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mercoledì 12 novembre 2014

Didattica per competenze

"Dimmi e dimenticherò
mostrami e ricorderò
coinvolgimi e capirò"
(Confucio)

Insegnare è un mestiere fatto soprattutto di parole. Il problema nasce dal fatto che apprendere non è solo un fatto di ascolto: "Imparare a conoscere presuppone che s'impari a imparare attraverso l'esercizio della concentrazione, della memoria e della riflessione" (Learning to know presupposes learning to learn, calling upon the power of concentration, memory and thought"), scriveva Delors nel 1996.
Questa frase ci dà utili suggerimenti per capire un po' meglio: conoscere è il punto di arrivo del processo di apprendimento. E in questo percorso il metodo è importante tanto quanto la meta. Non esiste apprendimento in astratto, si apprende sempre qualcosa. Ma il contenuto non sarà mai posseduto dal discente senza un metodo, seppure rudimentale.
Di questo tema si occupa Lucio Guasti nel suo Didattica per competenze:


Un metodo che, come sottolinea la stessa frase citata, passa per la concentrazione (in cui sono compresi ascolto e attenzione), per la memoria (che comprende sicuramente anche l'esercizio della memorizzazione a casa, i cosiddetti compiti) ma perviene alla riflessione, al pensiero consapevole. 

Come raggiungere un risultato così alto? Come guidare gli alunni a questa meta di consapevolezza? Come insegnare a imparare?

Oggi - si dice - la lezione frontale, come trasmissione di saperi attraverso parole, non è più sufficiente. Forse andando un po' controcorrente, penso che a scuola essa in realtà non sia mai esistita allo stato puro neanche in passato. Da sempre la lezione è stata intervallata da esercitazioni, analisi del testo letterario, qualche esperimento in laboratorio, approfondimenti. Da sempre gli insegnanti, anche i più tradizionalisti, cercano di colloquiare con la classe più che fare un monologo.
Solo che neanche questi intercalari bastano. Molti docenti lo hanno già capito, hanno lavorato sulla propria didassi, ma il cambiamento non è ancora avvenuto in modo pervasivo. Introdurre dei diversivi non è indice di un cambiamento di mentalità. E la cosa emerge con chiarezza nei consigli di classe dove ancora oggi si sentono frasi del tipo "tizio si merita 4 perché non sa le cose", "caio non capisce niente di quello che dico"...
L'accento continua a essere posto sulle capacità del discente di adeguarsi all'insegnante, raramente si mette in questione il proprio modo di insegnare. Tutti bravi a fare diagnosi (non sa, non capisce, non si applica...), nessuno che dia la cura, che suggerisca un percorso, che si impegni a cambiare se stesso per arrivare a questi che si ostinano a non capire.

E l'unico percorso è che la concettualizzazione vada accompagnata costantemente all'operatività: mente e mani devono lavorare insieme. Occorre coinvolgere il discente, fargli toccare, fare, provare. Le strade sono molteplici: dal lavoro di gruppo, alla flipped classroom, dal web quest alla rivoluzione degli spazi con le aule-materia all'americana, dalla peer education al metodo del debate... Sono talmente tanti gli spunti operativi che davvero ogni docente può trovare serenamente quello a lui più consono.

Insegnanti che mi leggete, genitori, ex alunni (tutti lo siamo stati): raccontatemi esperienze del genere, di coinvolgimento, di apprendimento attivo, di lezioni laboratoriali.




lunedì 18 novembre 2013

Genitori si diventa



Mi rendo conto di non avere più il tempo e la serenità mentale di prima per mantenere in vita questo blog con costanza, ma qui si combatte e la lotta in certi giorni è molto faticosa. Ciononostante non ho alcuna intenzione di mollare, solo avverto i miei lettori affezionati che avranno mie notizie più sporadicamente del passato.
Oggi sono qui per raccontarvi come procede la mia vita di Preside.
Succedono ogni giorno mille cose... alcune davvero belle e significative, altre significative ma non belle. 

