nascesse una scuola tecnica enologica. Allora Catania era una fiorente produttrice di vino, seconda solo a Marsala e alla regione piemontese. Dall'edificio, chiuso perché pericolante, l'ex preside dell'istituto ha tirato fuori il mosaico e lo ha fatto restaurare per poi esporlo in un ambiente più sicuro. Parentesi: prima dell'Unità d'Italia grazie alle politiche doganali dei Borbone il Meridione era fiorente in molti settori. Poi fu saccheggiato.
Il prof è in pensione ed è stato richiamato come commissario per una materia che non esiste quasi più, cancellata come altre dalle riforme che si sono susseguite in nome del risparmio.
Mi sono guardata intorno: un altro docente mi ha detto di avere ormai solo due ore con i ragazzi, anche la sua materia è ormai sparita dai nuovi ordinamenti. Un altro ancora aveva la gioia stampata in faccia quando mi ha fatto vedere i laboratori di scienze che la sua scuola possiede. Persone in gamba. Dagli occhi buoni. Non so come dire, di buona volontà. Eppure tutto il lavoro messo in campo sembra destinato all'oblio.
Sì, perché quello che mi fa rabbia davvero è la sensazione di essere di fronte a un'ingiustizia perpetrata nel silenzio. E quello che mi fa paura e che mi ha riempito di una tristezza che ancora non mi lascia è vedere la bontà, la semplicità e la preziosità di un lavoro di una vita dentro le morse di un sistema indifferente.

mercoledì 18 giugno 2014

I miei Esami di Stato

Nel fare la domanda per svolgere il ruolo da Presidente della Commissione d'esame per
quella che una volta era definita "la maturità", confesso di essere stata titubante. Cosa mi aspetterà? Sarò capace? La normativa è zeppa di cavilli e regole, la burocrazia può essere feroce. Poi ho deciso di rischiare: studierò a fondo, come sono abituata a fare da una vita e mi butterò nella mischia... l'esperienza si deve pur cominciare a costruire!
Sono stata nominata in un istituto agrario, di grandi tradizioni in città ma, attualmente, a causa del calo delle iscrizioni, accorpato ad una scuola vicina e quindi defraudato di un glorioso passato che sembra essere ormai finito. 
La scuola, posta su un'altura non lontana dalla centralissima via Etnea, risiede in una tenuta storica con agrumeto e vigneto. La villa principale è in stato di abbandono, necessiterebbe di un accurato restauro, ma... si sa, i soldi mancano, o chissà, saranno finiti da qualche altra parte! La scuola oggi lavora in un edificio moderno, costruito accanto.
Noto subito il personale molto gentile, accogliente. Gli alunni sono pochi, i docenti si sentono come in una famiglia.
Tutto scorre liscio per la riunione preliminare. I collaboratori (una volta detti bidelli) sono orgogliosi dell'istituto in cui prestano servizio: mi raccontano com'era prima, quanto fosse grande e fiorente.
Oggi la prima prova scritta.
Ragazzi educati, compiti. Soprattutto maschi, qualche signora che si presenta da esterna, alcuni disabili supportati dall'insegnante di sostegno. 
Il clima è sereno.
I ragazzi si mettono al lavoro. Certo, la prima traccia, su Quasimodo, non la sceglie nessuno. Ma le altre non suscitano particolari difficoltà. Giro tra i banchi, leggo ciò che hanno scritto. Pochissimi errori grossolani. Mi soffermo, mi parlano delle idee che vogliono mettere giù: si accenna a speranze in un futuro migliore, a responsabilità del consumatore consapevole, al degrado delle periferie, alle scelte politiche che determinano la desolazione di alcune realtà.
I colleghi di commissione mi riferiscono di alcuni: chi appena arrivato non sapeva neanche parlare l'italiano e si esprimeva solo in dialetto e ora sembra un signorino, chi si è appassionato all'azienda agricola di famiglia e la vuole portare avanti, chi è ancora in cura per un tumore. 
A metà mattinata mangio una granita di mandorla in una sala attigua: è lo spazio adibito alle attività laboratoriali degli alunni disabili, qui durante l'anno si fanno marmellate, si mettono in salamoia le olive e accanto si coltiva l'orto. Questi ragazzi sono curati e sollecitati.
E io sono contenta di avere l'occasione di conoscere una realtà scolastica positiva, di confrontarmi con un'altra scuola. 


lunedì 19 maggio 2014

A Roma per Papa Francesco con la scuola

Roma, 10 maggio.

