Eccoci al secondo appuntamento con la nostra nuova rubrica. Lascio subito la parola alla sua curatrice, Mavie che per noi oggi intervista Luigi La Rosa:
Ciao
Luigi, per il momento tralascio il tuo curriculum e inizio dalla
fine, non in senso di tappa finale di un percorso che anzi è appena
all’inizio, ma come ultima cosa in ordine di tempo.
Hai
recentemente pubblicato il tuo primo romanzo: Solo
a Parigi e non altrove (Ed. Ad Est dell’Equatore).
In
realtà definirlo romanzo è riduttivo, nel senso che al suo interno
troviamo molto di più, infatti tra le sue pagine albergano le vite
e gli amori di artisti che sono in qualche modo legati a Parigi.
E
così, la vicenda del protagonista, il romanzo quindi, si incastona
superbamente all’interno dei percorsi emotivi, degli itinerari
sentimentali dei grandi personaggi che hanno fatto di Parigi la loro
dimora permanente o temporanea.
Un
sottile equilibrio dunque tra saggio e romanzo.
Sei
d’accordo con questa mia lettura? E perché Parigi? Sarebbe stato
possibile ambientare la vicenda in un’altra città?
Chiaramente ogni città esercita un
fascino particolare e soggettivo su ciascuno scrittore. Le città
belle sono tante e diversissime tra di esse, per cui ciascuno
potrebbe amarne una differente, tuttavia la complessità, l’innesto,
la prodigiosa ricchezza storica, monumentale e artistica assimilata
da Parigi nel corso della sua incredibile memoria costituisce, credo,
un caso piuttosto unico che raro. Nessuna capitale ha messo insieme,
negli stessi anni e attraverso i secoli, tante esperienze, tante
vicende espressive, tante storie collettive. E gli scrittori, si sa,
sono sempre a caccia di queste ultime. Pertanto credo di poter
affermare senza margine d’errore che il caso di Parigi sia alquanto
unico.
Il
tuo amore per Parigi è cosa conclamata, e guarda caso la scintilla
dell’innamoramento è scoccata durante una tua prima visita alla
città, occorsa non troppi anni fa.
È dunque la tua personale storia d’amore con Parigi che racconti?
Esattamente. Molti critici hanno definito
questo libro un “atto d’amore”, una grande “storia d’amore”,
un libro “sentimentale”, un romanzo “del cuore”. Tutte
definizioni che trovo giuste, perché l’amore, l’amore-passione,
trova all’interno delle pagine uno spazio notevole. E’ amore
quello per la città, ma è amore anche quello per l’arte espressa
in tutte le sue forme (dalla poesia alla musica, dalla narrativa alla
pittura, alla canzone, alla fotografia). E’ amore quello che il
protagonista vede finire nei confronti di Arturo, suo compagno
storico. Amore quello che sente rinascere per il giovane Bruno
incontrato in metropolitana. Amori che dialogano, che consuonano, che
cercano una qualche intima corrispondenza. Amori che rendono
necessaria e sublime l’esistenza.
A
proposito di percorsi, la tua è una vita da nomade. Ti dividi tra
Parigi, Roma, la Sicilia e la Puglia. Ciò è necessario perché in
molti di questi luoghi tieni dei corsi di scrittura creativa.
È però solo questo che ti porta a non avere fissa dimora? O non è
forse il contrario, cioè che è proprio la necessità di non stare
fermo, la tua inquietudine interiore, che ti ha portato a scegliere
questo tipo di lavoro “itinerante”?
Ti
piacerebbe fermarti? Ti fermerai? E cosa potrebbe fermarti? Un amore,
forse?
Il nomadismo è una condizione collegata
alla mia profonda inquietudine interiore ed esistenziale. Non riesco
a restare in un luogo più di pochi giorni senza sentirmi
inevitabilmente catturato e in trappola. Vivo di perenni asfissie
emotive, di nuovi bisogni di fuga, di azzeramenti psichici. Invidio
profondamente chi ha la possibilità di relazionarsi più stabilmente
ai luoghi, chi ha la fortuna di saper nidificare, mettere radici.
Certamente, prima o poi dovrò fermarmi pure io. Forse per amore.
Forse solo per stanchezza. O forse ancora, più semplicemente, morirò
viaggiando: chi può dirlo?
Il
classico uccellino spione mi ha detto che in passato hai rifiutato un
posto in banca, che hai alle spalle studi tecnici, anche se poi
all’università hai scelto una facoltà umanistica, che hai
studiato pianoforte.
C’è
qualcosa nella tua vita che, a posteriori, hai vissuto come occasione
mancata?
Forse un po’ la musica. Ho interrotto
gli studi di pianoforte e composizione al quinto anno, e devo
riconoscere che ogni volta che ascolto un pezzo classico qualcosa di
assai simile alla nostalgia torna a impossessarsi brutalmente di me.