Comincio dalle seconde per non lasciarvi con l'amaro in bocca. Mi è capitato, tra l'altro, di dover affrontare un caso di cyberbullismo vero e proprio, con tanto di diffamazione a mezzo informatico da parte di alcuni minori a danno di una compagna. L'episodio è stato scoperto grazia alla mamma della vittima che, in maniera coscienziosa, ha permesso alla figlia di iscriversi a Facebook con la condizione di darle la password. Ignari, invece, i genitori degli aggressori. Se i social network non permettono le iscrizioni dei minorenni, ci sarà un motivo! 

Genitori, non lasciate soli i figli nei meandri della rete! Ci può essere un modo non ossessivo di controllarli, senza impedire loro di vivere... sta a voi trovarlo! Non si nasce genitori, lo si diventa seguendo passo passo i figli e affrontando le diverse problematiche legate alle varie età. Non basta più preoccuparsi della maglia della salute e della dieta dei figli adolescenti, anzi forse è controproducente farlo, ma occorre preoccuparsi della loro crescita. Dal livello biologico occorre fare un salto al livello personale.

Sempre sullo stesso tema la notizia positiva dei genitori che si sono attivamente impegnati, donando il proprio tempo e il proprio lavoro, per migliorare l'ambiente scolastico, contribuendo con lavori di piccola manutenzione, tinteggiatura, cura del verde, riparazioni... Essi hanno dato la loro disponibilità e sono stati organizzati da una docente dell'istituto che assegna loro spazi, tempi  e materiali per gestire quei piccoli lavoretti che gli Enti Locali non riescono più a garantire. A ognuno di loro consegnerò un Attestato di stima e gratitudine:

Il Dirigente Scolastico, a nome della scuola
RINGRAZIA

IL GENITORE________________________________________________________

per aver messo a disposizione della scuola il proprio tempo e il proprio lavoro, contribuendo a migliorare l'ambiente scolastico.
“Ci vuole un intero villaggio per educare un bambino”, dice un proverbio africano: per questo ancor di più a Lei va il ringraziamento della nostra scuola, per aver dato a suo figlio un esempio che non dimenticherà.

Che ne dite?

lunedì 4 febbraio 2013

Voti sì o no

Non si parla di elezioni, lo dico subito per chi fosse arrivato qui tratto in inganno dal titolo:  il voto di cui parlo è quello scolastico, anch'esso attuale in periodo di chiusura del quadrimestre. Il ritorno al voto, dopo più di trent'anni dalla sua abolizione nella scuola di base (era il lontano 1977), è stato percepito da molti studiosi di valutazione come un'involuzione verso uno strumento a cui è difficile dare un significato univoco. Mi spiego.

Da insegnante ogni volta che metto un 7 devo chiedermi a cosa quel 7 corrisponde, cosa mi aspetto per esempio da una verifica orale perché raggiunga il 7 e per questo i docenti più scrupolosi in buona parte basano la valutazione su una scala di riferimento, la rubrica valutativa in cui tendenzialmente a ogni numero corrisponde un livello di prestazione. 

Ma... avete notato che ho detto "gli insegnanti più scrupolosi": ce ne sono tanti altri che non tentano di oggettivare il giudizio soggettivo in una scala di valori e si fidano dell'istinto, il che - si badi - non è sempre sbagliato, anzi diversi studi hanno dimostrato che in genere il voto di istinto corrisponde a quello ponderato con valori oggettivi. Il voto soggettivo però non ottiene che si sviluppi la consapevolezza da parte di chi lo riceve: è difficile spiegare a chi viene giudicato il percorso di pensiero che si è svolto nella nostra mente, più facile invece condividere una rubrica di valutazione. "Prof, perché mi ha messo 7? Cosa devo fare per prendere 8?" Se ho una rubrica cui "obbedire" è semplice rispondere a queste domande.
Ho aggiunto anche "in buona parte": già, perché c'è sempre una certa dose di valutazione comparativa in un voto, una sorta di reazione chimica tra il voto individuale e  i voti della classe di una certa prestazione (per esempio un compito andato mediamente male a tutti mi costringe a correggere verso l'alto, se non voglio ritrovarmi con numeri difficili da recuperare), ma anche una reazione tra il voto presente e il percorso dell'alunno (se vedo un barlume di miglioramento tendo a incoraggiarlo accentuando il positivo). Ecco spiegato anche il "tendenzialmente".
Il voto quindi non ha un significato univoco neanche per il singolo insegnante in rapporto al singolo alunno, semmai tende più o meno all'univocità, ma senza arrivarvi mai.
Figuriamoci a livello di scuola: ogni docente è un caso a sé ed è quasi impossibile arrivare a un accordo sostanziale su questi temi, specie passando verso livelli superiori di istruzione, via via che ci allontana dalla primaria insomma. Neanche a parlarne a  un livello territoriale e nazionale.