Siamo in tanti, tantissimi, di tutte le età.
Provenienti da tutta Italia.
Molti cantano sventolando stendardi o tengono striscioni con frasi che fanno pensare. Ci si muove in gruppo. La via della Conciliazione è piena.
Sicuramente avrei visto il Papa più comodamente e più notoriamente dal divano di casa.
Ma essere qui è tutta un'altra cosa.

Ascoltare le sue parole in diretta:
"Amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L'educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla.
E nell'educazione è tanto importante quello che abbiamo sentito anche oggi: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca! Ricordatevelo! Questo ci farà bene per la vita. Diciamolo insieme: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca. Tutti insieme! E sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca!
La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti "ingredienti". Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l'intelligenza, la coscienza, l'affettività, il corpo... Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia: l'obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana.


In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate. Se una cosa è vera, è buona ed è bella; se è bella, è buona ed è vera; e se è buona, è vera ed è bella. E insieme questi elementi ci fanno crescere e ci aiutano ad amare la vita, anche quando stiamo male, anche in mezzo ai problemi. La vera educazione ci fa amare la vita, e ci apre alla pienezza della vita!"
Parole che mi ridanno un po' di entusiasmo, notevolmente diminuito dopo un anno duro di lavoro, passato ad affrontare problemi a volte non facilmente risolvibili.

Amo la scuola anche io.
Avrei voluto fare molto di più di quello che ho fatto.
Poi mi dico che c'è tempo e che, per rimanere in tema, Rome wasn't built in a day!
E poi, scoprire che anche il Papa parteggia per l'hands on learning ("Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l'intelligenza, la coscienza, l'affettività, il corpo...") mi dà più che un incoraggiamento!

martedì 10 settembre 2013

Foto della presidenza

Vi regalo qualche foto della presidenza, che ho cercato di personalizzare con le cose che mi piacciono. Non ci sono cose preziose, ma cose che mi danno energia, non so come dire. Cose che significano qualcosa:




domenica 1 settembre 2013

Piccoli dirigenti crescono

Ebbene sì! Dopo una lunga trafila che chi mi legge da tempo conosce nei dettagli (in questo post trovate i links ai vari episodi della saga), inizia per me una nuova stagione della vita: da domani diventerò preside di una scuola, più precisamente un istituto comprensivo (infanzia, primaria e secondaria di I grado) in un ridente paesino etneo.

In questo momento nella mente mi si affastellano ritagli di passato e squarci di futuro e devo dire che prevale il caos di pensieri e aspettative... per l'occasione inaugurerò una nuova tag per condividere con voi gioie e difficoltà: #piccoli dirigenti crescono.

Avrei bisogno di un consiglio però: secondo voi devo chiudere questo blog (che ha una veneranda età, visto che è nato nel 2007) e aprirne uno ex novo o posso tranquillamente continuare qui?




mercoledì 13 febbraio 2013

Studio o libertà?





Source: inthralld.com via John on Pinterest


Vorrei essere libera, per leggere, uscire, andare al cinema, fare shopping. E invece sono qui sulla mia scrivania sempre zeppa di libri, fogli, schemi, appunti. A cercare di imparare date e numeri di leggi, cavilli del codice civile e penale, a studiare diritto amministrativo, che è una branca del diritto che a mio parere può portare in breve alla depressione. Preparo, per chi non lo sapesse l'orale di questo concorso.
La scuola in quanto Pubblica Amministrazione è una complicatissima architettura fatta di mille e mille regole, norme, sistemi di controllo e di rendicontazione. E io, purtroppo, li devo conoscere tutte o giù di lì.
Ma vivere con il naso tappato non si può. Non posso aspettare di respirare dall'indomani dell'orale. Per cui cerco di vivere appieno quello che oggi mi è dato: lo studio. Tentando di non infilare a memoria le cose nella mia testolina, ma di capire, di approfondire. 
Voglio essere libera già ora. Che ne dite, si può?

lunedì 4 febbraio 2013

Voti sì o no

Non si parla di elezioni, lo dico subito per chi fosse arrivato qui tratto in inganno dal titolo:  il voto di cui parlo è quello scolastico, anch'esso attuale in periodo di chiusura del quadrimestre. Il ritorno al voto, dopo più di trent'anni dalla sua abolizione nella scuola di base (era il lontano 1977), è stato percepito da molti studiosi di valutazione come un'involuzione verso uno strumento a cui è difficile dare un significato univoco. Mi spiego.