Mi sarebbe piaciuto saper suonare Chopin, Liszt, Beethoven e Brahms.
Mi sarebbe piaciuto dare continuità alla disciplina che lo studio
della musica impone. Ma a un certo punto ho tradito il suono dello
strumento con il suono delle parole – quest’ultimo lo sentivo
mio, più consono alla mia natura. In fin dei conti non mi pento
della scelta effettuata. Scegliamo solo ciò che siamo. E’ solo un
pizzico di nostalgia che ogni tanto si riaffaccia e preme sul cuore.
E
tornando proprio al passato, vorrei dare un’occhiata al tuo passato
letterario.
Hai
curato per la collana Pillole della BUR delle raccolte di
passi tratti da opere di autori famosi.
E’
così che hai pubblicato le raccolte: L’anno che verrà,
Pensieri di Natale, Pensieri Erotici, L’alfabeto dell’amore.
All’epoca
eri davvero giovanissimo. In che modo ti sei guadagnato tanta fiducia
da parte di una grossa casa editrice come la Rizzoli? E’ stato un
incontro fortuito? Hai dovuto faticare parecchio per arrivarci?
Io scrivevo da anni su riviste, giornali,
quotidiani. E da anni avevo l’attenzione vigile di una editor,
Maria Rosa Bricchi, che mi leggeva, apprezzava, condivideva. Fu lei a
telefonarmi, ricordo ancora il pomeriggio, mi trovavo a Roma, dalle
parti di Trastevere. Mi chiamò e mi propose, senza mezzi termini, di
curare per Rizzoli una breve antologia di aforismi. Fu solo la prima
delle diverse proposte che mi sarebbero giunte da parte di Rizzoli.
Una collaborazione duranta cinque anni, nel corso della quale ho
imparato davvero parecchie cose, mi sono impossessato di un sacco di
segreti editoriali, e soprattutto ho capito in maniera ultima e
definitiva che quello che avrei fatto nella vita è scrivere.
Sei
stato anche giornalista e hai intervistato parecchi scrittori famosi,
di quelli che il solo pensiero di incontrarli ti da la tremarella.
Ci
racconti qualche incontro che ti ha davvero tolto il fiato?
Uno degli ultimi incontri importanti
riguarda James Hillman, uno dei massimi psicanalisti del Novecento,
passato da Messina durante una delle sue ultime tournée letterarie.
Ricordo solo una libreria piena di gente, fuori la pioggia fitta di
un martedì pomeriggio, e questo vecchio signore dal carisma
impressionante, il silenzio colmo di tensione intorno alle sue
parole, ai suoi gesti. Tenne una lezione sull’anima e adoperò
parole colme di sentimento. Mi rapirono. Raramente avevo percepito
tanta forza, tanta consistenza, sebbene attraverso un filo di voce e
i gesti di un uomo ormai avanti negli anni. Possedeva l’autorevolezza
che viene dalla conoscenza. E’ stato uno dei momenti più belli
della giovinezza e forse della mia vita.
So
che oltre a essere uno scrittore sei anche, come è ovvio, un lettore
appassionato.
Qual
è l’ultimo libro che hai letto? Se una persona avesse la
possibilità di leggere un solo libro nella vita, quale gli
consiglieresti?
Domanda molto difficile, perché sono
veramente tanti i romanzi che vorrei consigliare a un eventuale
lettore. Ad ogni modo, se dovessi suggerire un libro per la vita
direi sicuramente “Le ore” di Michael Cunningham, ispirato a
Virginia Woolf, al suo suicidio, alla composizione di Signora
Dalloway, forse il suo più importante romanzo. E’ un’opera
immensa, che sonda le profondità dell’animo e la capacità del
dolore di interpretare e significare l’esistenza. Solo l’arte e
la bellezza giustificano il dolore e la follia dell’esistere. Il
romanzo lo esprime magistralmente bene. Ecco, se dovessi ridurre
tutto a una sola scelta, direi che il libro della mia vita è questo.
Come
docente di scrittura creativa, c’è qualche suggerimento
particolare che ti senti di dare a chi coltiva il sogno di diventare
uno scrittore?
Soprattutto leggere, farlo tantissimo,
leggere ogni giorno, ogni notte, non soltanto libri di piacere ma
testi autorevoli, classici, divorandoli ma ritornandoci, ricopiandone
intere pagine, annotandone frammenti, interrogandosi sui meccanismi e
sulle forme. Si cresce solo dal confronto con chi è più grande di
noi, con chi ha percorso prima le stesse difficili strade. Si cresce
per contagio, per emulazione, per desiderio. Solo chi si affida ai
segreti dei grandi romanzi del passato potrà aspirare a scrivere
domani un buon libro.



Nessun commento:
Posta un commento
Lascia una traccia...