Ho voluto parlarvi di questi aspetti tecnici del mio lavoro per introdurvi in una complessità che molti credono dall'esterno di poter padroneggiare, un po' come si fa quando crediamo di possedere tutti i fattori che stanno nel cervello di un allenatore quando decide la squadra da mandare in campo. Siamo tutti allenatori, no? Invece l'allenatore, come l'insegnante ha una conoscenza, un'esperienza e una complessità di lavoro che dall'esterno è difficile immaginare e non basta essere stati seduti sui banchi di scuola per improvvisarsi insegnanti e, peggio, giudici degli insegnanti dei figli.

venerdì 1 febbraio 2013

Non si può non comunicare per i venerdì del libro

Il titolo originale del libro che vi propongo è in realtà Pragmatica della comunicazione umana. Sto studiando e quando trovo qualcosa di interessante la condivido, del resto serve anche a me, per ripassare!

L'autore, Paul Watzlawick, del Mental Research Institute di Palo Alto, stabilisce alcuni assiomi della comunicazione:

-non si può non comunicare. Sia l'attività che l'inattività, le parole come il silenzio comunicano. Influenzano gli altri, inviano loro un messaggio. Se osserviamo la coppia del tavolo vicino mentre consuma il pasto senza guardarsi negli occhi, percepiamo bene il messaggio insito in quel comportamento. Scambiano una comunicazione allo stesso modo di una discussione animata.

-ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione di modo che il secondo classifica il primo. Cioè: al comunicazione trasmette un contenuto e al contempo impone un comportamento. L'esempio è illuminante. Se io dico dolcemente a una persona: "È importante togliere il piede dalla frizione in modo graduale", o dico:"Ehi! Tu togli la frizione di colpo, rovinerai l'auto!", comunico lo stesso contenuto, ma esprimo due relazioni diverse. In ogni comunicazione è come se dicessi all'altro: ti vedo così.
-la natura della relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti. Questo principio sta alla base di molti conflitti sia interpersonali che internazionali. Nel caso di una coppia in cui lei brontola e lui si chiude in se stesso il litigio tra i due si può ridurre a un ping pong di "io mi chiudo in me stesso perché tu brontoli" e "io brontolo perché tu ti chiudi in te stesso". Ciascuno crede di reagire a un comportamento del partner e in realtà lo sta provocando.

-la comunicazione umana è analogica e numerica. La comunicazione analogica è quella non verbale. In essa includiamo: la posizione del corpo, l'espressione del viso, le inflessioni della voce, la sequenza e la cadenza delle parole, oltre che tutti i riferimenti al contesto in cui ci troviamo. La comunicazione numerica è quella che utilizza le parole. Senza questa comunicazione la conoscenza non si potrebbe trasmettere da un luogo all'altro e da un tempo all'altro. La prima ci accomuna a tutti i mammiferi, la seconda è propriamente umana. Ma ogni volta che il problema della comunicazione è quello relazionale, il linguaggio analogico prende il sopravvento fino a rendere insignificante quello verbale. Pensiamo a  quando si corteggia qualcuno.

-l'interazione è complementare e simmetrica. La posizione individuale all'interno di un rapporto è sempre dettata nella reciprocità  dei comportamenti. pensiamo al rapporto tra chi impone la propria volontà e chi si sottomette.  I due ruoli sono interdipendenti e si richiamano a vicenda.