Da insegnante ogni volta che metto un 7 devo chiedermi a cosa quel 7 corrisponde, cosa mi aspetto per esempio da una verifica orale perché raggiunga il 7 e per questo i docenti più scrupolosi in buona parte basano la valutazione su una scala di riferimento, la rubrica valutativa in cui tendenzialmente a ogni numero corrisponde un livello di prestazione. 

Ma... avete notato che ho detto "gli insegnanti più scrupolosi": ce ne sono tanti altri che non tentano di oggettivare il giudizio soggettivo in una scala di valori e si fidano dell'istinto, il che - si badi - non è sempre sbagliato, anzi diversi studi hanno dimostrato che in genere il voto di istinto corrisponde a quello ponderato con valori oggettivi. Il voto soggettivo però non ottiene che si sviluppi la consapevolezza da parte di chi lo riceve: è difficile spiegare a chi viene giudicato il percorso di pensiero che si è svolto nella nostra mente, più facile invece condividere una rubrica di valutazione. "Prof, perché mi ha messo 7? Cosa devo fare per prendere 8?" Se ho una rubrica cui "obbedire" è semplice rispondere a queste domande.
Ho aggiunto anche "in buona parte": già, perché c'è sempre una certa dose di valutazione comparativa in un voto, una sorta di reazione chimica tra il voto individuale e  i voti della classe di una certa prestazione (per esempio un compito andato mediamente male a tutti mi costringe a correggere verso l'alto, se non voglio ritrovarmi con numeri difficili da recuperare), ma anche una reazione tra il voto presente e il percorso dell'alunno (se vedo un barlume di miglioramento tendo a incoraggiarlo accentuando il positivo). Ecco spiegato anche il "tendenzialmente".
Il voto quindi non ha un significato univoco neanche per il singolo insegnante in rapporto al singolo alunno, semmai tende più o meno all'univocità, ma senza arrivarvi mai.
Figuriamoci a livello di scuola: ogni docente è un caso a sé ed è quasi impossibile arrivare a un accordo sostanziale su questi temi, specie passando verso livelli superiori di istruzione, via via che ci allontana dalla primaria insomma. Neanche a parlarne a  un livello territoriale e nazionale.

Ho voluto parlarvi di questi aspetti tecnici del mio lavoro per introdurvi in una complessità che molti credono dall'esterno di poter padroneggiare, un po' come si fa quando crediamo di possedere tutti i fattori che stanno nel cervello di un allenatore quando decide la squadra da mandare in campo. Siamo tutti allenatori, no? Invece l'allenatore, come l'insegnante ha una conoscenza, un'esperienza e una complessità di lavoro che dall'esterno è difficile immaginare e non basta essere stati seduti sui banchi di scuola per improvvisarsi insegnanti e, peggio, giudici degli insegnanti dei figli.

giovedì 20 dicembre 2012

Esiti del concorso per DS: idonea all'orale




Source: littlebgcg.com via sand on Pinterest


Dopo aver superato le prove preselettive (non ve l'ho mai detto ma ho azzeccato 98 risposte su 100 in 100 minuti), dal 7 dicembre ho saputo di aver superato gli scritti. Eravamo in 5000 in Sicilia e dopo la preselezione eravamo rimasti in 9oo. Ora siamo in 260. Ho preso voti alti. Sono la dimostrazione che si può ancora credere in un'Italia, addirittura in una Sicilia, che premia lo studio e non le "segnalazioni", visto che non le ho e non le ho neanche cercate. Ho già un lavoro che mi piace e dunque ho deciso fin dall'inizio di impegnarmi sì, ma di fare tutto solo con le mie forze. Sto studiando: diritto amministrativo, legislazione scolastica, politica europea dell'istruzione della formazione, teorie della leadership e del management, sociologia delle organizzazioni, psicologia dei gruppi di lavoro e chi più ne ha più ne metta, oltre che inglese e informatica.
Update: ho appena saputo che avrò gli orali il 20 di febbraio. Tempo sufficiente? Spero...

lunedì 22 ottobre 2012

Lettera da un'insegnante che si sente bastonata

Caro governo, non ti limitare a portare a 24 le ore di insegnamento settimanali. Facci fare anche le pulizie della classe, e non ci dare mocho, secchiello e detersivo pavimenti. Ce lo portiamo da casa. 
Continua pure a parlare degli insegnanti come di una categoria da punire occasionalmente con il bastone. Non bastava la totale mancanza di consenso sociale, alimentato purtroppo anche da chi tra noi non svolge con coscienza e intelligenza la propria professione. 
Ma per uno che non è mai entrato in classe da insegnante è difficile capire la difficoltà e la delicatezza del nostro lavoro, quindi ti comprendo, caro governo.  Ti comprendo ma ti avverto: colpire in tutti i modi pensabili la scuola è un delitto imperdonabile. 
Per diverse ragioni: 
-disinvestire sull'istruzione è buttarsi la zappa sui piedi: è scientificamente dimostrato che le nazioni che operano questa scelta così poco lungimirante indietreggiano sulla via della crescita.
-maggiore istruzione corrisponde a maggiore benessere economico, a più salute, a meno delinquenza. Quindi investire sull'istruzione alla lunga fa risparmiare.
Quindi, governo, rifletti: anche se ti dà fastidio, con il nostro dispendioso lavoro contribuiamo a formare una società civile, prendendoci carico di educare e istruire intere generazioni.

mercoledì 26 settembre 2012

Classi di media effervescenza

Le coincidenze.
Da quando è ricominciata la scuola mi ritrovo a pensare a che tipo di insegnante sono. 

Entro spesso in altre classi e vedo scene diverse: file di pupi imbalsamati o bolge incontrollate. E io? "Con lei i ragazzi stanno buoni"- mi dicono i bidelli, che in genere sono i più severi e infallibili giudici degli insegnanti. Li vedo agitarsi a volte, tamburellare sul banco, sventolare quaderni e costruire architetture in equilibrio con matite e altro materiale di cancelleria. Da inesperta docente alle prime armi mal sopportavo questi sommovimenti, che oggi decifro come insopprimibile desiderio di muoversi, dovuto alla quotidiana costrizione nella posizione seduta.

Poi, ed è qui la coincidenza, trovo questo post de Il diario di Murasaki, collega del web che seguo da anni, una delle prime conoscenze nel magico mondo dei blog. Lei dice:

"Raramente le mie classi sono silenziose. Di fatto, quando riesco a parlare per più di un tot di minuti senza nemmeno un'interruzione mi insospettisco e ne concludo che non stanno ascoltando. Sì, certo, quel bel silenzio assorto quando la classe ti ascolta in un unico afflato di anime...  molto gratificante, d'accordo, ma se passa i due massimo tre minuti secondo me non è afflato, è solo che hanno staccato l'audio. Altrimenti commenterebbero. Di fatto, le classi molto silenziose mi mettono addosso un notevole senso di frustrazione.
In pratica il mio ambiente di lavoro consueto è una classe di media effervescenza, con qualcuno in piedi, qualcuno che esce e qualcuno che scrive a qualcun altro mentre uno o due  controllano che la LIM non faccia i capricci e qualcuno mi rivede le bucce perché sette settimane prima ho detto X, oggi dico Y e il manuale, nella didascalia della terza immagine dice Z". 

Anche le mie classi sono così: si partecipa, si chiacchiera a volte, si interrompe - alzando la mano - si domanda, si obietta, si fa. Ogni tanto, come un direttore d'orchestra che ode una dissonanza, lancio occhiate, faccio segnali o alzo il tono di voce per riportare all'ordine qualcuno che si agita un po' troppo, altre volte ricordo che alzare la mano non equivale a ricevere il permesso di parlare e certe altre mi arrabbio pure. Ma l'operosità e il lavoro comune di un laboratorio fanno rumore, devono fare rumore. I monologhi all'uditorio muto e fermo li lascio ad altri.