Spero di non avervi annoiati ma di avervi dato qualche spunto di riflessione...  

martedì 29 gennaio 2013

Perché si tende a imparare a memoria


Un apprendimento, spiega David Ausubel, può essere di tipi: significativo e meccanico.  Una cosa è imparare a memoria l'elenco del telefono, altra è capire come funziona la fotosintesi clorofilliana. Nelle classi è esperienza comune per gli insegnanti quella di rendersi conto che l'allievo ripete (appunto!) l'argomento tutto sommato bene e speditamente, ma in modo meccanico. Hai quella tipica sensazione di volere interrompere l'esposizione, ma a volte eviti di farlo per non incrinarne la fragile impalcatura. Anche un materiale significativo, quindi, può essere oggetto di memorizzazione arbitraria e quindi diventare meccanico. 
Quando e perché accade questo?

lunedì 21 gennaio 2013

Montaigne e l'insegnante conferenziere

«Sin da principio l'insegnante si deve preoccupare di sviluppare le tendenze del ragazzo, lasciandolo provare da sé, talvolta indicandogli la via, tal altra lasciandogliela scoprire. In ogni caso non dovrebbe mai imporgli nulla appoggiandosi alla sua autorità. Quando si riscontrano sui fatti diversità di opinioni, lo lasci decidere da solo: se non è capace, rimanga pure nel dubbio. Ma l'essenziale è che quanto egli giunge a sapere sia veramente elaborazione della sua mente». (Montaigne)


Sapete della mia allergia all'insegnante conferenziere, per la verità più diffuso alla secondaria superiore visto che alle medie tale pratica viene molto limitata dalle reali capacità di ascolto dei ragazzi, che a un certo punto vagheranno per mondi lontanissimi quando non si dedicassero proprio a tutt'altro.
Parlare è la soluzione più facile, ho letto ormai tredici anni orsono quando mi preparavo per il concorso a cattedra; più difficile è insegnare parlando il meno possibile. Anche perché gli stili di insegnamento più "master e commander", quelli basati sui comandi e sulla presenza costante dell'azione del docente, al massimo mettono in moto la memorizzazione

venerdì 11 gennaio 2013

Riflessioni pedagogiche per i venerdì del libro

"Ho commesso un grave errore e se non sono stato capito dal mio allievo la colpa è mia. Dalla figura di un oggetto alla sua rappresentazione alfabetica la distanza è enorme e per Victor la difficoltà è insormontabile al punto in cui si trova della sua istruzione. Devo dunque cercare un metodo più affine alle facoltà ancora intorpidite del nostro selvaggio, un metodo in cui ogni difficoltà vinta lo porrà all'altezza della difficoltà da vincere". 

Sorprendente questa frase, vero?

lunedì 3 dicembre 2012

Educare con il cinema: Rosso come il cielo

Film del 2005 di Cristiano Bortone, narra la storia di Mirco, ragazzino di 10 anni, divenuto cieco in seguito a un indicente domestico. Era il 1971 e la legge prevedeva che i non vedenti frequentassero non le normali aule scolastiche ma gli istituti specializzati, in genere collegi in convitto. La vita all'Istituto è regolamentata da norme rigide e da una didattica repressiva. Mirco, che per caso trova un registratore a bobine, possiede il particolare dono di rendere idee e sogni attraverso i suoni, così con l'aiuto di don Guido, il maestro, e dell'amica Francesca, riesce a creare un'intera storia con suoni e rumori registrati. È l'inizio del cambiamento: don Guido prende la situazione in mano e costringe il burbero direttore a rispettare realmente la diversità degli allievi, a non privarli della fantasia e dei doni che ognuno di loro ha dentro.
Storie come queste hanno portato anche a un rinnovamento legislativo e alla soppressione degli Istituti per ciechi. Dal 1976, infatti, i non vedenti potranno frequentare le scuole comuni, secondo il principio dell'integrazione.
Mirco da grande diventerà uno dei più noti montatori del suono in Italia: si tratta di Mirco Mencacci. "I ricordi che ho dei colori - ha detto Mirco - non sono immagini – confida – ma piuttosto li associo alla materia: il bianco, per esempio, per me è liscio. E per comprendere una persona mi basta ascoltare con attenzione la sua voce che, a differenza dell'immagine, non tradisce: per me la voce è lo specchio dell'anima".
Una storia di speranza: l'educazione può essere la tomba dell'io o l'alveo in cui si incanala l'energia umana di ognuno. La repressione e l'eccessiva regolamentazione sono sintomo di paura. Il vero educatore, invece, ha fiducia nella libertà dell'altro e fa di tutto per sostenerla: don Guido stesso dona a Mirco un registratore dopo che il primo gli era stato sottratto dal direttore e in questo modo gli permette di coltivare il suo sogno e la sua futura professione.