lunedì 17 settembre 2012

Cominciamo? Il mio primo giorno di scuola

Lunedì 17 settembre, vedo per la prima volta i miei alunni. La scuola è già cominciata, ma la mia prima lezione è oggi. Da qualche giorno penso a come impostarla. Finché non ripenso a una frase di Cesare Pavese: "L'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante". 
Porto Il mestiere di vivere con me, mi piace l'idea di aprire il libro e di leggere direttamente dal volume, anche se solo una frase. Racconto loro anche della storia dello scrittore, partire da un fatto o da una figura concreta aiuta sempre e lascia un'immagine vivida qualora si dimenticasse tutto il resto. 
Dico della sua nascita in un piccolo paese : "Il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone provinciale dove giocavo da bambino. Siccome - ripeto - sono ambizioso, volevo girare per tutto il mondo e, giunto nei siti più lontani, voltarmi e dire in presenza di tutti: Non avete mai sentito nominare quei quattro tetti? Ebbene, io vengo di là". Della morte del padre e dell'educazione autoritaria ricevuta dalla madre, del liceo frequentato a Torino (lo puntualizzo perché i miei alunni si sposteranno anche loro in città per le scuole superiori). Della sua attività di insegnante e poi del confino in Calabria nonostante fosse iscritto al Partito Fascista (dovette farlo per poter accedere al ruolo di docente): "Qui i paesani mi hanno accolto umanamente, spiegandomi che, del resto, si tratta di una loro tradizione e che fanno così con tutti. Il giorno lo passo "dando volta", leggicchio, ristudio per la terza volta il greco, fumo la pipa, faccio venir notte. Per tre anni! Studiare è una parola; non si può niente che valga in questa incertezza di vita, se non assaporare in tutte le sue qualità e quantità più luride la noia, il tedio, la seccaggine... Esercito il più squallido dei passatempi. Acchiappo le mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone". Poi racconto della collaborazione con la casa editrice Einaudi e della delusione di aver trovato l'amata sposata con un altro. Degli anni della guerra e del successo. E poi del suicidio. Quella frase, già di per sé bella, acquista densità. 
Prendendo spunto dal post Inizia il grande viaggio di Monica, che compila per il figlio una lista molto particolare e poetica delle cose necessarie da portare a scuola, anche io dico ai miei alunni che devono avere quaderni, libri, penne, matite, forbici... ma soprattutto, comincio a dettare:
-una bussola speciale per seguire le proprie passioni ("anche quando gli altri ti diranno che non sono importanti", dice Monica). Cos'è una passione? Quali sono le vostre?
-una mappa dettagliata, "per poter sempre ritrovare la strada. Anche negli inevitabili momenti di sbandamento...". Raccontate quali sono stati i momenti più difficoltosi dell'anno scorso, come li avete affrontati.
-una macchina fotografica, per registrare dettagli e cose belle: quali ricordate dell'anno scorso?
-un taccuino "dove annotare pensieri e riflessioni": quali sono le vostre riflessioni per questo inizio d'anno? Cosa vi aspettate? Cosa vorreste?
Ho dettato il compito e ho cominciato a correggere i primi, qualcuno ha voluto disegnare la bussola e gli altri oggetti accanto alle risposte...

sabato 19 maggio 2012

Un giorno come gli altri

immagine con la quale la scuola "Morvillo Falcone" di Brindisi ha vinto il Premio Legalità

Un giorno di scuola, come tanti, come tutti gli altri. Si fa scuola tutti i giorni, tutti i giorni entriamo in classe, facciamo l'appello - puntuale, quasi noioso - parliamo, dialoghiamo, rimproveriamo, ci arrabbiamo, ridiamo, interroghiamo, scriviamo. Si fa scuola cercando di insegnare come spargendo semi, a volte ben piantati, a volte al vento. E poi qualche volta vedi anche il risultato del tuo lavoro, vedi crescere quei semi. Mentre tutto attorno impera la disistima per il nostro lavoro sotterraneo, paziente. Quante volte ci infervoriamo contro la violenza, contro i pregiudizi, contro le sempre nuove forme dell'illegalità. Una lotta contro i mulini a vento, in una società che rema intera contro.
E poi un evento, come quello di oggi. Sia o non sia stato un attentato di matrice mafiosa o terroristica, la sostanza non cambia. Se infatti non è chiaro l'autore dell'efferato delitto, lo è l'obiettivo. Una scuola, le alunne di una scuola. Una scuola professionale intitolata alla vedova Falcone. E' questo che inquieta: che venga colpito il mondo quotidiano - ordinario, quasi noioso - di chi cresce. Di chi per sua natura vive spensierato e fiducioso nel futuro. Un colpo grave alla speranza.
Un ultimo pensiero per i genitori di Melissa. Non oso e non posso immaginare il dolore di chi perde una figlia, l'unica. Posso solo pregare che ricevano il conforto necessario a vivere la loro croce, indicibile, giorno per giorno.