venerdì 20 aprile 2012

La testa ben fatta

Ho letto questo libro quest'estate quando, regredita a uno stato brado dello studio (in preparazione dei test per il concorso per dirigente scolastico), avevo bisogno di ristorare la mia povera mente.
L'ho trovato ricco di spunti come altri di Edgar Morin. 




L'autore parte dalla considerazione che le università oggi tendono a formare iper-specialisti. 
"Di fatto l'iperspecializzazione impedisce di vedere il globale (che frammenta in particelle) e l'essenziale (che dissolve)". Inoltre, impedisce di cogliere la complessità. Invece di opporre resistenza a questo approccio semplificato la scuola obbedisce al meccanismo, separando gli oggetti, le discipline, i problemi. 
La stessa espansione incontrollata del sapere "edifica una gigantesca torre di Babele rumoreggiante di linguaggi discordanti". Eliot diceva: "Dov'è la conoscenza che perdiamo nell'informazione?". Le informazioni sono frammenti di sapere dispersi che diventano conoscenza solo nell'integrazione e nella relazione. 
Diventa urgente oggi passare da una testa "ben piena" a una "testa ben fatta". 
La prima sfida da affrontare per questo percorso è l'integrazione tra cultura scientifica e cultura umanistica: la scienza tende a separare e ha bisogno dell'integrazione tipica della cultura umanistica. Il sapere, in generale, tende a divenire esoterico: in mano a pochi iniziati e accessibile solo a specialisti. 
Per capirlo basti pensare allo sgomento che ci coglie di fronte alle parole del linguaggio economico di cui siamo bombardati in questo periodo.
La scienza deve quindi diventare transdisciplinare: pensiamo all'ecologia, alle scienze della Terra e del cosmo. Diventa ormai irrinunciabile un'attenzione non solo al progresso scientifico, ma alla sua integrazione in una cultura del rispetto della natura.
La cultura letteraria e artistica (letteratura, cinema, teatro...) devono invece diventare patrimonio di tutti come scuola della lingua, della qualità estetica della vita, della scoperta di sé, della complessità e della comprensione umana. 
Come sarebbero più belle le nostre città e le nostre vite se fossimo sollecitati continuamente dalla bellezza e non dalle brutture mediatiche e architettoniche che spesso siamo costretti a guardare! Pensiamo a come ci emozioniamo quando parla uno come Benigni in TV...


Per approfondire potete leggere l'intervista all'autore da Francesca Frames

Con questo post partecipo a I venerdì del libro

mercoledì 14 marzo 2012

Quando insegni non dare niente per scontato

Cara to write down, qual è la maggiore emergenza che la scuola deve oggi affrontare? Io la definirei un'emergenza   alfabetica. 
Un terzo della popolazione italiana soffre del cosiddetto analfabetismo di ritorno, ossia una capacità di decodificare il testo a livello fonologico senza una reale comprensione del suo significato letterale. Questa porzione di popolazione ha bisogno di rileggere le parti più complesse di un testo di media difficoltà, senza per questo comprenderle del tutto, ma non capisce un testo specialistico, per esempio una diagnosi, una sentenza, un articolo espositivo.
Non si tratta di un problema da poco: una popolazione che non comprende un testo trova molta difficoltà a istruirsi, a partecipare alla vita democratica, a discernere di fronte alle controversie politiche. Aumentano la spesa per la sanità e la criminalità. Diminuiscono il benessere sociale e l'abitudine alla fiducia e alla cooperazione, oltre che la capacità di intraprendere.
E i nostri alunni?
Parto da alcuni fatti, riscontrati anche nel confronto con colleghi vicini e lontani (si tratta di un fenomeno diffuso):
1) assegno un tema, per esempio "Racconta una giornata significativa della tua estate". Nei compiti dei ragazzi il titolo diventa "Racconta un fatto di quest'estate", "Racconta un fatto significativo", Racconta un episodio...". Cosa succede? I ragazzi non credono che ricopiare il titolo sia necessario. Pensano di poterlo trasformare. Perché non rispettano la consegna. Non ne capiscono la perentorietà. Quando insegni, non dare per scontato che abbiano capito.

Source: flickr.com via Sandra on Pinterest


2) parlo, spiego, interloquisco... certe volte dall'espressione languida o trasognata arguisco, per fortuna, che non hanno capito una parola e chiedo: " ma sapete cosa vuol dire...?" e scopro che non avevano capito, o peggio, avevano frainteso. Perché se un parola non la conosci chiedi cosa voglia dire, ma se credi di conoscerne il significato vai avanti con la tua idea. Quali parole non avevano capito?
-firmamento= firma importante
-significativo=facile da capire
-circostanza=andare in giro per la stanza
-foraggio=fare fori
-accattivante=cattivo...
Quando insegni non dare niente per scontato.
3) il linguaggio figurato diventa il regno dell'opinabile. Nel testo di storia spesso si trovano espressioni come "l'eredità dell'impero carolingio", "il tramonto dell'impero", "l'espansione dell'Europa". Non è raro che espressioni come queste diventino problemi di testamento di Carlo Magno, serate di festa imperiali o sommovimenti geologici di cui ignoravi l'esistenza...
Quando insegni non dimenticare di chiedere cosa hanno capito.
4) oggi è difficilissimo insegnare a scrivere. Portare i ragazzi a fare un tema degno di questo nome comporta un lavoraccio, fatto di un tema alla settimana con relative correzioni, correzioni delle correzioni e via dicendo. Perché? Io mi sono data due spiegazioni: l'impoverimento del lessico e l'impoverimento dell'esperienza. Manca l'esperienza e dunque anche le parole che la descrivono, mancano le parole e dunque anche l'esperienza non viene nominata. Quando insegni non dare niente per scontato.


P. S. Approfitto per ricordarvi che oggi si festeggia il pi-day:






Se volete vedere i festeggiamenti dell'anno scorso, leggete qui.

venerdì 24 febbraio 2012

L'epoca delle passioni tristi (per i venerdì del libro)

Tutto è cominciato dalla lettura di questo post di Mammainverde, che ha recensito il libro di cui vi parlo oggi:


Il titolo mi ha subito incuriosita... penso che il titolo sia una delle ragioni del successo o dell'insuccesso di un libro.
Anche il contenuto, comunque, è interessante:

-il futuro nella nostra epoca ha cambiato di segno, da positivo si è trasformato in negativo e le sue promesse sono diventate minacce. Impotenza e disgregazione sono le "passioni tristi" di cui fa cenno il titolo, riprendendo un'espressione del filosofo Spinoza.

-altro elemento ricorrente è la contestazione dell'autorità: la relazione con l'adulto è percepita come simmetrica e l'anteriorità non è di per sé sentita come autorità. Ciò provoca  specie nell'adolescente (ma non solo) una crisi del principio di realtà. Letteralmente non distinguo più bene cosa è vero e cosa non lo è.

-l'educazione in questo contesto da invito a desiderare il mondo diventa insegnare a temere il mondo a non soccombere ai suoi pericoli sotto la minaccia di un utile futuro. E se le persone non sono aiutate a trovare quello che desiderano (non gli stupidi surrogati che ci propina la società), si accontentano di desiderare ciò che trovano!

- ma le passioni tristi così come i surrogati di ciò che è veramente utile possono essere sconfitti. Come? Creando, resistendo e sviluppando passioni gioiose. Riconoscere la crisi, ma saper scorgere quelle fiammelle, quei punti di luce che illuminano il buio seppure fiocamente.

Ci sono sempre nella nostra vita delle àncore che ci sostengono anche nei momenti bui, c'è sempre una via di uscita perché la realtà è positiva. Se al fondo non lo fosse perché ci alziamo ancora la mattina, perché mettiamo al mondo figli, perché ci diamo da fare per lavorare?
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