domenica 12 febbraio 2012

Scuola italiana: buttiamo il bambino con l'acqua sporca?

E. Munch, Melancolia, 1894

Esco or ora da una discussione a dir poco surreale con un parente, che nelle vesti di genitore ha intavolato una filippica contro la scuola statale.
Premetto che vedo e conosco i difetti delle scuole italiane di oggi.
Ma poi, tra il bianco e il nero vedo anche tanto grigio, sfumature di persone che lottano contro tutti e contro tutto per fare al meglio il loro lavoro, di gente che si trova davanti classi difficili e cerca di arrabbattarsi in tutti i modi, insegnanti di scuole sperdute la cui fatica non verrà mai riconosciuta e che prenderà a fine mese lo stesso stipendio del collega nullafacente.

Il mio interlocutore sosteneva che la scuola privata dove manda i suoi figli è il non plus ultra della qualità. 
Nella scuola statale invece - nell'ordine -
1) le docenti si fanno toccare il c. dagli alunni e il filmato è su you tube
2) gli alunni fumano spinelli
3) strappano via i crocifissi dalle aule
4) gli insegnanti sono quasi tutti incompetenti
Ho osato dire che non era proprio così, che anche nelle scuole private sono avvenuti episodi di cronaca nera, che la scuola privata accoglie comunque un'utenza selezionata e in ogni caso poco numerosa mentre la scuola statale è in genere organizzata su una scala dimensionale maggiore dunque è possibile che nella massa ci sia anche il collega meno capace.

Il colloquio ha avuto più o meno questo svolgimento, mai una volta che sia venuto in mente a questa persona (che tra l'altro mi conosce abbastanza bene) di chiedermi quale fosse la mia esperienza sul campo...

Ebbene, questo è il risultato del tam tam mediatico contro la classe docente.
Non mi dilungo più di tanto sul corrispettivo della deresponsabilizzazione dei genitori: la scuola ha la colpa di tutto, poverini i genitori che ti consegnano un figlio sano di mente e lo riprendono completamente fuori di testa.

Non ho i paraocchi, chi legge questo blog sa quanto sia critica nei confronti di alcune caratteristiche della scuola italiana, ma il disfattismo, le generalizzazioni, le crociate sono inadeguate alla crisi in cui versiamo.

Occorre rimboccarsi le maniche, riuscire a scorgere il positivo, farlo crescere, dargli spazio, incoraggiarlo.
Che ne dite?


UPDATE: alla fine di questa variegata riflessione, posso dire che i punti principali su cui mettere l'accento sono:
-non generalizzare; a educare è la persona, non l'istituzione
-i genitori non possono addossare tutte le responsabilità del negativo alla scuola o al singolo docente in nome di tutta una scuola
-al di là dell'opera di scuole private che sono di qualità, occorre che la scuola pubblica sia tutta di qualità per garantire un alto capitale sociale.

martedì 10 gennaio 2012

Little women

Dovete sapere che la mia è una classe veramente multiculturale: 
-c'è il Piccolo Conte Transilvano, creatura d'altri tempi e di nascita rumena, massimo conoscitore della lingua italiana che scrive e parla perfettamente con un delizioso accento straniero
-c'è il Fenicio, tunisino dagli occhi azzurri che avrebbe voluto vivere a Cartagine
-c'è Rapper Distratto, di madre americana e sempre tra le nuvole, tranne quando decide - in modo imprevedibile - di scendere tra noi



E poi ci sono due donnine marocchine: una, Paciocca, abbastanza in pace con se stessa e sorridente; l'altra, Rivoluzionariadentro, mi fa sempre delle domande che gelano.
Spiego il monachesimo e lei: -Prof, ma anche le donne potevano scegliere di non sposarsi e entrare in monastero?- (n.d.r. Prof, ma io posso scegliere di non sposarmi?).
Oppure: - Prof, ma il lavoro di battere le pelli e fare le pergamene i monaci lo facevano fare alle donne?- (n.d.r. Prof, ma potrà esistere un mondo in cui la donna islamica non dovrà lavorare a servizio di un maschio?)
Ovviamente le mie risposte la lasciano interdetta: no, lavoravano anche i monaci... sì, anche le donne potevano non sposarsi e anche oggi è così.
Non vi dico il nodo che mi si stringe nel petto.

lunedì 12 dicembre 2011

Non lasciatemi in classe dopo i 60 anni


immagine da Indire, banca dati: la maestra Tersilia

Prendo spunto da questo post di Sempre un po' a disagio, che vi consiglio di leggere.
Lo abbiamo pensato tutti: chi ce la farà a tenere una classe a 65, a 66, 67 anni? Io credo che mi mancherà la forza di attrarre un uditorio giovane e vispo. Sarò una nonna. Non avrò davvero quasi niente in comune con le generazioni sedute tra i banchi.
Faremo di tutto per mantenerci informati, aggiornati, al passo con i tempi... ma non si possono tenere artificialmente giovani i riflessi, la soglia di attenzione, la... salute.
Circola da qualche giorno a scuola l'idea di brevettare un kit dell'insegnante anziano, comprensivo di defibrillatore portatile e respiratore. C'è anche chi, più grottescamente, ha auspicato la predisposizione di una camera ardente a scuola, per chi tirasse le cuoia dopo l'ennesima sgridata alla classe. Sono battute, ci auguriamo tutti di vivere fino a 100 e passa anni ma questo sarà davvero un aspetto problematico, soprattutto se la formazione degli insegnanti continuerà ad essere un optional e se l'investimento in istruzione sarà sempre così inconcludente.
Quindi, ok lavoriamo anche fino a 70 anni.
Ma non in classe, dice il post di cui sopra.
Oppure, dico io, visto che lo spostamento ad altre mansioni è una chimera, almeno dateci i mezzi: tecnologie avanzate per tutti, formazione, rendeteci protagonisti del mondo della scuola e non meri esecutori.

mercoledì 16 novembre 2011

Dipingere dal vero a scuola - life painting


Qualche giorno fa a scuola abbiamo vissuto un'esperienza bellissima: dieci alunni del nostro istituto e cinque di ognuna delle scuole partecipanti, per un totale di trenta, hanno potuto partecipare a una Giornata estemporanea di pittura nella piazza centrale del paese, nella cornice del paesaggio collinare, dell'Etna, del mare in lontananza e dei merli del donjon medievale. Il tema era Luci e colori dell'autunno, così come tu lo vedi. I ragazzi erano contenti di poter esprimersi, di stare all'aperto... dopo la breve merenda non abbiamo dovuto fare fatica per riportarli al lavoro, prima che potessimo dire di continuare a dipingere erano già davanti ai cavalletti.

Da quest'esperienza traggo diverse riflessioni:


1) i ragazzi hanno bisogno di esperienze prima che di nozioni. L'esperienza non è tale se non è interpretata, compresa, se non diventa oggetto di riflessione consapevole, ma la base è il fatto.  Il fatto di aver potuto guardare, osservare, immergersi in una luce e in un'atmosfera.


2) ognuno è stato libero di esprimere se stesso, ha potuto mescolare i colori e ottenere un effetto. Questo ha una ricaduta enorme sull'autostima del ragazzo che si sente libero e valorizzato. 




3) la gioia di imparare era palpabile: adesso se studieranno la tecnica pittorica dei macchiaioli o di Monet saranno interessati alla pennellata e non si annoieranno ad apprendere.


4) l'ambientazione non è indifferente nel processo di apprendimento. Un ambiente bello stimola la creatività, un ambiente monotono e triste tarpa le ali a qualsiasi desiderio buono.



5) l'incentivo vale anche per i docenti che erano molto contenti di poter dare ai ragazzi quest'opportunità e trasmettevano la loro esperienza e i loro suggerimenti senza necessità di rimproveri e ramanzine.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...